Perché ogni umiliazione genera il mostro che voleva evitare.

(Di Gianvito Pipitone – substack.com/@gianvitopipitone) – Cosa aveva davvero in mente Newton quando formulò il suo terzo principio: “ogni azione produce una reazione uguale e contraria”? È la domanda che mi rimbalza in testa da giorni, mentre il mondo assume sempre più l’aspetto di un campo di battaglia permanente. Mi chiedo, forse con un filo di ozio intellettuale, se quel principio così solido per la fisica non valga anche altrove. E in particolare per la Storia, quella maestra di vita che citiamo a memoria senza mai ascoltarne davvero le lezioni.
Basta guardarsi intorno per capire che qualcosa non va per il verso giusto. Nel mondo sono attive decine di guerre, inclusa l’ultima, scatenata dall’asse israelo‑americano contro l’Iran, che in poche ore ha trascinato nel fuoco buona parte del Medio Oriente. I trattati internazionali vengono violati con disinvoltura. La diplomazia è stata sostituita da una teatralità muscolare: conferenze stampa aggressive, linguaggio violento, ritorsioni pesanti, sanzioni usate come punizioni, veti incrociati che paralizzano le istituzioni multilaterali.
A questo punto la domanda più interessante – quella che ci accompagna da mesi, se non da anni – non è “come siamo arrivati qui”. Ma piuttosto: “perché continuiamo ad arrivare sempre qui”. Nello stesso identico punto, con una regolarità che dovrebbe farci sospettare l’esistenza di una struttura profonda, una legge non scritta ma inesorabile. Un punto che, alla fine, ha sempre lo stesso nome: guerra.
Proviamo a usare il Novecento come laboratorio. Il Trattato di Versailles del 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale, è uno degli esperimenti più istruttivi della storia moderna: la prova pratica, certificata dai fatti, che l’umiliazione sistematica di un popolo non lo rende innocuo. Al contrario, lo rende pericoloso in misura direttamente proporzionale all’umiliazione subita. La Germania sconfitta del 1919 non era semplicemente una nazione che aveva perso una guerra. Era una società ridotta alla fame, costretta a firmare la propria colpa morale nell’infame “clausola di responsabilità della guerra”, privata di territorio, svuotata di quella dignità collettiva che tiene insieme una comunità nazionale.
John Maynard Keynes era a Parigi come consulente britannico durante i negoziati di pace, prima ancora di diventare il grande economista che la storia ricorda. Si dimise disgustato, scrivendo subito dopo che quelle condizioni capestro avrebbero distrutto l’economia europea e avvelenato la pace per almeno una generazione. Inascoltato, come Cassandra. Vent’anni dopo, Adolf Hitler – figlio mostruoso di quell’umiliazione istituzionalizzata – invadeva la Polonia. Il resto è storia. La reazione aveva raggiunto e superato l’azione originaria. La legge di Newton, purtroppo, confermata.
Il meccanismo si ripete, con varianti, a scale diverse e con attori diversi. La Shoah è l’evento più radicale di annientamento sistematico che la modernità abbia conosciuto: un tentativo non solo di uccidere un popolo, ma di cancellarne l’esistenza dalla memoria del mondo. Quello che ne è seguito non è soltanto, comprensibilmente, un’identità collettiva fondata sul trauma e sulla sopravvivenza. È qualcosa di più complesso e, in certi momenti, di più inquietante. Quando la persecuzione sistematica diventa il cuore di un’identità nazionale, il confine tra legittima difesa e riproduzione della logica del persecutore si assottiglia fino a diventare pericolosamente invisibile.
Quello che accade da tre anni a Gaza – e che purtroppo continua ad accadere – con l’accanimento dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, accusata di ospitare al suo interno il terrorismo di Hamas, non si spiega soltanto con la geopolitica, né con il diritto internazionale, né con la realpolitik. Richiede anche una categoria psicologica e storica che di solito evitiamo di nominare, per paura di essere fraintesi: la “reazione sproporzionata” come effetto di un trauma irrisolto. E certo, non può essere una giustificazione: è la diagnosi di una malattia. Anche qui, la legge di Newton si conferma in tutta la sua essenza.
Ma il principio di azione/reazione non riguarda solo le grandi catastrofi storiche. Funziona anche in scala minore, nei processi culturali, nella lunga pazienza con cui le società accumulano odio e risentimento prima di esplodere in forme che quasi nessuno aveva previsto. O meglio: che qualcuno aveva previsto, senza però essere ascoltato.
