La nuova norma, se entrasse in vigore dopo il referendum, non ci consegnerà una magistratura più autonoma forte e legittimata agli occhi dei cittadini

Giustizia, con la riforma Nordio la destra mette a rischio le garanzie di tutti

(di Carlo Bonini – repubblica.it) – Il fairplay e il garbo con cui Marina Berlusconi argomenta le ragioni del suo voto al referendum sulla giustizia e la scelta di farlo sulle colonne di questo giornale sono una buona notizia. Perché segnalano che è e resta possibile affrancare il discorso pubblico dalla dismisura di chi, a cominciare dalla presidente del Consiglio, coltiva una concezione tribale della politica e la logica del nemico. Ha dunque ragione Marina Berlusconi nel dire che l’uguaglianza di fronte alla legge, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’indipendenza e autonomia della magistratura, la credibilità delle istituzioni e la qualità della democrazia sono un patrimonio comune. Ma è esattamente per questo motivo che Repubblica ha con coerenza, convinzione e necessaria durezza, avversato ieri il disegno politico di suo padre e si oppone oggi alla riforma costituzionale che di quel disegno è il compimento.

Se infatti vogliamo sgomberare il tavolo dallo stucchevole e disperante armamentario lessicale che ha accompagnato questa campagna elettorale e questi ultimi 25 anni di dibattito sulla giustizia e quindi riconoscere che i princìpi della presunzione di innocenza, della parità tra pubblica accusa e difesa, del giusto processo, sono una conquista acquisita alla civiltà giuridica di tutto il Paese e non di una sua parte, bisogna farsi una semplice domanda: se questa riforma costituzionale ce li restituisca più forti e garantiti consegnandoci una magistratura ancora più indipendente, autonoma e legittimata agli occhi dei cittadini. E la risposta è no.

Da persona informata quale è, Marina Berlusconi e quanti voteranno come lei sanno che la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente esiste già nei fatti (la riforma Cartabia del 2022 ha stabilito che un magistrato possa passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice, e viceversa, una sola volta nella sua intera carriera e comunque entro i primi dieci anni dalla sua immissione in servizio). E sanno anche che l’inefficienza e l’estenuante lunghezza della giustizia, soprattutto quella penale, ha ragioni strutturali che interpellano la carenza degli organici e un macroscopico contenzioso figlio della bulimia legislativa con cui la politica è sistematicamente intervenuta sul diritto sostanziale come su quello processuale. Per giunta con una caratteristica costante: l’assenza di qualsivoglia disegno riformatore.

La posta in gioco del voto del 22 e 23 marzo è dunque un’altra. E non ha a che fare con la difesa dell’habeas corpus o della terzietà del giudice. È politica, come la stessa Marina Berlusconi riconosce e come suo padre, del resto, ha sostenuto per lustri. E ha a che vedere con le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura. Quelle che i nostri padri costituenti individuarono nella sua autodichia. Nel potere di autogovernarsi amministrativamente e disciplinarmente e dunque di essere impermeabile alle pressioni o alle ingerenze degli altri poteri dello Stato. La riforma costituzionale, separando l’unicità dell’organo di autogoverno della magistratura in due distinti Csm, impedendo che a definirne la composizione sia il principio fondante di una democrazia, quello della rappresentanza, a vantaggio di un sorteggio, istituendo un organo disciplinare (l’Alta corte) inedito che equivale a un giudice speciale (un unicum che non ha uguali in nessuna pubblica amministrazione, né nelle autorità di garanzia, né nelle magistrature amministrativa, contabile, militare), a quella garanzia di autonomia e indipendenza infligge un colpo mortale. Per giunta, in un contesto politico dove – solo per dirne una – la maggioranza di governo si prepara a cucirsi addosso una nuova legge elettorale che le garantisca un numero maggiore di seggi di quanti ne avrebbe con le attuali regole.

Crediamo a Marina Berlusconi quando dice che il suo voto al referendum non ha nulla a che fare con il suo orientamento politico. E dunque ci piace immaginare che lo pensi anche lei di Repubblica e di quanti andranno a votare no. Perché nella difesa dell’impianto costituzionale che questa riforma manomette non ci sono le ragioni né della degenerazione correntizia della magistratura associata, né pulsioni giustizialiste, né le “toghe rosse”. C’è, al contrario, la difesa convinta di un equilibrio tra poteri dello Stato che ci ha regalato settantanove anni di democrazia, che non ha impedito alla sinistra e alla destra di alternarsi nella guida del Paese e che ha sin qui consentito di non creare aree di eccezione al principio di legalità. Siamo e restiamo convinti che una politica forte non debba aver paura di una magistratura autonoma e indipendente. E che quando questo accade e per questo si mette mano a colpi di maggioranza alla Costituzione, la nostra legge fondamentale, non si debba e non si possa rimanere inerti. Con la convinzione, la coerenza e la durezza che la posta in gioco richiede.