(di Michele Serra – repubblica.it) – Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, annuncia che l’edizione che aprirà i battenti a maggio sarà aperta a tutti, ma proprio a tutti. Potremmo dire: dagli Stati canaglia agli Stati senza peccato (gli Stati angelicati?), ammesso che ce ne siano. Per il semplice fatto che gli artisti non sono Stati, e men che meno gli Stati sono artisti. E l’arte (come la cultura e la scienza) è universale per definizione: se le metti dei confini, deperisce e muore.

Nella lunga intervista a Dario Olivero, dice Buttafuoco: “Esiste un momento, alto e sacro, in cui le armi si devono fermare, e devi fare incontrare i popoli in guerra tra loro”. Mossa preventiva, quella del presidente della Biennale, in vista delle quasi certe polemiche: ci sarà Israele, ci sarà la Russia, ci sarà l’Iran, forse una rappresentanza palestinese, e di questi tempi viene da aggiungere, a proposito di presenze ingombranti, che ci saranno perfino gli Stati Uniti, ai primissimi posti tra gli Stati più impopolari del pianeta (non i suoi artisti; i suoi governanti).

Boicotta il boicottaggio potrebbe essere lo slogan di Buttafuoco, volendo istupidire una questione così importante. In passato confesso di avere scelto caso per caso, diciamo pragmaticamente, se il boicottaggio fosse un’arma lecita o illecita. E sulle prugne e le noci, al supermercato, pratico un boicottaggio attivo — quando me ne ricordo. L’impostazione di Buttafuoco, invece, ha una intransigenza ideologica, e mi conquista proprio perché è ideologica: enuncia un principio, l’universalità dell’arte, e lo porta alle dovute conseguenze. Se qualcuno tirerà le uova a Buttafuoco, mi candido a cucinarle.