Prendiamo ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni nelle università americane e nei media progressisti occidentali. Una certa sinistra colta, partita da istanze profondamente legittime – la lotta al razzismo, il riconoscimento delle identità marginalizzate, la correzione di narrazioni storiche distorte – ha progressivamente sviluppato un linguaggio e una pratica che hanno finito per respingere proprio le persone che avrebbe dovuto convincere.
Il political correct e la filosofia Woke, nelle loro versioni più rigide e meno disponibili al dialogo, hanno funzionato come una forma sofisticata di umiliazione culturale nei confronti di milioni di persone che non si riconoscevano in quel lessico accademico: nei pronomi obbligatori, nella confusione dei generi, nella riscrittura della storia, nella critica alla società patriarcale. Persone che avvertivano – confusamente e in modi facilmente manipolabili dalla destra – di essere descritte come irrecuperabili, ignoranti, buzzurri: una specie in via di estinzione morale. I redneck americani, la white working class osservata dai sociologi con distanza antropologica, non sono diventati trumpiani per caso o per ignoranza. Lo sono diventati perché qualcuno ha offerto loro un’identità alternativa – per quanto rozza e pericolosa – nel momento in cui si sentivano espulsi dal racconto che quella civiltà faceva di sé.
Steve Bannon, uno degli ideologi della prima ora del MAGA, che stupido non è, aveva capito prima di chiunque altro che quel risentimento accumulato era carburante sufficiente a mettere in moto un intero popolo. Aveva capito cioè che l’azione di quella sinistra identitaria avrebbe prodotto una reazione ben peggiore. Ed eccola: l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 non è stato uno sfogo spontaneo, ma il punto di arrivo logico di una classe sociale che si era sentita esclusa. La sua reazione contro quell’esclusione. Newton, di nuovo: la reazione che raggiunge e supera l’azione.
In questo periodo ho ripreso in mano un vecchio saggio di Jürgen Habermas che credevo di aver dimenticato. Mi sono ritrovato a rileggerlo con una certa incredulità: ciò che scriveva quasi cinquant’anni fa è oggi più attuale di quanto fosse agli inizi degli anni ’80.
Habermas ha dedicato decenni a costruire una filosofia politica fondata sull’idea che la democrazia non sia soltanto una procedura elettorale, ma una pratica di comunicazione attiva: una forma di vita collettiva in cui i conflitti vengono risolti attraverso un discorso pubblico argomentato, aperto e accessibile a tutti.
La sua Teoria dell’Agire Comunicativo del 1981 è, in fondo, un tentativo di rispondere alla domanda più elementare: come fanno le società a non distruggersi?
La risposta è semplice: costruendo spazi in cui l’imposizione e la violenza vengono sostituite dall’argomentazione e dal dialogo; spazi fisici e mentali in cui chiunque può contestare qualsiasi affermazione senza temere ritorsioni. Un’arena in cui la forza del miglior argomento prevale sulla forza bruta. La chiamò “sfera pubblica”. Alias, democrazia. E per decenni la teoria ha retto magnificamente. O almeno così è sembrato.
Oggi, con l’autoritarismo che avanza e soppianta i sistemi democratici, quello spazio è sotto assedio. Gli algoritmi dei social media sono progettati per massimizzare la fidelizzazione dell’utente, e ogni piattaforma è una macchina di polarizzazione che premia la rabbia e punisce le sfumature. I media tradizionali, terrorizzati di perdere pubblico, si sono adeguati al ritmo dell’urlato. La politica ha imparato che l’insulto e l’opposizione dura rendono più, in termini elettorali, di qualsiasi approccio propositivo.
La “sfera pubblica” di Habermas si è così sbriciolata: sostituita da narrazioni spesso fantasiose – suprematisti, negazionisti, complottisti, terrapiattisti, fanatici di ogni setta sono solo la parte più vistosa – che vanno nella direzione opposta alla razionalità.
Su un punto, però, si può dissentire da Habermas. Figlio del progetto illuminista, era profondamente fiducioso nella razionalità umana. Credeva che gli esseri umani fossero capaci, sotto le giuste condizioni, di uscire dall’autoreferenzialità del proprio dolore e del proprio interesse per riconoscere la legittimità altrui. Una scommessa su cui, onestamente, oggi nessuno investirebbe.
Non è solo un problema di razionalità, ma di incapacità di superare un trauma che l’uomo comune non è in grado di elaborare da solo. Il tedesco umiliato da Versailles, l’ebreo sopravvissuto ai campi, il redneck deriso dalle élite costiere: nessuno di loro, alle prese con il proprio dolore, si lascerà convincere dai buoni argomenti. Avrà prima bisogno di essere riconosciuto nella sua ferita. Solo dopo, forse, potrà ascoltare. Chiamala vendetta, oppure – come ci insegna Newton – semplicemente: reazione.
