
(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – L’ansia per il controllo delle riserve petrolifere, coerentemente con quanto accaduto in Venezuela, potrebbe essere uno dei fattori più plausibili alla base del conflitto. L’Iran possiede infatti tra le maggiori riserve di petrolio al mondo, e una destabilizzazione del Golfo Persico farebbe inevitabilmente salire i prezzi dell’energia, favorendo gli Stati Uniti in quanto esportatori netti.
Inoltre, una guerra prolungata e dagli esiti imprevedibili penalizzerebbe molto la Cina, grande importatrice di petrolio e principale destinataria delle esportazioni iraniane e, prima, venezuelane. In questa prospettiva, l’operazione in Iran potrebbe inserirsi in una più ampia strategia di contenimento di Pechino, incidendo sulla stabilità delle sue forniture energetiche e rafforzando la pressione sull’asse russo-cinese.
Se l’Iran avesse accettato di interrompere o ridurre fortemente le forniture alla Cina, sullo stile venezuelano, forse gli USA avrebbero avuto qualche possibilità in più per resistere a quelle che sembrano essere sempre più follie teocratiche fondamentaliste di Israele[1].
Tuttavia, il coacervo di relazioni e di prospettive geopolitiche esistenti tra Stati Uniti e Israele – di cui si ignora la profondità ma si può ben immaginare anche alla luce della vicenda Epstein – impediscono ad oggi l’esatta comprensione dei moventi reali dell’ingiustificata aggressione contro la Repubblica iraniana, e il quadro si riempie sempre più di elementi molto inquietanti se davvero è bastata una telefonata di Netanyahu a Trump per sconvolgere il Medio Oriente[2].
Però da questa ulteriore vicenda provocata dai due alleati emerge il consolidarsi di due elementi, di cui uno perfettamente conosciuto e che di nuovo si manifesta, e cioè l’importanza della narrazione della realtà.
Il secondo è invece il definitivo imporsi di un modello di gestione delle relazioni internazionali basato sull’eliminazione fisica dei vertici politici e militari di Stati sovrani, fatto definitivamente normalizzato come strumento di intervento.
L’assassinio della Guida Suprema iraniana, Alì Khamenei, avvenuto attraverso un bombardamento mirato proprio mentre si stavano sviluppando canali negoziali tra le parti, assume un significato politico particolarmente rilevante. L’attacco si è verificato nel momento in cui la leadership iraniana stava promuovendo incontri ai più alti livelli per sostenere il processo negoziale. La risposta a quegli sviluppi ha invece colpito direttamente il nucleo decisionale dello Stato, con lo scopo di alterare profondamente il quadro istituzionale e strategico iraniano.
Per decenni, l’equilibrio tra le grandi potenze ha avuto come fine ultimo il contenimento dell’escalation entro un determinato limite oltre il quale ci sarebbe stato il reale rischio di compromettere l’intero sistema internazionale. Quindi mai i vertici politici degli Stati sarebbero potuti diventare bersagli diretti. Il conflitto poteva essere tollerato entro determinati confini, e colpire fisicamente la leadership veniva considerato un passaggio capace di produrre costi sistemici superiori ai possibili vantaggi. Gli avvenimenti recenti sembrano indicare che quella soglia non esiste più, e il negoziato e la diplomazia perdono di ogni significato.
Lo schema è chiaramente sovrapponibile a quello della narrazione da film western: quando lo sceriffo arriva, identifica i cattivi e li elimina per ristabilire l’ordine[3].
La legittimazione di fatto dell’eliminazione di un leader al vertice di uno Stato si trasforma non solo in un obiettivo ritenuto accettabile, ma perfino in un episodio oggetto di ironia pubblica. In questo senso non può non suscitare particolare sconcerto la reazione del presidente argentino Javier Milei, che ha diffuso un video dai toni provocatori, fortemente inappropriati rispetto alla gravità degli eventi, ed anche indicatori di un suo malessere psichico[4].
Nel modo particolarmente indecoroso con cui Javier Milei si è espresso, tanto più grave considerando il ruolo istituzionale che ricopre alla guida di un Paese rilevante, emerge anche il tema della narrazione al pubblico e della reazione di quest’ultimo, espressa nella forme più volgari e triviali.
