La premier “non condivide né condanna” l’attacco all’Iran: così la sicurezza da sempre esibita si infrange sulla realpolitik

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il «non condivido né condanno» di Giorgia Meloni è la frase che segnala il punto di caduta del melonismo prima versione, quello che aveva le idee chiarissime (e nessuna intenzione di nasconderle) sui fatti del mondo, dell’Europa, dell’Italia e giù giù fino ai fatterelli della cronaca nera, delle liti da cortile, persino degli show musicali.
In quella vecchia modalità, il fronte su cui collocare la destra era sempre chiaro, il pensiero sempre netto, qualunque fosse il tema e soprattutto su ogni iniziativa collegata al trumpismo: le invettive di JD Vance contro l’Europa («Siamo d’accordo, l’Europa si è un po’ persa»), il blitz americano in Venezuela («Legittimo intervento di natura difensiva»), l’annuncio di una possibile annessione della Groenlandia (uno sbaglio legato a un «errore di comprensione e di comunicazione»). Ora la presa di posizione assertiva è un lusso che il centrodestra non può più permettersi, in nessuna delle sue componenti, e infatti la ritirata dal giudizio è collettiva, un non possumus politico che riguarda un po’ tutti.
La Lega archivia la prima reazione istintiva di Matteo Salvini – «Chi è intervenuto in Iran ha fatto bene» – e ai suoi raccomanda di evitare ogni commento sulla guerra, che se la spiccino quelli che fanno la politica estera, cioè Meloni e Tajani. Forza Italia fa finta di non aver letto le parole di Marina Berlusconi sulla «guerra sciagurata», che pure sono state scritte e si inseriscono in una linea critica molto precisa della Cavaliera al trumpismo fondato su «legge del più forte, prevaricazione, affarismo». Fratelli d’Italia si chiude a riccio sugli affari correnti, le bollette, i rincari, le scorte di gas, le accise mobili e il prossimo decreto in materia, e anche qui non si capisce se sia disponibile a una gestione emergenziale della crisi, cercando l’accordo con le opposizioni, oppure se preferisca ancora una volta far da sé in nome dell’autosufficienza della maggioranza.
Il «non condivido e non condanno» è il riassunto di questi impicci e lo schermo dietro al quale si nasconde la crisi di tre grandi ambizioni di Palazzo Chigi. La prima è il ruolo ponte italiano nelle relazioni fra la Casa Bianca e l’Europa, con l’idea di gestire la vicinanza a Trump come risorsa vantaggiosa, da spendere con furbizia ai tavoli dell’Unione: ma che “amicizia speciale” è se Roma viene tenuta all’oscuro di un attacco come ogni altra capitale, Parigi, Londra, Madrid?
Il secondo crash riguarda l’aspirazione della destra a farsi interprete privilegiata del mondo cattolico, presidio di valori in assoluta sintonia con la tradizione religiosa italiana. Un desiderio sfiorito pian piano con Gaza, con il Venezuela, con il no della Santa Sede al Board of Peace, e infine fulminato dall’aperta condanna del Segretario di Stato Pietro Parolin sull’uso della forza militare come arma preventiva in Iran.
Il terzo e forse più rilevante strappo riguarda il racconto che questa maggioranza, questo esecutivo, questa premier, hanno fatto di se stessi e del superiore valore di un governo politico rispetto a ogni altra formula del passato: come difenderlo d’ora in poi? Rinunciare al giudizio politico su una guerra è un atto normale per un esecutivo tecnico, non certo per una maggioranza che ha sempre esibito le sue sicurezze sul dove, come e perché schierarsi.
Per la prima volta, davanti all’immenso putiferio suscitato dall’attacco all’Iran, le esigenze di realpolitik sono entrate in conflitto con i tratti identitari coltivati dalla destra italiana (nella sua più recente versione: in passato le cose erano un po’ diverse). L’identità guarda a Trump, alle sue guerre, alla rivendicazione di supervisionare le scelte di ogni Paese che gli interessa (in Venezuela e in Iran ma pure in Europa dove tifa apertamente per Afd e Fidesz), al suo attacco alle mollezze europee, alla sua propaganda che mischia videogame e bombe vere, con istintiva vicinanza: è il presidente che sfida il cosiddetto buonismo e impone un nuovo mainstream fondato sulla forza del leader e sulla sua capacità di decidere per il bene di tutti, contro il sistema che lo vorrebbe ingabbiare in regole desuete. La realpolitik dice: Trump spaventa gli italiani, gli porta la guerra in casa, li impoverisce, e per di più finora ha fatto perdere ogni forza politica che si è collegata a lui, dall’Australia al Canada.
Il «non condivido e non condanno» arriva qui, a questo punto. Molti lo hanno paragonato all’antico ne-neismo, «né con lo Stato né con le Br» di un pezzo della sinistra intellettuale, molti parlano di ignavia, apatia, e i più generosi fanno riferimento agli equilibrismi mediterranei della vecchia Dc che ci misero al riparo dagli attentati di matrice palestinese e poi islamica. Ciascuno sceglierà la sua versione, ma forse la traccia è più semplice: l’Italia è da sempre il Paese del barcamenarsi nelle crisi, il governo Meloni non fa eccezione.
Alleluia! Anche Perina sta scendendo dal carro!!! Avanti il prossimo…
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