
(Lorenzo Castellani – editorialedomani.it) – L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran non è il segnale di un ambiente internazionale sempre più inospitale per paesi come l’Italia, medie potenze fondate su un’economia di trasformazione e su catene del valore lunghe, aperte e fragili.
Nel Mediterraneo allargato questo elemento è subito evidente. Le tensioni nel Golfo e nello stretto di Hormuz colpiscono choke point da cui transitano quote decisive del petrolio e del gas liquefatto mondiali, con effetti immediati su prezzi energetici, costi di trasporto e premi assicurativi. Per un sistema manifatturiero come quello italiano – dove meccanica, auto, chimica e agroalimentare dipendono da input energetici importati – ogni shock erode competitività, margini e spazio fiscale, in un’economia che ha già consumato buona parte delle proprie rendite di posizione sul mercato interno.

Vulnerabilità sistemica
La guerra investe anche la logistica mediterranea. Se l’area tra Mar Rosso, Suez e Golfo Persico diventa instabile e costosa da assicurare, le grandi compagnie riorganizzano rotte e catene di fornitura, deviando traffici su corridoi più lunghi ma più sicuri, spesso a Nord dell’Europa. I porti italiani rischiano di restare esposti ai rischi senza beneficiare appieno dei flussi, mentre si consolida un’Europa logistica che passa altrove, lungo assi ferroviari e marittimi che marginalizzano il Mediterraneo centrale.
In questo contesto, l’essere “media potenza di trasformazione” smette di essere una nicchia virtuosa e diventa una vulnerabilità sistemica. L’Italia non controlla le fonti energetiche, non presidia autonomamente i principali snodi marittimi extra-Nato, non detta standard tecnologici globali; eppure vive sempre più di export manifatturiero, basato su distretti che hanno prosperato nella stagione della globalizzazione aperta, dell’energia a buon mercato, delle rotte sicure.
Quando il sistema si organizza in blocchi attorno a nuove guerre, forniture energetiche e corridoi commerciali vengono politicizzati: ogni crisi produce un aumento dei costi, un restringimento degli sbocchi e una maggiore dipendenza dalle decisioni delle grandi potenze che garantiscono – o negano – la sicurezza delle rotte.

Impatto politico
L’impatto politico interno del nuovo conflitto non sarà però immediato. Il governo Meloni ha pochi margini: sosterrà apertamente Stati Uniti e Israele, resterà nel solco atlantico e userà la retorica della responsabilità occidentale per giustificare il posizionamento. Nel breve periodo, la presenza italiana nella missione Aspides nel Mar Rosso – presentata come difesa della libertà di navigazione e degli interessi commerciali nazionali – offrirà visibilità a basso costo politico, una proiezione “tecnica” che consente di presidiare il Mediterraneo allargato senza dichiarare un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Nel medio periodo, però, l’ambiente strategico generato da questa guerra spingerà lo Stato a spendere di più in difesa, per impegni Nato e Ue e per proteggere rotte, infrastrutture e spazio aereo. In un paese con finanza pubblica fragile, ogni decimale di Pil aggiuntivo destinato al militare sottrae risorse ad altre politiche. Il punto di crisi potrebbe arrivare se Washington chiedesse non solo sostegno politico e missioni navali, ma un coinvolgimento più diretto in operazioni militari contro l’Iran: il governo italiano si troverebbe politicamente davanti a una “seconda Ucraina”, con relative ripercussioni in termini di consenso.
Nel lungo periodo, tuttavia, questo ambiente ostile apre alcune opportunità. Un Mediterraneo più conteso rende più rilevante la posizione geografica italiana: porti, basi, infrastrutture energetiche e logistiche diventano asset negoziali da far valere in Nato e in Ue in cambio di risorse, investimenti e maggiore voce sulle priorità strategiche. La pressione a spendere di più in difesa può trasformarsi in occasione per ricostruire una filiera industriale in aerospazio, cantieristica, elettronica, rafforzando il legame tra sicurezza e manifattura avanzata.
Allo stesso modo, la necessità di diversificare fonti e rotte energetiche può spingere l’Italia a giocare davvero la carta del Mediterraneo come piattaforma di rigassificazione, rinnovabili offshore e interconnessioni con Nord Africa e Medio Oriente.
Questa sfida, però, va oltre il governo Meloni. Il ciclo aperto dalla guerra all’Iran si misurerà in anni, non in mesi, e investirà le future maggioranze. Richiederà uno sforzo di consapevolezza e di azione di un’intera classe dirigente – politica, amministrativa, industriale, militare – oggi chiamata a ripensare l’Italia come una media potenza che deve difendere la propria base materiale di esistenza in mezzo a molteplici conflitti.
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Che la signora venga chiamata in Parlamento a dichiarare la posizione del governo e quindi dell’Italia su questa azione militare e se invierà aiuti in Iran in quanto paese invaso.
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