
President Trump at the Israel Museum. Jerusalem May 23, 2017
(Salvatore Minolfi – lafionda.org) – Come di regola avviene in qualsiasi bolla mediatica e socio-culturale, stiamo normalizzando ciò che normale non è, o non lo è ancora. Vale a dire, stiamo provando a definire ciò che d’ora in poi sarà la nostra nuova normalità, quella socialmente e politicamente accettabile.
Stiamo sdoganando l’assassinio politico come pratica di routine.
In questi giorni, sui media occidentali, c’è tutto un operoso fervore giornalistico nello svelare in che modo sia stato mai possibile assassinare un’autorità religiosa che è nel cuore di centinaia di milioni di credenti.
Appunto: la curiosità e lo stupore sono tutti sul “come”.
Eppure, solo poche settimane fa si era registrata una certa indignazione, per l’emergere di una nuova ipotesi intorno alla morte di Alexei Navalny (prima attribuita alla tecnica del “pugno al cuore”; oggi ricondotta all’uso di un esotico veleno): ciò che non cambiava, comprensibilmente, era lo sdegno suscitato dal sospetto che la morte del noto oppositore politico fosse stata causata dal regime politico contro cui lottava.
Con Khamenei siamo già oltre: non c’è neanche il più pallido interesse a discutere la legittimità dell’atto, ma solo la morbosa eccitazione intorno ad un evento che – replicando l’assassinio di Hassan Nasrallah (settembre, 2024) – mostra al mondo i magici poteri di una GBU-57 Bunker Buster (ovvero, un Massive Ordnance Penetrator) e il senso di onnipotenza che restituiscono al cittadino medio di un paese occidentale.
Ricordo che ero a Istanbul, quando, ai primi di agosto del 2024, uccisero Ismāʿīl Haniyeh, poco noto al grande pubblico: assistei ad una cerimonia funebre al mattino, un evento ufficiale con megaschermi, nella grande piazza Sultanahmet, dinanzi a Santa Sofia; e nel pomeriggio ad una oceanica manifestazione di popolo, impressionante per la sua enormità, una tra le più grandi cui mi sia mai capitato di partecipare nella mia non breve vita.
Oggi è diventato normale assassinare anche il personale politico, i funzionari con i quali stai intrattenendo negoziati. Li saluti e gli stringi la mano perché hai con loro un nuovo appuntamento all’indomani, ma nella notte li fai assassinare.
È successo l’anno scorso a Doha. È successo di nuovo in questi giorni con in negoziati in Oman. Non ti preoccupi, non dico della “liceità” del gesto, ma neanche delle conseguenze che esso inevitabilmente avrà sulla tua credibilità futura. Non te ne frega niente. Agisci con la psicologia di un sicario.
La domanda è: come si è prodotta la nuova normalizzazione, la naturalizzazione dell’assassinio politico?
Di primo impulso si sarebbe tentati di pensare ad un processo di “israelizzazione” della cultura politica occidentale: uno Stato cresciuto per ottant’anni in regime di impunità, che ha sviluppato un’expertise unica al mondo nella pratica sistematica dell’assassinio politico all’estero (e poi del genocidio nel cortile dietro la porta di casa). Tant’è che il Mossad è un mito anche per i funzionari della CIA.
La spiegazione avrebbe di sicuro un suo senso: dopo aver allevato con tanta amorevole cura (e per decenni) un “Frankenstein” che coltiva l’apartheid, le armi nucleri, l’assassinio politico come strumento di politica estera e, infine, il genocidio, qualcosa ti resta dentro. Anzi, sarebbe più serio dire che, allevandola, tu hai proiettato sulla tua “abnorme creatura” quella parte di te più problematica; hai vissuto per interposta persona, attraverso di lei, ciò che non potevi fare più direttamente e apertamente, perché “non era più” socialmente accettabile (il richiamo della “colonia” perduta, il ricordo dello sterminio dei nativi…). Ed ora che l’ordine mondiale sta collassando, il tuo “Frankenstein” ti torna utile, anzi è quasi una guida, perché si è mosso, da sempre, come se quell’ordine non esistesse “per lui” o, comunque, non lo vincolasse al rispetto di regola alcuna. Israele, con la sua impunità strutturale, è il passato che si è da sempre anticipato rispetto alla crisi dell’ordine che ora è dinanzi a noi: ed è quindi il più preparato, sul piano “tecnico” e su quello dell’antropologia politica. Israele è sempre stato lo “Stato di eccezione” che abbiamo concesso alla parte peggiore di noi stessi, accettando però di farla vivere in una zona d’ombra. Finché è stato possibile…
Ora stiamo liberando la bestia.
