L’effetto domino delle guerre. Le ragioni del più forte che prevalgono sulle libertà. Il giurista ragiona sul disordine mondiale

Gustavo Zagrebelsky: “Viviamo nell’era della prepotenza, ma si può risalire”

(di Simonetta Fiori – repubblica.it) – TORINO – “Siamo entrati nell’era della prepotenza che non conosce limiti, ma attenzione a non cedere al realismo di chi si arrende o ci naviga dentro. Questo realismo si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”, dice Gustavo Zagrebelsky. I venti di guerra arrivano in questo bel palazzo torinese di inizio Ottocento, proiettato su una facciata antonelliana che invita a ragionamenti limpidi, geometricamente composti. “Al tema dei conflitti nella storia stavo lavorando per un mio libretto, quando è arrivato il bombardamento in Iran di Stati Uniti e Israele. Se siamo sull’orlo della terza guerra mondiale? L’esperienza ci insegna che ogni guerra, anche la più minuscola, ha un “effetto domino” dagli esiti imprevedibili”. Sul tavolo una colonnina di libri che parlano della fine della democrazia, della fine del diritto internazionale, della fine del vecchio ordine mondiale. Il professore li guarda, con un moto di insofferenza. “Basta con questo crogiolarsi nel finis mundi. Non se ne può più!”.

Ma non siamo davanti a una rottura della storia, a un cambiamento d’epoca?

“No, non lo credo. Perché la nozione di rottura contiene in sé l’idea dell’irrimediabilità, come se non ci fosse più niente da fare. Direi meglio: siamo in una fase di discesa nell’abisso da cui però non è escluso che si possa risalire. Il pendolo della storia ci insegna che ad azione corrisponde reazione. E il nostro dovere di intellettuali oggi è ricordare che esiste un’alternativa alla rassegnazione: altrimenti cediamo a quello che Julien Benda ha chiamato il tradimento dei chierici. Il futuro non è già scritto una volta per tutte. Il futuro dipende da noi. Ex malo bonum. Dal male bisogna ricavare il bene”.

Però dobbiamo riconoscere che tutto quello che abbiamo alle spalle è venuto meno: la fiducia nella democrazia, il diritto internazionale, gli organismi a tutela della pace.

“Ma con quale spirito lo diciamo? Bisogna distinguere tra gi idealisti, che lamentano il disordine mondiale nella prospettiva di porvi riparo. E i realisti che invece alzano le braccia in un atteggiamento di resa: così va il mondo, bisogna adeguarsi; c’è la guerra, bisogna armarsi. Una siderale distanza morale separa i due atteggiamenti mentali. Oggi nella testa dei nostri governanti prevale questo secondo atteggiamento”.

Un atteggiamento espresso dall’infelice frase del ministro degli esteri Tajani: il diritto internazionale vale fino a un certo punto.

“Il diritto vale o non vale. E, poi, chi stabilisce il punto oltre il quale non vale più’? Qualche giorno fa, durante il dibattito parlamentare, il ministro della Difesa Crosetto è caduto nello stesso errore, dicendo quasi con nonchalance: ‘certo che l’attacco in Iran è stato fuori del diritto internazionale’. Perché usare l’eufemismo ‘fuori’? Rispetto al diritto che dice che cosa è lecito e che cosa non lo è, o sei dentro o sei contro. E poi perché parlarne con tanta leggerezza? Non stai cianciando. Un importante esponente del governo che dice al Parlamento che è in atto un’azione bellica contro il diritto internazionale ne dovrebbe trarre le conseguenze, con la condanna esplicita dei paesi aggressori. E non dovrebbe arrendersi al fatto compiuto, vivacchiando dentro il perimetro bellico disegnato dai prepotenti. Il realismo, dicevamo all’inizio, alla fine si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”.

La presidente del Consiglio ripete che non siamo in guerra e non dobbiamo entrarci.

“Non condivide ma non condanna. Prende atto che c’è chi del diritto si fa beffe, ma si guarda bene dal condannare. Anzi aggiunge che come lei, tranne Sánchez, fanno tutti gli altri paesi europei. Così fan tutti. E nel frattempo il governo attrezza le forze armate perché il conflitto può riguardarci, mentre Trump dichiara, come riferisce il Corriere, che dalla sua amica italiana si aspetta fedeltà”.

“Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra: l’hanno detto in tanti, anche la presidente italiana.