La costruzione narrativa degli eventi da parte dei governi, finalizzata a legittimare le proprie scelte politiche o a delegittimare l’avversario, costituisce un elemento costante nella storia delle relazioni umane e politiche. Tuttavia, tra la fine del Novecento e il primo quarto del XXI secolo, essa ha assunto una funzione particolarmente delicata e di fatto più pericolosa, operando in un contesto privo di quei contrappesi politici, ideologici e istituzionali che in passato ne limitavano almeno in parte gli effetti.
In questo senso va riconosciuta al cancelliere tedesco Friedrich Merz una franchezza che appare disarmante. La sua chiarezza nell’argomentare l’adesione a questo schema dovrebbe far riflettere. Merz ha affermato che Stati Uniti ed Europa devono iniziare a pianificare il futuro dell’Iran e dell’intera regione dopo che i raid congiunti di Washington e Tel Aviv hanno ucciso la Guida Suprema iraniana e, sostenendo esplicitamente gli obiettivi statunitensi di porre fine al programma nucleare di Teheran, ha chiarito che “non è questo il momento di fare la morale a partner e alleati”[5]. La sua è una posizione netta, l’azione è stata compiuta, si è eliminato il vertice iraniano e ora si tratta di gestirne le conseguenze e di disegnare il “giorno dopo” per quel popolo.
Per altro verso, le parole di Ursula von der Leyen rivelano tutta l’ipocrisia della narrazione europeista, basata su un falso moralismo. In un suo post su X ha invocato i diritti umani e le “aspirazioni democratiche del popolo iraniano” immediatamente dopo l’uccisione del vertice politico di uno Stato sovrano. La retorica radicata sulla “transizione credibile” per il futuro assetto politico dell’Iran declassa l’assassinio della leadership di un Paese sovrano a mero passaggio tecnico verso la democrazia[6].
Kaja Kallas come al solito non ha perso l’occasione per fare sfoggio della sua irresponsabile pochezza, e all’inizio dei bombardamenti da parte della coalizione Epstein[7], ha usato un linguaggio fortemente accusatorio nei confronti di Teheran, parlando di “regime”, di minaccia globale e di responsabilità dirette per migliaia di morti. Si è ormai imposto come formula ricorrente il richiamo alla presunta repressione sanguinosa delle proteste iraniane, spesso accompagnato da cifre presentate in modo sensazionalistico ma prive di qualsiasi solido supporto probatorio che non siano le veline anglo-sioniste. I numeri cambiano infatti con estrema disinvoltura, da 32.000 a 42.000 persone uccise, a seconda del giornale che le presenta o del talk show in cui vengono evocati senza un minimo di riscontro indipendente.
Quindi Kaja Kallas ha definito la morte della Guida Suprema iraniana “un momento decisivo” e “un cammino aperto a un Iran diverso”, sancendo la liceità dell’eliminazione violenta del vertice di uno Stato e trasformandola in un’opportunità storica[8].
Il livello di follia che si è radicato in Occidente lo ha ben compreso lo stesso Zelensky, che lo sfrutta senza alcuna remora. Nel suo messaggio natalizio ha evocato la fine del presidente della Federazione Russa e la sua uscita è stata accolta con normalità e compiacimento dall’establishment europeo, come perfettamente allineata al clima politico che oggi domina nel Vecchio Continente[9].
Le parole di Zelensky sull’uccisione di Khamenei confermano questa linea e la rendono ancora più esplicita. Ha considerato l’uccisione di Khamenei “un’opportunità di cambiamento” per l’Iran che deve essere “usata correttamente”, sottolineando che l’intelligence ucraina e il ministero degli Esteri stanno monitorando ogni sviluppo e coordinandosi con i partner, al fine di inserirsi attivamente nella dinamica di ridefinizione degli equilibri regionali.
Lo stesso Zelensky – si potrebbe dire con grande faccia tosta – descrive il regime iraniano come responsabile di repressioni interne e, ovviamente, il sostegno militare fornito alla Russia ha “determinato” il destino di quel Paese, mentre adesso si apre un’opportunità “a sostegno delle persone e della vita” (sic!) [10].
