
(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Della tragedia umanitaria causata dalle bombe teniamo ogni giorno l’oscena contabilità. Della bancarotta etico-morale decretata dagli Imperi che risorgono abbiamo già detto tutto. Della “liquidazione coatta” del diritto internazionale decisa dai nuovi architetti del caos abbiamo ragionato più volte. Ancora una volta, restano da valutare “le conseguenze economiche della guerra”. Mai John Maynard Keynes avrebbe immaginato che l’esausta Europa sarebbe stata costretta a ripescare con tanta frequenza il titolo di quel suo profetico saggio del 1919, col quale previde il secondo conflitto mondiale ragionando sugli effetti devastanti dei costi di riparazione inflitti alla Germania dopo il primo. Da allora tutto è cambiato, tranne questo: la guerra è un grosso affare per alcuni, ma una rovina per tutti. Secondo Politico, finora la terza guerra del Golfo è costata all’America circa un miliardo di dollari al giorno. Il think tank Csic ha stimato 3,7 miliardi solo nelle prime cento ore di attacchi all’Iran, di cui 3,1 miliardi per le munizioni,359 milioni per la sostituzione dei mezzi distrutti e 196 milioni per le operazioni militari. Interpellato dal New York Times, lo storico dell’energia Daniele Yergin sostiene che siamo davanti alla più grande crisi della storia in termini di produzione del petrolio. Col greggio a 100-150 dollari al barile, e il gas naturale a 60-80 megawattora, l’Ispi non esclude uno shock energetico paragonabile a quello del 1973.
Preda dei rispettivi deliri di onnipotenza, Trump e Netanyahu hanno sottovalutato l’Iran e l’uso geo-strategico che i Guardiani della rivoluzione stanno facendo della leva energetica, a scapito dell’economia globale. Il blocco dello stretto di Hormuz e i missili lanciati contro le petro-monarchie del Golfo fanno lucrare un po’ di extra-profitti allo sceriffo di Washington e allo zar di Mosca: l’America è a un passo dall’autosufficienza energetica e può continuare a vendere il suo Gnl a peso d’oro, la Russia può ricominciare a piazzare a prezzi folli i suoi 150 milioni di barili di petrolio stivati sulle navi in giro per gli oceani e sperare persino di riaprire al più presto i rubinetti del gas sotto embargo dopo l’invasione dell’Ucraina (solo a marzo, stima il Financial Times, il Cremlino potrebbe incassare un “tesoretto” tra i 3,3 e i 4,9 miliardi di dollari, col quale finanziare serenamente “l’operazione militare speciale” contro Kiev). Ma è un calcolo di corto respiro: se va avanti così, l’impatto dell’offensiva “asimmetrica” di Teheran è e sarà rovinoso per tutti. La chiusura dei pozzi e l’impennata dei prezzi azzera le forniture a Cina e India, affonda l’Europa e affama l’Italia in bolletta. Pechino può reggere, con 4/500 milioni di barili di riserve strategiche che le consentono un’autonomia superiore ai 200 giorni. Germania e Francia resistono, con poco più di 100 milioni di barili. Il Belpaese, manco a dirlo, è molto più a rischio, con i suoi 12 milioni di tonnellate/equivalenti petrolio di scorta, cui corrisponde un’autonomia di 90 giorni.
