Non siamo Londra o Parigi, sull’attacco all’Iran il nostro Paese ha fatto quello che poteva

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – La guerra è una cosa orribile ma sul piano della comprensione del mondo ha un merito indiscutibile: è una straordinaria lezione di realismo, mostra le cose come stanno. Con la guerra, buone intenzioni, illusioni ideologiche, ambizioni malriposte vengono brutalmente spazzate vie e la realtà si mostra per quella che è. Non subito talvolta, ma dopo un po’ di tempo sì, immancabilmente. Non basta: contrariamente a quanto si sente ripetere spesso — che «la guerra non serve a nulla, non risolve nessun problema» — è piuttosto vero il contrario: e cioè che in realtà poche cose come la guerra valgono a cambiare le cose, spesso a cambiare tutto. Basta pensare a quanto accaduto in Europa con due guerre mondiali.
Spero si capisca che dico tutto questo non per amore della violenza, perché mi piaccia veder scorrere il sangue e crollare i palazzi sotto le bombe. Dico tutto questo solo perché penso che la guerra è una cosa maledettamente seria, forse la cosa più seria che ci sia, e delle cose serie è necessario parlare seriamente.

Come spesso accade, la politica italiana, invece, mostra difficoltà a farlo. In questi giorni, ad esempio, si sente parlare di continuo da parte dell’opposizione di un’Italia governata dalla destra che nel reagire all’iniziativa bellica degli Stati Uniti e di Israele sarebbe «a rimorchio» di altri Paesi europei come la Spagna, la Francia, la Gran Bretagna: loro sì capaci di alzare la voce, di farsi sentire. È un’accusa che sa di un certo velleitarismo di sapore nazionalistico, di una sopravvalutazione del nostro peso, e quindi è singolare che venga proprio da sinistra. Potrà dispiacere, a me personalmente dispiace, ma agli occhi del mondo l’Italia non ha la medesima tradizione e la medesima statura militare della Gran Bretagna o della Francia, entrambi Paesi dotati dell’arma atomica. E come dimenticare che la Spagna quando parla, parla sempre anche a nome di qualcosa come un semicontinente — l’America centro-meridionale — abitato da oltre mezzo miliardo di persone? Può forse vantare qualcosa di simile l’Italia? E dice nulla, infine, che in questa accusa di timidezza l’Italia sia di fatto in compagnia della Germania: entrambi Paesi rovinosamente sconfitti nella Seconda g+uerra mondiale? Se ne convinca anche la sinistra: la storia non è acqua e le guerre lasciano conseguenze. Possono cambiare forse per sempre il peso politico di una Nazione e non tenerne conto rischia di esporre al massimo rischio che si possa correre nelle circostanze attuali: il rischio del ridicolo.

E invece, tutto sommato, aver detto di dichiarare illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale l’azione israelo-americana, aver fatto chiaramente capire che non saremmo per nulla entusiasti di una richiesta di Washington per l’uso delle sue basi militari sul nostro territorio, e infine aver inviato un’unità navale a difesa di Cipro non mi sembra da parte del nostro governo una reazione proprio irrilevante. Certo, se nel Mar Rosso avessimo una seconda portaerei che non abbiamo, se potessimo mandare a qualche Paese del Golfo una dotazione significativa di batterie antimissili, le cose sarebbero forse alquanto diverse. Ma non ricordo di aver mai sentito qualcuno a sinistra domandare la costruzione di una seconda portaerei o di accrescere la nostra produzione di armamenti. Bisogna pensarci prima, lo ripeto: quando ormai la parola è alle armi, sono le armi, non le parole, le sole cose che contano.

E poi c’è la politica, la politica e le incertezze della guerra. Oggi non possiamo saperlo, ma se l’azione di Israele e degli Stati Uniti si concludesse domani con una vittoria, con una vittoria vera, e cioè con un cambio di regime a Teheran — cosa che in questo momento appare difficile ma non impossibile — allora nel Medio Oriente tutto muterebbe, nulla sarebbe più come prima. Il radicalismo islamista con tutte le sue propaggini terroristiche incorrerebbe in una sconfitta che è difficile non immaginare definitiva. Si aprirebbe così, innanzi tutto, la via al ristabilimento di un Libano finalmente pacificato nonché a un cambio completo della situazione all’interno del fronte palestinese, con possibilità di soluzioni per ora imprevedibili del conflitto secolare che lo contrappone alla controparte ebrea. Ma a quel punto nulla impedirebbe che intorno al duo Usa-Israele si consolidasse quasi naturalmente una sorta di patto di Abramo allargato con dentro oltre ai Paesi del Golfo e l’Arabia anche la Siria, il suddetto Libano, l’Egitto e la Giordania. Insomma una vera rivoluzione geopolitica dalle molte ripercussioni possibili, destinata comunque a cambiare da subito la situazione del Mediterraneo e del Nord Africa, di tutta l’area dal Mar Nero a Gibilterra.

E allora, se mai dovesse verificarsi una situazione del genere, potrebbe rivelarsi certamente utile il fatto di non avere oggi rivolto parole di fuoco contro il despota di Washington, di non esserci, oggi, precipitati a condannare, a dissociarci troppo ad alta voce dalle sue imprudentissime imprese. Senz’altro le anime belle, ammesso che ce ne siano, se ne dispiacerebbero ma a quel punto l’Italia e il suo governo potrebbero averne un vantaggio di qualche tipo. E magari, chissà, anche importante: capita, in politica.