(di Michele Serra – repubblica.it) – Buona parte dei ceti urbani, gli studenti, le attiviste per i diritti delle donne. Gli intellettuali esuli, gli artisti, le scrittrici, i cineasti, parte degli sportivi che, viaggiando per il mondo, hanno potuto aprire la mente. L’opposizione iraniana, grosso modo, la conosciamo, anzi la riconosciamo. E la sosteniamo per ragioni al tempo stesso semplici e gravi: perché è istintivo sostenere la libertà e i diritti delle persone libere, specie se martirizzate da un regime. Abbiamo familiarità con quel genere di idee, la libertà di espressione, la libertà di credere o non credere in una religione. La libertà di ballare e di sciogliere i capelli.

Quella che conosciamo di meno è la porzione di popolo (non piccola) che per quel regime parteggia. Le masse rurali, gli ossequenti confessionali, gli assoggettati al potere in quanto potere, la fanteria dei militanti religiosi, i nazionalisti aggressivi, i rassegnati irriflessivi, gli spaventati dalla modernità. Quelli con i quali non sapremmo parlare, ai quali non sapremmo cosa dire, mentre non c’è esule persiano, o studentessa di Teheran, con la quale non potremmo capirci al volo. È una zona d’ombra, quella dei devoti al regime (ai regimi) della quale sappiamo poco: eppure è anche lì che si deciderà il futuro di quel Paese antico e affascinante.

Le città sono aperte e cosmopolite; e tutto ciò che non è città (vale anche per gli Usa, anche per la Russia) ci sembra un mistero tenebroso, pericoloso. È in quei luoghi non mediatici che fiorisce, soprattutto, il consenso per l’Autorità, la Tradizione, la Religione e la Nazione. Là non ci si ribella, se non alla modernità. E la libertà sembra uno sfizio da studenti, o da ragazze da rimettere in riga.