La campagna del Sì racconta tre diverse ingiustizie. Nessuno dei meccanismi che le hanno prodotte è toccato dalla riforma.

Tre casi boomerang per il Sì

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – «Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere.» A dirlo non è un avversario della riforma, ma la senatrice Giulia Bongiorno, tra i suoi più convinti sostenitori. Prima ancora, a marzo 2025, era stato lo stesso Carlo Nordio a togliere ogni ambiguità: «Questa riforma non c’entra niente con l’efficienza della giustizia». Il 4 marzo 2026, a diciotto giorni dal voto, Nordio ha corretto il tiro davanti alle telecamere dell’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Tre settimane, due versioni opposte. Il tempo di accorgersi che il referendum si poteva perdere.

Eppure quella stessa campagna ha costruito la sua architettura emotiva sulle storie degli innocenti condannati. Sui profili social del comitato «Sì riforma» compare Beniamino Zuncheddu, quasi 33 anni in carcere da innocente, con un appello semplice: «Mi hanno rubato la vita. Perciò votate tutti sì». Vale la pena verificare cosa dicono davvero i casi che il fronte del Sì ha scelto come bandiera.

Enzo Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983 su richiesta dei procuratori Cedrangolo e Marmo, sulla base delle dichiarazioni di pentiti della Nuova Camorra Organizzata poi rivelatisi inattendibili. Il giudice istruttore Giorgio Fontana – che avallò i mandati d’arresto e il rinvio a giudizio – era un giudice, non un ex pubblico ministero: la separazione funzionale tra accusa e giudicante c’era già. L’errore fu il credito acritico accordato ai collaboratori di giustizia, un meccanismo che nessuna disposizione della riforma tocca.

Giuseppe Gulotta trascorse 22 anni in carcere per una confessione estorta con la tortura nel 1976 ad Alcamo Marina. Separare le carriere non avrebbe fermato i carabinieri che picchiavano un diciottenne per fargli firmare una dichiarazione falsa. Beniamino Zuncheddu rimase quasi 33 anni dietro le sbarre perché il poliziotto che indagava mostrò la sua fotografia al testimone prima del riconoscimento formale. La riforma non introduce alcuna nuova procedura sui riconoscimenti né modifica le regole sull’attendibilità della prova testimoniale.

Tre cause diverse per tre ingiustizie diverse. Nessuno dei meccanismi che le hanno prodotte è toccato dalla riforma: le norme sui collaboratori di giustizia, le tutele nella fase investigativa, le procedure sul riconoscimento del testimone. Il parere del Csm ha definito la riforma inutile «sul piano del miglioramento della qualità della giurisdizione». Nordio lo sapeva bene. Fino a diciotto giorni fa.