E qui arriviamo alle solite, dolenti note. È arrivata un’altra guerra, e noi non abbiamo niente da metterci. Meloni in Parlamento può anche provare a smorzare i toni, vestendo almeno per un’oretta i panni curiali della “donna di Stato” e dismettendo quelli triviali dell’agit-prop di Colle Oppio. Può anche fingere di chiedere una mano all’opposizione, dopo averla presa a calci sui denti per quasi quattro anni, bollando i suoi leader di volta in volta come comunisti, terroristi, disfattisti, giustizialisti, immigrazionisti, filo-capitalisti. Il risultato non cambia. Siamo in piena emergenza, ma la affrontiamo con un’economia stagnante e senza un soldo in cassa. Come sono lontani i bei tempi da Sorella d’Italia libera e irresponsabile, che in cima alle barricate infuocate dalla Fiamma faceva il pieno dal benzinaio promettendo l’abolizione totale delle accise. Oggi, con un pil che langue intorno allo zero virgola e una pressione fiscale che vola al 43,1 per cento (record degli ultimi quindici anni), il governo non è in grado nemmeno di varare il pannicello caldo delle “accise mobili” sui carburanti, ridotte grazie al maggior gettito Iva generato dall’aumento di prezzo. E nel frattempo il “decretino” di un mese fa, con il bonus una tantum da 10 euro al mese per le bollette delle famiglie più povere, è già morto e sepolto insieme all’ayatollah Khamenei. Commuove l’eroica resistenza del ministro Urso, che nella sua tragicomica “neo-lingua” immortalata da Maurizio Crozza prova a spiegare al question-time del Senato che la colpa fu dell’“apposito” Draghi, che quel pastrocchio del tributo su benzina e gasolio deciso due anni fa dai patrioti non fu “aumento” ma solo “allineamento”, che sui prezzi alla pompa noi stiamo come sempre molto meglio dei sudici francesi e dei mangia-crauti tedeschi. Una volta tanto è stato fin troppo tenero Matteo Renzi, che ha infilzato con una certa umana pietas l’ennesimo ministro “suo malgrado”, spedito davanti alle Camere come un Nordio o un Tajani qualsiasi, a spiegare l’inspiegabile e difendere l’indifendibile.
È stata certamente sfortunata, l’underdog, a ritrovarsi nel mezzo di una crisi planetaria di questa portata. Ma ha la colpa enorme di non averla prevista, e addirittura di esserne stata in qualche modo complice, baciando l’anello al commander in chief di Mar-a-Lago. E poi di aver costruito intorno al Paese una finta “bolla cognitiva”, nella quale tutto ciò che lei e i suoi imbarazzanti camerati del sotto-governo stavano facendo aveva il segno del miracolo e il respiro della Storia. Il tutto, poi, ridotto a una bugia (l’impetuoso aumento dell’occupazione, dovuto non alla creazione di nuovi posti ma della permanenza al lavoro di ultra-55enni inchiodati dalla riforma Fornero) e a un’eresia (il glorioso boom della Borsa, che la Giorgia di un’altra epoca avrebbe scagliato contro i poteri forti come conferma della congiura giudeo-pluto-massonica di Soros e dei suoi accoliti). Oggi, complice questo sanguinoso e costoso disordine mondiale di cui siamo sl tempo stesso soggetto ed oggetto, il capitale un po’ farlocco di consenso costruito con la propaganda esasperata e la manomissione sistematica dei fatti appare già dilapidato. Ancora una volta, come successe anche al Cavaliere, la fragile economia tricolore presenta il conto. E al contrario di quel che accadde all’Unto del Signore, nel pieno della “poli-crisi” appassisce persino il fiore all’occhiello dello spread, forse l’unico merito di questa coalizione sgangherata: con un disavanzo pubblico che ha sfondato ugualmente il 3% sul pil, nonostante l’ultima mediocrissima manovra d’autunno, resteremo in procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque non avremo sconti di sorta, né per le misure ordinarie né per quelle straordinarie (vedi il proibitivo impegno di innalzare al 5% la spesa militare al 5%, sempre per far contento paparino Donald).

Semmai servisse ancora un’altra prova, il fiato corto della presidente del Consiglio lo certifica il drastico cambio di registro nello storytelling referendario, ormai chiaramente virato sulla portata politica della sfida e apertamente tagliato sull’imperativo categorico di punire i magistrati, prima che con le loro sentenze disgraziate diano in pasto la nazione ai criminali, ai pedofili, agli stupratori, ai rapinatori. L’ultima, forsennata fuga nell’iperuranio ideologico, tra le villette di Garlasco e le casette nel bosco, i centri in Albania e i cantanti di Sanremo. Con la speranza, forse sempre più flebile, di non andare a sbattere contro la realtà, il prossimo 22 marzo.