Una consultazione popolare  che rischia di fare deragliare  la maggioranza: tra propaganda, scivoloni, e colpo di mano, mentre i cittadini non sembrano scaldarsi troppo.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Non so quante volte ho provato a scrivere questo articolo, dopo aver segnato i punti e gli argomenti più importanti. Ogni volta però finivo per perdermi tra cose che non capisco e, inevitabilmente, lasciavo perdere. Fino a ieri sera, quando credo di essermi avvicinato il più possibile a qualcosa che somigliasse a un’analisi. Ho messo in fila, diligentemente, il chi, cosa, come, quando e perché del referendum. Il risultato, però, era ancora asettico, esattamente come la maggior parte degli articoli che ho consultato sul web. E quindi, dal momento che non aggiungevano nulla alla lista, mi ritiravo diligentemente.

Adesso però, dopo aver segnato per bene le coordinate, avverto che sarebbe uno spreco non condividere l’idea che mi sono fatto su questo benedetto referendum. Sì certo, farò attenzione a pubblicare l’articolo a borse chiuse: non si sa mai possa creare contraccolpi… Tornando seri.

Il referendum del 22 e 23 marzo mi ispira queste note un po’ random, senza che siano forzatamente collegate o particolarmente omogenee. Intanto, parlare di referendum di questi tempi mi sembra un’eccezionalità da accogliere con gioia e un pizzico di sollievo. In tempi così bui, oscuri e particolarmente autocratici, la consultazione popolare è come una boccata d’ossigeno. Il cittadino chiamato a esprimersi su una legge costituzionale – se ci pensiamo – è già una vittoria della Democrazia e sarebbe quasi commovente, se non fosse che l’atto del voto viene costantemente impestato dalla bassa dialettica politica che governa e ammorba questo Paese.

Ma al di là del mero esercizio democratico, sempre benaugurante, bisogna considerare che spesso – troppo spesso – i referendum, soprattutto quelli costituzionali (ma anche gli abrogativi), rappresentano un’asticella un po’ troppo alta per il comune cittadino. È difficile incunearsi nei meandri dei tecnicismi in cui i quesiti si arrotolano, nei cavilli troppo specialistici per un comune mortale. A meno che non ci si lasci guidare dall’informazione: mainstream, se si preferiscono social e TV generaliste, dove però spesso il rischio è quello di imbattersi in teorie già preconfezionate e pronte per l’asporto; più specifica, se invece si ha il tempo e la voglia di approfondire su siti specialistici o su quotidiani che prevedono un certo contraddittorio.

Alla fine, il cittadino medio, con poco tempo a disposizione, finirà per essere risucchiato suo malgrado dentro questo infinito polverone mainstream, in cui le ragioni del sì e quelle del no vengono sfornate a ogni ora del giorno e condite per bene con le argomentazioni che più aggradano all’una o all’altra parte. Il cittadino capirà ovviamente molto poco, ma intuirà che i propri beniamini – perlomeno quelli di cui ha imparato a fidarsi di più – non possono tradirlo. E, in assenza di controprove scientifiche, se ne convincerà. Ed è così che, come per tutte le altre volte, anche in questo caso i politici si riveleranno “sostituti rappresentanti”: cioè, indirettamente, saranno – paradossalmente – loro a decidere come la pensiamo noi.

Il paradosso è in effetti servito: il referendum, da moto di coscienza, si trasforma in voto per procura. O anche per partito preso. Senza magari aver capito – perché non se ne hanno gli strumenti né, molte volte, la voglia – le varie implicazioni.

L’impressione è che anche il referendum del 22 e 23 marzo sia destinato a incanalarsi in questa direzione. E a diventare quindi un voto, come è stato detto da molti, pro o contro il governo. Probabilmente entrambe le parti – i comitati sostenitori del sì e quelli sostenitori del no – avranno anche le loro buone ragioni. Da una parte e dall’altra si ingegneranno a trovare la via nobile per spiegare la bontà della riforma; oppure, dall’altra, arroccandosi nella difesa dello status quo. Perché se i padri fondatori della Repubblica, in primis antifascisti e democratici, nel dopoguerra, hanno disegnato la magistratura in questo modo, un motivo ci sarà pure stato.

Dall’altro lato, quelli per il sì sostengono che la separazione delle carriere e i due percorsi di formazione diversi – per giudici da un lato e pubblici ministeri dall’altro – sono la regola in Europa e altrove nel mondo “democratico”. E che dunque non c’è nulla di male nel voler separare quello che oggi è un monolite: la Magistratura. Il sì, infatti, vorrebbe creare due magistrature con due organi di controllo indipendenti.

