Nessun membro del governo ha incontrato i delegati del Media Freedom Rapid Response in Italia per un’ispezione

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – La riforma dell’emittente pubblica Rai e la sua conformità il Regolamento europeo sulla libertà dei media (Emfa); il recepimento della direttiva Ue Anti-Slapp e la riforma in materia di diffamazione; aggressioni, minacce digitali e l’uso della sorveglianza contro i giornalisti, con riferimento al caso del tojan Paragon; la concentrazione del mercato dei media, con particolare attenzione alla vendita del gruppo Gedi e la sua compatibilità con l’Emfa.
Sono le quattro macro-aree cha ha preso in esame l’ultimo rapporto di monitoraggio Media Freedom Rapid Response (Mfrr), presentato lunedì a Roma, a conclusione della quarta missione informativa in Italia di una sua delegazione, per valutare i principali sviluppi che influenzano la libertà di stampa e dei Media nel nostro Paese e sollecitare l’attuazione di riforme cruciali.
Nessun esponente del governo ha incontrato i delegati Mfrr
I membri Mfrr hanno dato conto degli incontri avuti, come quello con la presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza della Rai, Barbara Floridia, ma, soprattutto, di quelli che non hanno avuto, visto che non sono stati ricevuti da alcun esponente del governo italiano, nonostante le richieste inoltrate.
Certificate 118 violazioni della libertà di stampa nel 2025
Nell’ultimo rapporto di monitoraggio Mfrr ha documentato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025. I casi registrati includono aggressioni fisiche, molestie legali, gravi casi di spionaggio informatico e l’attentato al giornalista Rai, Sigfrido Ranucci. Questa tendenza – dicono gli esponenti di Mfrr – segnala l’esistenza di minacce strutturali alla sicurezza dei giornalisti, all’indipendenza editoriale e al pluralismo dei media in Italia.
La vendita di Gedi sotto la lente
Nell’operazione di vendita del Gruppo Gedi, ovvero dei quotidiani la Repubblica e La Stampa, oltre alle altre testate che tra carta stampata ed emittenti fanno capo allo stesso gruppo editoriale, alla compagnia greca Antenna, “occorre la massima trasparenza in fatto di occupazione e di pluralismo”, si legge nel report.
Tra i temi principali della missione in Italia c’era infatti anche la concentrazione del mercato dei Media e la sua compatibilità con l’European Media Freedom Act. Secondo Mfrr la portata di questa operazione di mercato “è qualcosa di rivoluzionario nel panorama dei media” e la proposta venuta dal corpo redazionale di Repubblica circa la separazione tra la gestione editoriale e quella corporate, secondo Mfrr, è una “la soluzione percorribile”, anzi “per l’articolo 22 dell’Emfa dovrebbe esserci proprio questo tipo di operazione, e quindi si potrebbe valutare se è opportuno sostenere questa dichiarazione e questo progetto di indipendenza della redazione”. Secondo gli estensori del rapporto “l’indipendenza della redazione è vitale per il pluralismo e la libertà dei media in Italia”.
Italia a rischio procedura di infrazione
Una parte consistente del report è stato dedicato alla Rai perché da agosto 2025 sono scaduti i termini previsti per il recepimento della direttiva del Media Freedom Act, che impone una governance indipendente dalla politica per il servizio pubblico. Tanto che l’Italia è a rischio di apertura di una preceduta di infrazione da parte di Bruxelles e Roma ha già ricevuto una lettera di richiamo.
In alto mare anche sulle querele temerarie
Altro fronte caldo è il recepimento della direttiva sulle querele temerarie da parte dell’Italia, che per ora è limitata alle cause trasnfrontaliere. Secondo Sielke Kelkner dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, in Italia “c’è un ricorso sistematico da parte delle figure pubbliche di alto livello alle azioni temerarie per mettere a tacere qualunque forma di critica, non solo dei giornalisti e delle inchieste, ma anche critiche che vengono appunto da parte di intellettuali”.
L’esempio riportato – ma è solo l’ultimo in ordine di tempo – la minaccia di querela del presidente del Senato Ignazio La Russa al rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari. Ma è stato ricordato anche il caso dello stand-up comedian romano Daniele Fabbri, querelato dalla premier Giorgia Meloni.
Nessuno tocchi Giuseppa
(Di Marco Travaglio) – Giù le mani da Giuseppa Lara Bartolozzi in arte “Giusi”, già avvocata, giudice a Gela, a Palermo e a Roma, poi folgorata sulla via di Arcore e deputata di FI, poi vicecapo gabinetto, infine capo al ministero della Giustizia con Nordio in quota FdI, indagata per false dichiarazioni al pm sul caso Almasri. Qualcuno vorrebbe farla dimettere, ma non scherziamo: sta bene dov’è. Proprio come Nordio, sempre sia lodato. Avercene di esponenti del governo che dicono ciò che pensano tutti gli altri. In ogni legge c’è sempre un “non detto” sui veri moventi di chi la propone: sulla schiforma della magistratura invece, grazie a Giusi, Carletto Mezzolitro&C., è tutto detto: il Sì serve a trasformare i pm in “avvocati dell’accusa” (Nordio); a “togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria” (Tajani); a impedire che vengano indagati ministri che commettono reati, oggi di destra e domani di sinistra (Nordio); a “lasciar governare il governo” contro le leggi e la Costituzione (Meloni); a “togliere di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione” (Bartolozzi). Eccettuati, si capisce, i magistrati già tolti di mezzo dai plotoni di esecuzione del terrorismo rosso e nero, della mafia e della ’ndrangheta: quelli purtroppo non si possono ammazzare due volte.
Però si può allungare la lista insultando e isolando quelli rimasti inopinatamente vivi, tipo Gratteri e Di Matteo ancora in servizio, o Scarpinato e Cafiero De Raho già in pensione, affinché chi di dovere provveda al più presto, come già per Falcone e Borsellino, insultati e isolati finché Cosa Nostra li tolse di mezzo. In questo senso, le calunnie delle fogne a mezzo stampa e tv contro i quattro reprobi, gli alti lai se si difendono annunciando querela a chi inventa falsità su di loro e soprattutto l’appello di Giusi proprio in una tv di Catania potrebbero rivelarsi piuttosto efficaci affinché chi ha orecchi per intendere intenda. Ma ci sono altri tre ottimi motivi per lasciare Giuseppa lì dov’è.
1) Se si dimettesse, tornerebbe a fare il magistrato, cosa di cui francamente non si avverte l’esigenza: già, grazie agli straordinari salvataggi operati dal centrodestra, è rientrato in servizio Cosimo Ferri e rischia di seguirlo a stretto giro Luca Palamara; manca solo la Bartolozzi.
2) Siccome la Meloni entrò in politica a 15 anni per lo choc dell’assassinio di Borsellino, giudice e poi pm di destra, nel cui culto sono cresciute due generazioni di giovani ex missini in An e poi in FdI, è possibile che apra un braccio di ferro con la zarina; e che questa decida di dire finalmente la verità sullo scandalo Almasri.
3) Se vince il Sì e tolgono di mezzo la magistratura, essendo Giusi una magistrata, tolgono di mezzo anche lei. Comunque vada, sarà un successo.
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Ormai non passa giorno senza che un pagliaccio del circo di Maria Antonietta ci regali un numero d’alta scuola. E questi (tra un parente e l’altro) sono pure i migliori che l’ex tata della figlia di Fiorello si è trovata a mettere nei posti che contano. Beh, in fin dei conti, pure che l’ex tata di Fiorello ora sia Presidente del Consiglio della terra dei cachi, lo trovo un surreale numero di comicità d’avanguardia niente male.
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