Il ritorno del rimosso. Tutto questo è plausibile ed è amplificato dalle mefitiche suggestioni che promanano dall’universo degli Epstein Files. Sono in molti a pensare (con argomenti ragionevoli) che Donald Trump sia sotto ricatto…
Tuttavia c’è un problema di scala. Per quanto importante, Israele non è nulla senza gli Stati Uniti.
E lì, se possibile, lo spettacolo è ancora più inquietante. La guerra è iniziata con il bombardamento di Teheran e la “decapitation strategy” che ha portato alla morte di Khamenei e di un gruppo di esponenti della classe dirigente iraniana. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato l’inizio della guerra con uno spot pubblicitario che evidenziava le meraviglie delle GBU-57 Bunker Buster, sulla colonna sonora di Macarena.
Ma chi è veramente Trump? Non è di sicuro un nuovo Adolf Hitler, un leader portatore di un’ideologia apocalittica e dotato di un forte senso del tragico. Né tantomeno possiamo paragonarlo a Pietro Savastano, cui pure lo accomunerebbero il temperamento mafioso, la totale assenza di freni inibitori e la propensione all’accumulazione e all’amministrazione metodica e spietata del puro potere, privo di qualsiasi inflessione ideologica. Il problema è che anche Pietro Savastano (come altri personaggi di Gomorra) è caratterizzato da un forte senso del tragico, che invece manca del tutto al nostro Donald Trump, il quale sembra privo di qualsiasi funzione cerebrale in grado di innescare, nel bene e nel male, anche le più effimere avvisaglie empatiche. Possiamo ragionevomente dubitare anche del fatto che Trump sia in grado di odiare veramente.
Niente di tutto ciò: lui fa uccidere il “papa” degli sciiti e balla sulle note della Macarena.
Il problema non è quanto questa condizione “favorisca” la banalizzazione del male. Noi siamo già nel pieno di una banalizzazione del male e, per ciò che ci interessa in queste righe, della banalizzazione dell’assassinio politico.
E allora la domanda è: come si giunge a questa condizione? Possiamo fare, ancora una volta, a noi stessi, il torto della spiegazione magica? Quello di schiacciare ogni comprensione sul piano della individualità idiografica, della particolarità contingente e irriducibile ai processi sistemici? Vale a dire, fare appello all’eterna invasione degli Hyksos (di crociana memoria) che di tanto in tanto sconvolgerebbe e perturberebbe le nostre società e i nostri sistemi altrimenti sani?
Se volessimo essere seri, dovremmo abbandonare queste spiegazioni stupide ed autoconsolatorie (Trump, come ognuno di noi, ad un certo punto uscirà di scena e, magicamente, tutto tornerà “normale”).
Oggi ci convine essere seri e imporre a noi stessi il dovere del rigore. È l’unico modo in cui possiamo prepararci all’inferno che sta per crollarci addosso. Poiché ormai non è più questione di “se”, ma solo di “quando”.
L’assuefazione al male e la sua banalizzazione sono un processo, non un evento.
Se ci sforzassimo di vedere cosa c’è “dietro” e “prima” della Macarena di Donald Trump, forse incontreremmo, ad esempio, tra le tante cose, il sorrisetto impertinente di Hillary Clinton, in quell’intervista con la CBS News (20 ottobre 2011) nella quale, commentando la notizia dell’uccisione di un capo di Stato, Muʿammar Gheddafi, stuprato con una baionetta, scimmiottò il cesariano “Veni, vidi, vici” con un autocompiaciuto “We came, we saw, he died”, con il quale compendiava la distruzione della Libia ad opera della NATO.
E se continuassimo ad avventurarci lungo questa strada, ci imbatteremmo in quella “secret killing list” che ogni giovedì, un alto funzionario della CIA sottoponeva, nello Studio Ovale, alla deliberazione saggia ed avveduta del nostro amato premio Nobel, Barack Obama, affinché decidesse di chi fosse il turno, quella settimana, e desse prova, come scrisse il “New York Times” (29 maggio 2012) della tenuta dei suoi “principles and will”.
In breve, se ci decidessimo a capire veramente quando e in che modo ci siamo messi sulla strada per l’inferno, dovremmo accettare di aprire e di sfogliare, senza riserve, le numerose pagine di quello che – in altri tempi bui ed altri contesti – fu definito “album di famiglia”. Il “nostro” album di famiglia.
La strada per l’inferno ha significato per noi un lungo e laborioso tirocinio.