Davvero, sul piano della distorsione narrativa, sembra difficile immaginare qualcosa di più efficace di quanto stiamo vedendo. Orwell avrebbe riconosciuto immediatamente il meccanismo: la guerra che diventa pace e positivo cambiamento, l’eliminazione di una leadership che si trasforma in “opportunità democratica”, la destabilizzazione che viene raccontata come apertura alla libertà.
Proprio in quest’ottica Giorgia Meloni non solo si è ovviamente astenuta dal rivolgere qualsiasi lieve critica all’operato di Israele e USA ma è arrivata, in maniera alquanto grottesca e insultando l’intelligenza di chi ascolta, ad imputare l’aggressione all’Iran alla responsabilità di Putin[11], tanto per non dimenticare che all’inizio di tutto c’è un aggressore e un aggredito. Però, così facendo ha evitato di parlare della pochezza del suo governo, plasticamente rappresentata dalla vicenda che ha coinvolto il ministro alla difesa Guido Crosetto. Quando sarà il momento, non negheranno l’uso delle basi USA in Italia.
Più significativa, in questo quadro, appare la posizione assunta dal premier spagnolo Pedro Sánchez, che sembra rivelare una capacità strategica forse non pienamente attesa, mostrando in questa circostanza una autonomia decisionale del proprio Paese e un non irrilevante richiamo alla sua sovranità politica. In un primo momento Pedro Sánchez, anch’egli consapevole del peso della narrazione nel linguaggio politico contemporaneo, nel definire l’aggressione di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran come “un colpo alla legalità internazionale”, ha ritenuto necessario aggiungere il solito leitmotiv, calcato sullo stile “premesso che c’è un aggressore e un aggredito”, che si tratta comunque di un regime totalitario e crudele specialmente contro le donne.
In quel primo momento, tuttavia, la portata della sua voce critica verso la violazione della legalità internazionale risultava inevitabilmente compromessa dal fatto che, proprio nelle stesse ore, i bombardamenti israeliani e statunitensi avevano colpito una scuola elementare a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, causando la morte di 185 bambine tra i sette e i dodici anni: un dato che rendeva drammaticamente evidente la sproporzione tra il richiamo ai principi occidentali e la realtà dei fatti sul terreno[12].
In effetti Pedro Sánchez rappresenta oggi, nel panorama europeo e anche all’interno della sinistra europea, una posizione fortemente eretica considerando che si tratta di un premier e non di un leader di opposizione, tanto più per aver assunto la decisione di non autorizzare l’utilizzo delle basi militari statunitensi in Spagna per operazioni dirette contro l’Iran, decisione per cui ha subito le volgari minacce della Casa Bianca[13]. Tale scelta richiama non solo il tema della sovranità nazionale, ma anche la consapevolezza dei gravi rischi che posizionamenti di questo tipo potrebbero comportare per la sicurezza del Paese[14].
Per adesso invece la cosiddetta sinistra (?) italiana per voce di Elly Schlein, pur definendo «sbagliate e pericolose» le azioni militari unilaterali che violano il diritto internazionale e scavalcano le sedi multilaterali, non può fare a meno di dire che «Khamenei era un dittatore sanguinario di cui non sentiremo la mancanza» [15].
Il fatto è che non si chiede certo di sentire la mancanza per qualcosa o qualcuno che, per vari motivi, ci è indigesto, ma anche in questo caso l’avversario viene sistematicamente ridotto a mostruosa caricatura: Maduro è un tiranno affamatore, eletto tramite elezioni truccate, Khamenei un assassino sanguinario protettore del terrorismo mondiale (facendo di sunniti e sciiti qualcosa di indistinto), Putin un autocrate oppressore e imperialista.
I buoni sempre da una parte e i cattivi dall’altra, in uno schema morale semplice, rassicurante, ma profondamente ideologico.
Se si guarda bene però, si capisce che i “cattivi” alla fine sono tali perché hanno commesso un peccato preciso: hanno rivendicato il proprio diritto alla sovranità. Ed è esattamente questo che, per i “buoni”, diventa intollerabile.