“Forse ignorano che la pace a cui si riferisce il detto latino è la pax romana, ossia la pace fondata sul dominio imperiale, cioè sull’arbitrio dei più forti. Non è la pace basata sulla verità e sulla giustizia tra i popoli. A quella frase oggi molto citata dovremmo opporne un’altra, usando una parola che nel latino classico non esiste: ‘si vis pacem, para …. democratiam’, se vuoi la pace prepara la democrazia. Pace e democrazia sono due lati della stessa medaglia”.

Non è un caso che le guerre esplodano con il diffondersi delle autocrazie. Putin è stato il primo a portare il conflitto in Europa.

“Le guerre esprimono il massimo della diseguaglianza perché chi le decide non le fa, manda gli altri a farle. La democrazia è la forma istituzionale che più garantisce l’eguaglianza e di conseguenza la pace. Ma non aiuta la pace chi allestisce una ‘santa barbara’ per impressionare il nemico: le armi, perché facciano paura, devi essere disposto a usarle. Mi riferisco alla corsa europea agli armamenti, in nome della pace universale. È come riempire di benzina un barile con l’intenzione dichiarata di spegnere il fuoco. Senza poi considerare lo scandalo etico delle armi in Borsa”.

Cosa intende?

“Durante le guerre, gli investimenti che garantiscono sicuri profitti sono quelli nelle azioni delle aziende produttrici di armi. Ma è una vergogna: sono soldi che nascono da morti e devastazioni. Ce ne rendiamo conto? Se potessi, proporrei una legge per evitare questo obbrobrio: le aziende d’armi dovrebbero, se mai, lavorare per il governo, senza fini di lucro. La nostra, si dice, è un’epoca apocalittica, nel senso originario del disvelamento che mette di fronte la realtà, senza via di scampo: ora possiamo vedere con limpidezza la civiltà che abbiamo edificato, una costruzione nel segno del dominio e della rapacità. L’arricchimento non per mezzo di produzione di beni, ma per mezzo della distruzione di vite. Vogliamo dirlo: questo è il capitalismo che abbiamo”.

Prima faceva riferimento all’effetto domino delle guerre.

“La storia ci insegna che la scintilla più piccola può accendere un conflitto mondiale. Ne è un esempio la Grande Guerra: chi poteva immaginare che dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando sarebbe scaturita una conflagrazione di quelle proporzioni? Nessuno la voleva. Lo stesso sta accadendo adesso: il misfatto del 7 ottobre ha originato una guerra che si generalizza. Le conseguenze di qualunque scontro bellico sono sempre fuori controllo, perché poi sulla guerra c’è chi specula, cercando il proprio utile. E questa espansione a macchia d’olio è difficile da circoscrivere, soprattutto nel mondo globalizzato, caratterizzato da innumerevoli connessioni politiche, ideologiche ed economiche”.

A proposito della Grande Guerra, la convince l’analogia tra le nostre classi dirigenti e “i sonnambuli” evocati dallo storico Christopher Clark in riferimento ad ambasciatori e governanti di primo Novecento? Presentivano il disastro, ma non furono in grado di evitarlo.

“Siamo sull’orlo dell’abisso, ha detto Crosetto. Ma siamo capaci di svegliarci in tempo per non caderci dentro? Una forma di sonnambulismo l’ho riscontrata quando il ministro della Difesa ha detto – a proposito del possibile impiego bellico delle basi militari americane in Italia – che in caso di richiesta ci sarebbe stato il voto parlamentare, ma non ha aggiunto quale sarebbe la posizione del governo. In apparenza è una scelta saggia. In realtà inquietante, perché implica uno scarico di responsabilità, un navigare senza meta. Lei parla di sonnambuli; io aggiungerei la ‘nave dei folli’, un’immagine diffusa nel Medioevo. Si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli che invade i paesaggi familiari: minacce e derisioni, vertiginosa e ridicola irragionevolezza”.

A che cosa allude?

