Il fattore religione e la deriva Maga

(ANNA FOA – lastampa.it) – Si discute in questi giorni su chi ha deciso di attaccare l’Iran, Trump o Netanyahu, su chi ha spinto l’altro verso il conflitto. La fotografia, pubblicata anche sulla Stampa di venerdì, di Trump che nello Studio Ovale prega per la vittoria sull’Iran circondato dai leaders evangelici, come è noto i suoi principali sostenitori, che gli impongono le mani, è particolarmente significativa e inquietante. La foto infatti, non a caso diffusa dalla Casa Bianca, tende non solo a sottolineare il ruolo prevalente di Trump, ma anche a caratterizzare questa guerra come una guerra religiosa. In una delle sue ultime dichiarazioni sugli sviluppi della guerra, interrogato se prevedesse un cambio del regime iraniano, Trump ha risposto che non era quello l’obiettivo, e ha negato di avere obiezioni al mantenimento di una leadership religiosa in Iran, aggiungendo anche di conoscere nel mondo molti leader religiosi del tutto degni di guidare un paese. L’importante era che non svolgessero politiche contrarie agli Stati Uniti o ad Israele. D’altronde, è recentissima la dichiarazione del capo del Pentagono Hegseth che gli Stati Uniti stanno difendendo la civiltà occidentale cristiana.

Il fatto che la guerra abbia smesso di avere come suo obiettivo un cambio di regime potrà probabilmente ampliare il fronte dei suoi oppositori, di quanti di loro almeno erano trattenuti dall’opporsi senza esitazioni alla guerra dal desiderio di veder crollare il sanguinario regime iraniano.

Ma l’ipotesi che gli Stati Uniti siano stati trascinati ad attaccare l’Iran da Netanyahu affiorava già due giorni dopo l’inizio delle operazioni militari in una affermazione di Mark Rubio, subito smentita da Trump, che ha dichiarato che semmai era stato lui a trascinare Netanyahu in guerra. È però una tesi emersa già nelle settimane precedenti lo scoppio delle ostilità, in cui molti analisti prospettavano la possibilità di un attacco preventivo della sola Israele. Una tesi condivisa da una larga parte dei democratici, ma non solo. Infatti anche Steve Bannon, già grande sostenitore di Trump e negli ultimi anni allontanatosi dalle sue posizioni su una linea populistica estrema, ha preso le distanze dalla scelta trumpiana della guerra, richiamandosi alle posizioni isolazioniste su cui Trump ha ottenuto il secondo mandato. Insomma il MAGA è spaccato al suo interno, ed una delle linee di frattura è l’antisemitismo dei suoi estremisti di ultra destra. Così Bannon, seguace di Julius Evola, ma così anche Tucker Carlson, già collaboratore di primo piano di Fox News, razzista, sostenitore della tesi della sostituzione etnica, suprematista bianco. E anche antisemita e contrario al sostegno politico e militare ad Israele. Così i seguaci di Charlie Kirk, l’estremista trumpiano assassinato nel settembre 2025.

Il fatto che i più radicali tra gli estremisti del MAGA siano anche antisemiti li pone in conflitto col mondo dei sostenitori evangelici di Trump, di quei sionisti cristiani che vedono nel presidente uno strumento divino per avvicinare l’Apocalisse finale. Un ritorno di Cristo in terra che però prevede necessariamente anche la conversione finale di tutti gli ebrei al cristianesimo. Conseguenza che non piace certo ai loro alleati in Israele, ma che è stata opportunamente messa da parte in attesa dell’avvento del Messia, o per i sionisti cristiani dell’Apocalisse finale.

Il paradosso di questo clima è che Trump ha finora usato e sembra proprio che continuerà a farlo la scusa dell’antisemitismo per attaccare non i veri antisemiti alla Bannon ma gli oppositori del governo Netanyahu, cioè sia quell’ampia parte del mondo ebraico americano che manifesta contro la politica di Netanyahu sia in generale docenti e studenti delle Università. Quello che è certo, è che l’attribuzione ad Israele del ruolo decisivo nell’entrata in guerra degli Stati Uniti non potrà che sollevare una vasta ondata di antisemitismo a destra, fra gli isolazionisti e i sostenitori dell’America first. Mentre fra gli attivisti filopalestinesi e in generale nel mondo della sinistra diventerà più difficile distinguere fra il governo di Netanyahu e gli israeliani, e fra loro e gli ebrei.