Cosa ci dice dunque, in definitiva, il principio di Newton applicato alla storia? Ci dice – con la freddezza delle leggi scientifiche – che la punizione sproporzionata, l’umiliazione sistematica, l’esclusione culturale non risolvono il problema dell’uomo. Lo moltiplicano e lo restituiscono amplificato.
E ci conferma che, nonostante oggi disponiamo di più strumenti concettuali che mai per capire questi meccanismi — psicologici, sociologici, filosofici, economici — siamo più che mai incapaci di applicare il giusto mezzo. Perché applicare la ragione e aprirsi alle scienze umane significherebbe rinunciare al vantaggio tattico sul nemico da odiare. Significherebbe riconoscerlo. Riconoscere il diritto alla sua esistenza.
Le guerre in corso – quella di Netanyahu contro Gaza, quella di Putin contro l’Ucraina, quella di Trump e Netanyahu contro l’Iran – non ci parlano soltanto di questo circolo vizioso da cui non sappiamo uscire: azione, umiliazione, risentimento, reazione, nuova umiliazione. Ci raccontano anche ciò che molto probabilmente accadrà nel futuro prossimo: la reazione che dovremmo aspettarci da chi oggi patisce la fame, il dolore, l’umiliazione di una guerra e porta con sé il bacillo di un odio che non si estinguerà facilmente.
Il buon Newton non si sorprenderebbe. E forse dovremmo smettere di sorprenderci anche noi.
Abbia pazienza Gianvito,
ma come lei ha scritto,
la legge di Newton dice che un “Azione produce una Reazione UGUALE e contraria”:
poi lei mi parla di reazione spoporzionata? se è sproporzionata non può essere uguale.
Si contraddice subito dopo e tutto il castello di carta del suo discorso crolla se lo basa sulla legge del buon Isaac .
Non può essere sproporzionata, perchè l’energia(positiva/negativa) dell’universo è a somma zero, come ci conferma la moderna scienza meglio chiamata meccanica quantistica.
Diciamo che lei, da OTTIMO narratore renziano, ci ha provato ma purtroppo ha trovato sulla sua strada un filosofoso contiano(giuseppe).😉
L’ha prossima volta andrà meglio,con simpatia
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L’ha… è voluto😉
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Siccome anche oggi ho perso tempo a leggere, ne voglio sprecare ancor di più commentando (chiamiamola pure legge di Newton ad usum philosophorum, “ad ogni azione corrisponde una reazione contraria minore, uguale o crescente”).
Sulla base di questa legge fisica che quasi raggiunge il rigore scientifico dei corsi e ricorsi di vichiana memoria, l’autore raccoglie una serie di considerazioni, in parte da me condivise, sull’evoluzione della storia contemporanea occidentale ma formulate basandosi quasi esclusivamente sulla politica internazionale e ignorando ogni considerazione sulle condizioni economiche, giuridiche e culturali che hanno portato alla crisi del sistema sociale delle cd. democrazie occidentali le quali, buttata la maschera, hanno svelato la plutocrazia feroce che nascondevano.
Nelle nazioni del giardino ordinato ( -non dico Stati perché ormai non esistono più né stato di diritto né entità statuali capaci di opporre un interesse pubblico/generale ai diktat delle strutture economiche internazionali che agiscono con metodi predatori di stampo mafioso- il potere sta aggredendo non solo i popoli della giungla esterna, come in realtà già faceva da secoli, ma anche i paesi vassalli e le stesse classi medie dei paesi predatori.
Esattamente per questo e non per misteriosi e devastanti moti oscillatori incrementali della storia, noi ex classe media di un paese militarmente occupato da ottant’anni ci troviamo senza più alcuna sfera pubblica condivisa –se proprio vogliamo dirla con Habermas- sostituita dal cabaret del Bagaglino (per adesso, poi non c’è limite al peggio, gli USA insegnano).
Peraltro, si dimentica pure che oggi Habermas forse potrebbe riconoscere la persistenza di una sfera pubblica condivisa in regimi caratterizzati da impostazioni etiche, filosofiche o religiose tradizionali, conversate pur nel progresso economico, culturale e scientifico, piuttosto che non in quei Paesi in cui la discussione pubblica è scandita da riti elettorali carnascialeschi.
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“Ma il principio di azione/reazione non riguarda solo le grandi catastrofi storiche. Funziona anche in scala minore, nei processi culturali, nella lunga pazienza con cui le società accumulano odio e risentimento prima di esplodere in forme che quasi nessuno aveva previsto. O meglio: che qualcuno aveva previsto, senza però essere ascoltato.”
Varrà anche per la narrazione alimentata dai Neoborbonici?
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