“Spetta al governo far rispettare le clausole degli accordi internazionali che non prevedono l’uso delle basi per muovere guerra a un paese sovrano. Semmai si pone il problema di cambiare queste regole, ma non può essere un qualsiasi voto parlamentare a farlo: la modifica degli accordi internazionali richiede una procedura complessa, sotto lo sguardo vigile del capo dello Stato alla luce del ‘ripudio della guerra’ scritto nell’articolo 11 della Costituzione”.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

“Una formula molto chiara, nata da un impulso morale, condiviso dalla totalità dei costituenti all’indomani della devastazione della guerra. Tutti avevano bruciante memoria di morti, dolori, fame e privazioni, atrocità che sempre accompagnano tutte le guerre. Oggi questa memoria non ci appartiene più, sostituita da un ricordo di seconda o terza mano, filtrato dai libri, dal cinema, dalla Tv. Non è un qualcosa di impresso a fuoco – è il caso di dirlo – nei nostri corpi e nella nostra mente. Anche in questo caso interviene una sorta di sonnambulismo, che porta i governanti a parlare di pace e guerra con tanta leggerezza”.

Però nel tempo sono stati accostati alla guerra diversi aggettivi: guerra difensiva, guerra preventiva, guerra giusta. In occasione della prima guerra del Golfo, dopo l’invasione in Kuwait di Saddam Hussein, il suo maestro Bobbio parlò di guerra giusta a proposito dell’attacco americano a Baghdad.

“Nel tempo l’articolo 11 è diventato il bersaglio di un tiro a segno incessante da parte dei giuristi, con l’effetto di svuotare del suo valore etico un articolo che possiede una formidabile limpidezza morale. Quanto a Bobbio, egli stesso, successivamente, giudicò quella sua sortita ‘un passo più lungo della gamba’. Tengo a ricordare che uno dei suoi libri più celebri mette in discussione la distinzione tra guerra giusta e ingiusta, essendo la guerra un male in sé dopo l’atomica. Ma forse abbiamo perso memoria di quei corpi che d’improvviso s’incendiano come torce umane. L’alternativa non è più tra guerra giusta e ingiusta, ma tra vita e orrore”.

I sondaggi dicono che gli italiani in larghissima maggioranza disapprovano l’attacco americano.

“Forse, non abbastanza. Altrimenti scenderebbe nelle piazze a urlare che le guerre non si fanno. E che coloro che le muovono e permettono sono potenziali assassini. La guerra in Vietnam è finita per molte ragioni, ma non è stata irrilevante la ribellione dei più giovani”.

Sento già arrivare l’obiezione dei cosiddetti “realisti”: voi idealisti siete solo delle anime belle. “La mentalità bellica è entrata così pervasivamente nelle nostre teste da farci dimenticare che le guerre non sono ineluttabili, non sono frutto di un destino crudele. Appartengono alla storia dell’umanità, ma non sono prodotto di natura o biologia. Non c’entra un irresistibile istinto di morte di cui parlava Freud, perché dentro di noi agisce fortissimo anche l’istinto di vita. Gli esseri umani possono decidere se fare guerra o fare pace. Dipende da noi”.

Anche qui la storia ci insegna che gli esseri umani non sono fatti per le guerre: un’altissima percentuale di chi ha combattuto in prima linea, nella seconda guerra mondiale, è finita negli ospedali psichiatrici.

“E infatti – come ho detto prima – chi decide le guerre manda gli altri a farle. Quasi sempre nel nome di un dio, il proprio. Ha visto la scena di Trump nello studio ovale con le mani dei pastori evangelici poggiate sulle sue spalle? Anche gli attacchi in Iran rispondono dunque alla volontà divina? A questo proposito vorrei aggiungere che le guerre non sono mai fatte invocando il valore della guerra, ma sempre in nome della pace. Nel 1936, quando Addis Abeba cadde e la guerra d’Etiopia finì, Mussolini disse che finalmente la pace giusta era raggiunta. Perfino Hitler e il suo megafono Goebbels dicevano che la Germania, con la guerra, aspirava a una pace onorevole. Questo che cosa vuol dire? Dal punto di vista ideale, la pace vale sempre più della guerra”.

L’Europa cosa dovrebbe fare?

“Se vuole avere un ruolo, non lo ottiene solo armandosi fino ai denti, ma mantenendo vivo ciò che di buono ha espresso nella storia. Il premier spagnolo Sánchez è stato capace di dire un chiarissimo no a questa guerra, dando voce agli idealisti che alla fine sono la maggioranza. Gli altri, i realisti che navigano intorno alla guerra per averne il minor danno, se non il maggior guadagno, tradiscono l’Europa. Tradiscono quell’Europa che tra tante aberrazioni è pur sempre una sede ideale di ciò che c’è di buono nella cultura politica dell’Occidente: diritti umani, giustizia sociale, rispetto per i popoli, laicità. E, appunto, la pace”.