
(di Michele Serra – repubblica.it) – Non credo sia possibile calcolare con decente precisione chi sta guadagnando su questa (e altre) guerre, e quanto. Certo, così a spanne, si immaginano i giganteschi profitti dell’industria degli armamenti e del suo indotto, e la prospera lievitazione dei relativi investimenti finanziari.
Si pensi solo alla enorme quantità di armi consumate. Chissà se le armi scadono, come le uova; ci sarà sicuramente qualcuno che, in vista della scadenza, avverte che è venuto il momento di usare tutto quel ben di Dio prima che finisca in discarica; e subito si provvede a usarle per poi rimpiazzarle, così che gli arsenali siano sempre ben muniti.
Con altrettanta certezza si sa che il prezzo della guerra (a parte quello, non valutabile, in vite umane) ricade sulla vita quotidiana di moltitudini di persone. Rincarano i prezzi energetici e con essi quelli delle merci di uso comune, costa più caro mangiare e viaggiare, spostarsi, studiare, costa più caro vivere.
Possiamo dunque dire, con buona approssimazione, che molti pagano il prezzo della guerra a vantaggio di pochi, che ci guadagnano un sacco di soldi.
In questo senso l’economia di guerra è parente stretta dell’economia dei tempi, che prevede la concentrazione della ricchezza in poche mani e l’affannato galleggiamento di tutti gli altri, specie il famoso ceto medio del quale (anche politicamente e culturalmente parlando) si stanno perdendo le tracce in favore del sistema binario popolo/élite.
L’economia di guerra è al tempo stesso figlia del tempo e sua fattrice. Pochi decidono, gli altri subiscono, pochi arricchiscono, gli altri sperano di cavarsela. Non bisogna essere Nostradamus per prevedere un radioso futuro per la guerra e l’economia di guerra. A meno che i molti si ribellino ai pochi: ma come, ma quando?
Se così fosse,allora più guerre si facessero e piu si starebbe bene ,almeno economicamente. Ma le cose non stanno proprio così. Infatti i conti degli Usa stanno malissimo mentre quelli dei grandi produttori di arsenali vanno alla grande . Ciò significa che tutti abbiamo un nemico interno ai nostri stati che và in una direzione opposta agli interessi di noi comuni mortali : un demone potentissimo . Forse fanno eccezione quegli stati che regolano la produzione di armi non affidandomi a privati ma gestendola loro come necessità pubblica .
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Se proprio vogliamo leggerla nei termini esposti da Serra, anche l’“economia di pace” presenta dinamiche simili.
Si chiamano lobby, e producono danni forse persino più duraturi; non uccidono direttamente, ma incidono nel tempo sulla qualità della vita collettiva.
Non distruggono città o impianti industriali, ma possono compromettere l’ambiente e il territorio.
In ogni caso, quando si verificano fenomeni di forte concentrazione della ricchezza, nelle democrazie esistono dei correttivi; uno di questi si chiama tassazione.
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Non c’è bisogno di andare a cercare nella foresta o sotto le pietre per trovare chi arricchisce con le guerra: Michelino controlla a casa tua dopo aver appurato chi ti consegna una lauta e profumata bustapaga tutti i mesi e da dove venivano i soldi fino a poco tempo fa.
Troverai alla voce EXOR Ventures una lunghissima lista di partecipazione su tecnologia “dual-use” (uRSA Major,giusto per dirne uno)…alla maniera cinese.
Non basta per lavarsi la coscienza , è solo modo falso e ipocrita di fare un regalino al suo boss John,dopo che quest’ultimo ha venduto IDV.
Se quello di Torino è a cespo allungato e tardivo come il pan di zucchero, Serra è a cespo con foglie rosse precoce: varietà diversa, famiglia di cicoria uguale “ facciamo la rivoluzione…ma le chiappe le mettete voi, il popolo”.
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