Alla narrazione del sanguinario si aggiunge il tema del nucleare e così uno “Stato canaglia” per definizione deve essere strangolato economicamente e poi bombardato. Il nucleare per lo Stato canaglia non ha mai implicazioni civili ma solo militari, anche se non c’è lo straccio di una prova[16]. Non solo: si mette in discussione persino il suo diritto di dotarsi di armamenti convenzionali, perché Israele, che lo ha preso di mira da tempo immemore, non gradisce. In altre parole, la sovranità vale per alcuni, mentre per altri diventa una pretesa inaccettabile.
Siamo evidentemente in un chiaro contesto di guerra psicologica orientata principalmente a mantenere le opinioni pubbliche inerti e consenzienti, e quando emergono elementi che parlano di forti interferenze occidentali, di strategie di destabilizzazione, di tentativi di regime change del gennaio scorso in Iran (pianificati e agiti da CIA e Mossad[17]) o di rivoluzioni colorate pianificate o teorizzate dalla Rand Corporation[18], il dibattito si chiude: magari non per imbarazzo, ma si chiude perché si assume che sia giusto così. Il suprematismo occidentale resta un assioma.
Come ha osservato recentemente il professor Andrea Zhok in un post sul suo canale Telegram, non è possibile continuare a ridurre l’Iran alla caricatura di una dittatura monolitica fondata esclusivamente sulla figura del leader. È una realtà istituzionale complessa, dotata di organi elettivi, meccanismi di cooptazione, centri di potere plurimi e dinamiche interne stratificate che vanno ben oltre la personalizzazione del sistema dipinta dall’Occidente. La Guida Suprema rappresenta certamente un vertice decisivo, ma non esaurisce la struttura dello Stato[19].
Pensare che l’eliminazione del capo comporti automaticamente il collasso dell’intero sistema significa applicare uno schema semplicistico e personalistico che ignora le articolazioni costituzionali, religiose e politiche su cui si regge la Repubblica Islamica.
Una interessante intervista al professor Seyed Marandi, voce iraniana molto autorevole, descrive una situazione di guerra vissuta direttamente a Tehran, dove i bombardamenti condotti da Israele e Stati Uniti colpiscono in modo continuativo infrastrutture civili e istituzioni sociali, come ospedali, scuole, sedi della Iranian Red Crescent Society, commissariati, abitazioni private e il complesso della radiotelevisione pubblica iraniana. Parla di attacchi ripetuti sugli stessi obiettivi durante i soccorsi, i cosiddetti “double tap strikes”.
Nonostante queste criminali brutalità, il funzionamento dello Stato iraniano prosegue regolarmente e in moltissime città si sono svolte imponenti manifestazioni – basta fare un giro su molti canali Telegram per rendersene conto – a sostegno delle forze armate e dello Stato e in memoria di Ali Khamenei.
Secondo gli aggressori, sostenuti dalla narrazione occidentale, gli attacchi avrebbero invece prodotto un rafforzamento del sentimento antiamericano e antiisraeliano nella società iraniana.
Il mondo come ci viene raccontato dai trombettieri occidentali è in realtà la gretta espressione di una visione fondata su razzismo e suprematismo, mentre la risposta iraniana anche e soprattutto a livello di società civile sta mostrando una capacità di tenuta inattesa, e dopo i bombardamenti indiscriminati anche coloro che erano più esposti alla narrativa occidentale stanno modificando la propria percezione. Tuttavia, tale enorme complessità viene celata o minimizzata dai media occidentali.
Si preferisce invece dare spazio mediatico a un personaggio politicamente improbabile e ormai grottesco come Reza Pahlavi, che – in una videochiamata rivelatasi poi uno scherzo organizzato dai comici russi Vovan e Lexus – ha accolto con entusiasmo l’idea di bombardare l’Iran, come proposto da un sedicente collaboratore del cancelliere tedesco Friedrich Merz, addirittura travestito da Hitler[20]. L’episodio, oltre al carattere farsesco della messa in scena, ha messo in luce la fragilità politica e la sorprendente leggerezza con cui il figlio dello Shah si presta a discutere pubblicamente di scenari di guerra, confermando che la narrazione utilizza, con grande sprezzo del ridicolo, figure inconsistenti costruite mediaticamente.
