La guerra in Iran, il rischio rincari, le gaffe dei ministri, il caso Bartolozzi. La quadra impossibile con un elettorato che chiede di non inseguire gli Usa

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – De-trumpizzarsi. Per Giorgia Meloni è una mission impossible, ma in qualche maniera stamattina alle 9 e 30 al Senato, e nel pomeriggio alla Camera, dovrà provare a mettere una distanza di sicurezza fra sé e Donald Trump, il presidente della guerra (la proposta del Nobel per la pace ormai appare come un amarissimo autogol), che a mezzo Corriere della Sera le ha recapitato complimenti che in altri momenti avrebbe venduto come una medaglia («una grande leader», «una mia amica»), e ora sono un’altra fonte di imbarazzo.

La guerra israeloamericana sembra far girare la ruota, il vento. L’elettorato di Fratelli d’Italia, l’elettorato di Meloni, è «né né», come lei: non deluso dal governo, neanche entusiasta. La premier ha perso la spinta propulsiva? Ma il vero buco nero è la politica estera e le alleanze internazionali: secondo il sondaggio di Izi per il nostro giornale, pubblicato martedì e analizzato da Marco Damilano, per il 58,1 per cento il governo deve essere più autonomo dal presidente Usa, per non dire da Benjamin Netanyahu.

Sull’Ucraina quasi il 60 per cento crede che sarebbe meglio sospendere gli aiuti militari. Del resto il suo senso politico non aveva bisogno dei sondaggi: negli ultimi tempi Meloni, senza smettere di appoggiare Volodymyr Zelensky, lo ha sbianchettato dai discorsi. E sulla guerra di Trump e Netanyahu contro Teheran si è attestata su un «né, né» che in altri tempi avrebbe bollato come codardia tartufesca.

La detrumpizzazione

Oggi per lei può essere il D day, l’inizio dell’operazione-rimonta. Oppure il giorno della verità. Comunque vada, questa giornata sarà un bivio, forse il primo vero della legislatura: può riprendere le redini della comunicazione del suo governo e della sua maggioranza, che in quest’ultima settimana è andata a briglie sciolte cioè a rotoli: da una legge elettorale apparsa per quello che è, un tentativo disperato – disperatamente oggi i suoi cercano di dialogare con il Pd – alle gaffe dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani, alla Waterloo di Giusi Bartolozzi, la donna forte di Nordio (il ministro Luca Ciriani minimizzava, ma le opposizioni continuano a cannoneggiare).

Oppure farsi saltare i nervi e lasciar esplodere l’irritazione accumulata, magari nelle repliche a braccio (le opposizioni proveranno a provocarla) ma così compromettendo le previsioni di voto del referendum: che è solo fra undici giorni. Con incalcolabili conseguenze, che possono spingersi fino all’incubo di iniziare con una clamorosa storta la cavalcata verso le prossime politiche.

È per questo che ha voluto anticipare dal 18 marzo a oggi le comunicazioni sul Consiglio europeo: parlare della guerra in Iran alla vigilia del voto era rischioso. Ma le opposizioni non mollano: di qui alla riunione del 19 e 20 marzo troppe cose possono cambiare. Anche su questo la premier ha dovuto capitolare e mettere in conto di tornare in parlamento. A sera la destra ipotizzava di presentare due risoluzioni diverse, una sull’Iran e una sul Consiglio. Resta un pasticcio.

Meloni tenterà di dimostrare di non essere (più) una MAGA. Lo confermano i forzisti più ciarlieri, come il senatore Maurizio Gasparri: «In queste situazioni ci sono due scelte: o fare i camerieri bombardieri, come fece D’Alema nel 1999 agli ordini di Clinton senza informare il parlamento, oppure osservare le questioni che accadono senza fare i camerieri-bombardieri. La sinistra, prima con D’Alema e poi con “Giuseppi”, ha fatto da cameriere agli americani. Noi osserviamo con la dignità e l’autonomia delle nostre posizioni». Al netto della polemica con gli ex premier, la posizione concordata con gli alleati è quella di «osservatori autonomi». Per questo adesso Meloni si aggrappa ai leader europei, vedasi la videocall di martedì per cercare una strategia comune sulla crisi dei prezzi causata dal conflitto. Ma il governo si è arenato sui provvedimenti contro il caro energia. Addio al sogno del tesoretto su cui Meloni contava per dare slancio all’ultima finanziaria della legislatura. I conti italiani restano intrappolati nella procedura di infrazione.

L’àncora Mattarella

Così la destra cambia strada. Nella risoluzione della maggioranza riscopre il diritto internazionale. E il diritto europeo, e le «sedi europee» da «sostenere e valorizzare», in vista di eventuali missioni comuni nel Golfo. Meloni deve aggrapparsi anche al presidente Sergio Mattarella. Che, ricevendo a Firenze la laurea honoris causa in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri, ha invitato i giovani a «non lasciare che si realizzi» la «regressione» profetizzata da Tocqueville, quella di «un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». E ha parlato di chi ha la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi»; «soggetti tecnologici e finanziari» che hanno la nuova «la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la seconda guerra mondiale», appunto il diritto internazionale. In filigrana si legge la coppia Trump-Musk, i grandi amici e ispiratori dell’iniziale scommessa del governo.