Il fronte del no, invece, la vede come un tentativo di minare l’unità e l’indipendenza della Magistratura e, così facendo, avvicinare l’organo accusatorio – i pubblici ministeri – sotto l’ala del governo. Se non dipendente direttamente, almeno condizionabile nei tempi e nei modi. Cosa che, nei fatti, dicono quelli del no, limiterebbe la libertà dell’impianto accusatorio.

Altra vexata quaestio è quella del fronte del sì che propende per il sorteggio dei membri degli organi di controllo. Argomento che è fumo negli occhi per il fronte del no, che in questo vede una limitazione alle scelte politiche interne, finora dettate democraticamente dalle varie correnti di appartenenza dei magistrati.

Insomma, per il fronte del no ce n’è abbastanza per mettersi di traverso. E a mio avviso, a buona ragione.

A questo punto occorre ricordare, almeno per sommi capi, gli scivoloni involontari del ministro Nordio, in cui si è imbattuto, con ingenuità o genuina franchezza. In un caso riconoscendo – in modo piuttosto trasparente – che la riforma non inciderà in modo significativo sull’efficienza operativa della magistratura, spesso alle prese con ritardi e lungaggini burocratiche che fanno durare i processi anni. Argomento che già di per sé indebolisce il tentativo di riforma: perché, ci si potrebbe chiedere, se non serve a migliorare operatività e qualità, a cosa dovrebbe servire?

E qui va citato in sequenza il secondo scivolone del ministro Nordio, che se non altro gli è valso il simpatico soprannome di “posa il fiasco”. Stavolta lo scivolone è forse più grave del primo: nel tentativo di ingraziarsi il Partito Democratico, si è lasciato scappare che anche l’opposizione potrebbe avere dei vantaggi in caso di vittoria del sì. Insomma, non un grande stratega di marketing il ministro Nordio: pasticcione, poco a suo agio con i giornalisti e in difficoltà con il public speech.

Di recente, poi, un’altra dichiarazione goffa oltre che grave, che non lascia adito a dubbi, proviene dal suo capo di Gabinetto, Giusi Bartolozzi, che l’altro ieri si lascia scappare nel corso di una diretta TV le seguenti parole: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”. Definendo poi alcuni settori della magistratura come un “plotone d’esecuzione”. Da lì apriti cielo. Il classico caos in cui l’opposizione non può che andare a nozze, soprattutto quando può unire i puntini senza troppa fatica.

E così, senza troppa fatica, l’opposizione si ritrova ad addebitare a questa destra arruffona il tentativo di modificare gli equilibri dei poteri. Perché, se indebolisci la Magistratura, oltre a conservare nel cassetto quel sogno mai dimenticato della repubblica presidenziale – svuotando così di significato un’altra istituzione di garanzia, quella del Presidente della Repubblica – allora il disegno diventa più chiaro, riconoscibile. E di conseguenza, sgamabile. Il governo avrebbe cioè buon gioco contro gli altri due baluardi della democrazia. Un’analisi probabilmente forzata, ma che non per questo potrebbe rivelarsi infondata.

Insomma, di motivi per votare no se ne trovano a bizzeffe, soprattutto perché il sì – ripeto, per stessa ammissione dei proponenti – non garantisce un passaggio automatico di efficienza e potrebbe invece rappresentare il classico salto nel buio. E allora, personalmente, quando è così, sarei tentato di lasciare tutto per com’è. Non perché lo status quo sia la perfezione – non lo è quasi mai – ma perché, per cambiare ciò che per quasi 80 anni ha funzionato, con tutte le difficoltà del caso, mi dovranno convincere con argomenti ben più precisi e circostanziati.

Non certo citando – a sproposito e senza alcun senso – il caso della “famiglia della casa nel bosco” come cattiva gestione dell’attuale magistratura. Unico e ultimo disperato argomento, che nulla c’entra con i quesiti del referendum, ma che serve a Meloni & co. per agitare le acque e mettere tutta la magistratura in cattiva luce.

Possiamo giurarci che da qui al referendum l’argomento “casa del bosco” sarà cavalcato dal governo senza soluzione di continuità e, ça va sans dire, senza alcun ritegno.

In fondo, in ultima analisi, quello che questa destra continua a non digerire è forse l’idea che la giustizia sia davvero uguale per tutti. Una battaglia già tentata da Berlusconi, che come Napoleone a Waterloo finì per lasciarci le penne. E chissà quale strascico ci potrà riservare stavolta il fatidico day after.