Come già avvenuto nel 2020 con la pandemia e successivamente con il conflitto tra NATO e Russia in Ucraina, anche la guerra in Iran ripropone interrogativi che dovrebbero investire direttamente la sinistra – se ancora la si vuole chiamare così –, qualora intendesse tornare a essere una forza storica e non limitarsi alla mera amministrazione dell’esistente. Non è semplicemente una questione di recupero elettorale, obiettivo di per sé meschino, ma si tratta della necessità di ricostruire una rappresentanza politica, sociale e culturale reale, dopo quarant’anni di trasformazioni neoliberali che hanno progressivamente svuotato intere società di potere, identità e capacità critica, riducendole a masse frammentate e passive.
Ma questo richiederebbe un salto di qualità che oggi appare ancora assente: il coraggio politico e culturale di mettere in discussione le narrative dominanti, sottraendosi al conformismo geopolitico che governa il presente. Perché continuare ad accettare come inevitabile ciò che viene imposto quale unico orizzonte possibile significa esporsi, ogni giorno di più, a una escalation in cui non è più soltanto in gioco l’ordine internazionale, ma la stessa possibilità di sopravvivenza collettiva della specie umana.
[1] https://www.bbc.com/news/articles/cn5gkkgdzkyo
[2] Interessantissimo articolo di Axios di cui si consiglia la lettura https://www.axios.com/2026/03/03/trump-netanyahu-call-iran-war-israel-coordination
[3] https://www.politico.eu/newsletter/berlin-bulletin/theres-a-new-sheriff-in-town/
[4] https://www.cnnbrasil.com.br/internacional/milei-posta-video-de-ia-com-trump-fazendo-maduro-e-ali-khamenei-desaparecer/#goog_rewarded
[5] https://www.reuters.com/world/europe/germanys-merz-calls-plan-day-after-iran-2026-03-01/
[6] https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-regime-change-democracy-iran/
[7] https://x.com/s_m_marandi/status/2028441892992451041
[8] https://www.europapress.es/internacional/noticia-kallas-destaca-muerte-jamenei-camino-abierto-iran-distinto-20260301123519.html
[9] https://www.independent.co.uk/news/world/europe/ukraine-zelensky-christmas-speech-putin-b2890574.html
[10] https://www.ukrinform.net/rubric-polytics/4096932-zelensky-irans-chance-for-change-must-be-used-correctly.html
[11] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/02/meloni-crisi-iran-ucraina-diritto-internazionale-notizie/8311118/
[12] https://www.aljazeera.com/news/2026/2/28/israel-strikes-two-schools-in-iran-killing-more-than-50-people
[13] https://www.bbc.com/mundo/articles/c9v0x9zgy7yo
[14] https://www.nytimes.com/es/2026/03/02/espanol/mundo/espana-ejercito-trump.html
[15] https://www.corriere.it/politica/26_marzo_01/iran-schlein-attacca-le-premier-meloni-amica-di-trump-ma-neanche-sapeva-dell-attacco-888d2416-ce02-460f-b8ba-5c3efe73dxlk.shtml
[16] https://www.rfi.fr/en/international/20260302-iaea-finds-no-evidence-of-hits-on-iran-nuclear-facilities-urges-restraint
[17] https://www.aljazeera.com/video/quotable/2026/1/12/mossad-agents-are-hiding-among-iranian; https://www.middleeastmonitor.com/20260124-in-1953-the-cia-walked-the-streets-of-tehran-today-they-walk-with-mossad-and-mi6/
[18] https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html
[19] https://web.telegram.org/k/#@andreazhok
[20] https://www.timesnownews.com/world/reza-pahlavi-pranked-russian-comedians-vovan-and-lexus-pose-as-german-chancellor-friedrich-merz-advisors-for-fake-interview-article-153754127
Andiamo allegramente passone dopo passone verso la guerra atomicona per coprire gli interessi neocon Usa, vampiri di petrolio, sparando scuse assurde (bombardiamo la popolazione iraniana per difenderla), e usando il diritto internazionale per pulirci il qulo.
Rischiamo di morire tutti e male, ci siamo ogni giorno più vicini, mentre una ninnananna soffocante ci tiene addormentati, e ci indignamo a comando per cose inutili e piccole piccole, mentre mostruosità ci scorrono davanti agli occhi senza che ci sia una reazione, neanche minima.
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