Il Sì apre una pagina del tutto inedita sulla prospettiva disciplinare a carico dei magistrati, probabilmente quella più densa di incertezze e preoccupazioni. I processi disciplinari sono il cuore dell’autonomia ed indipendenza della magistratura. Quale sarà la cifra del controllo disciplinare è un interrogativo in larga parte ignoto

Marco patarnello, Magistrato – editorialedomani.it) – Nei giorni scorsi ci siamo già occupati di cosa succederebbe se vincesse il No. E se, al contrario, vincesse il Sì? L’ideazione del Csm come organo di governo autonomo dalla magistratura, aperto alla relazione con le professioni giuridiche e con il parlamento, presieduto dal capo dello Stato e composto da magistrati eletti, selezionati con le regole della democrazia, è stata una delle intuizioni più innovative del Costituente del 1948 ed ha segnato profondamente quello che sarebbe stato il cammino della magistratura italiana del Dopoguerra. Un cammino straordinario, a cui sono onorato di aver potuto partecipare. L’apertura della magistratura alla crescita democratica interna e alla relazione con la società è stato il respiro che ha reso vivo questo ordine, che ne ha contrastato la prospettiva corporativa e che ha aperto la strada ad una lettura della Costituzione non come un insieme di principi programmatici, ma come un catalogo di diritti concretamente attivabili. Con il sorteggio dei componenti togati del Csm quella pagina si chiude e se ne apre un’altra. Quali saranno i tratti caratteristici di questa nuova pagina nessuno può dirlo con certezza: abbandonare il metodo democratico è un salto nel buio.
Cattivi presagi
Vi sono, però, molti cattivi presagi. Il più grave di essi è dato dal fatto che la virata verso il sorteggio (e dunque verso una prospettiva a-politica nel senso valoriale del termine) è unilaterale: la componente dei magistrati sarà selezionata dal caso, quella dei “laici” sarà selezionata dal parlamento e dunque dalla politica. Questa pericolosa asimmetria è il viatico per il controllo politico della magistratura ed è quella che ha fatto dire al ministro della Giustizia che questa riforma domani servirà anche a chi oggi è all’opposizione.
Il Sì porta via con sé anche la figura di pubblico ministero che abbiamo conosciuto e che in questi decenni del Dopoguerra, con un faticoso percorso di crescita, ci ha consentito di affrontare le indagini sulle stragi, l’emergenza del terrorismo e della mafia restando saldamente ancorati a una prospettiva processuale penale democratica, indipendente, complessivamente piuttosto affidabile e rispettosa dei diritti: non un accusatore alla ricerca di un colpevole, ma un magistrato alla ricerca della verità, per ciò che questa impegnativa e insidiosa parola può significare all’interno del processo penale.
Il Sì apre, infine, una pagina del tutto inedita sulla prospettiva disciplinare a carico dei magistrati, probabilmente quella più densa di incertezze e preoccupazioni. I processi disciplinari sono il cuore dell’autonomia ed indipendenza della magistratura. Quale sarà la cifra del controllo disciplinare è un interrogativo in larga parte ignoto, in quanto affidato alle leggi attuative della riforma, che arriveranno a breve e che il governo non ha inteso far conoscere, se non quanto basta a capire che anche su questo versante saranno i laici i protagonisti principali.
Queste prospettive potrebbero essere corrette con la legislazione ordinaria successiva? Solo in minima parte. Per quanto attiene ai laici, la realizzazione di una rosa circoscritta o di una rosa più ampia, difficilmente potrà spostare la sostanza della selezione: è facile pronosticare che la nomina dal parlamento con maggioranza semplice, con successivo sorteggio, condurrà ad una falange politicamente molto omogenea e agguerrita, a meno di fantasiosi scenari che introducano una maggioranza qualificata per la nomina. Ciò che – in teoria – la legislazione ordinaria potrebbe effettivamente correggere è la natura “secca” del sorteggio per i magistrati, temperandone il rigore con l’introduzione di meccanismi selettivi a carattere elettivo, introducendo forme di sorteggio “temperato”, in analogia con quanto stabilito per i laici. Questa prospettiva lascerebbe intonso il messaggio culturale di spregio al principio democratico, ma potrebbe consentirne l’abbozzo di un suo recupero.
È facile, però, pronosticare che le cose non andrebbero così: il senso dell’intervento riformatore è stato descritto con lucidità e franchezza da tutti i protagonisti che l’hanno voluto e può essere sintetizzato efficacemente col motto «chi vince prende tutto, anche il controllo della giurisdizione».
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