Tel Aviv sotto le bombe

(ANNA FOA – lastampa.it) – Israele si scopre fragile. La morte di nove persone e il ferimento di altre sessanta nel rifugio di una sinagoga a Bet Shemesh, presso Gerusalemme, in seguito alla sua totale distruzione ad opera di un missile iraniano, ha suscitato nel Paese una forte emozione. Questo genere di rifugio era considerato abbastanza sicuro. Il maggior problema era il tempo brevissimo, uno o due minuti, consentito per ripararvi. Ora questo drammatico episodio sembra rimettere in discussione la possibilità stessa di trovare scampo al lancio di missili e di droni da parte di Teheran, continuato senza interruzione nel primo giorno di guerra, dove gli allarmi rilanciati dalle sirene e dai telefonini sono suonati senza quasi interruzione, e diminuiti di intensità ma ancora frequentissimi la domenica, quando appunto si è verificata la strage di Bet Shemesh. Già nel giugno, nella guerra con l’Iran, era apparsa evidente la possibilità che missili e droni, soprattutto se lanciati in gran numero, riuscissero a sfuggire allo scudo protettivo. Ora l’idea che neanche i rifugi concedano protezione crea nel paese un forte stato di insicurezza. L’Idf ha dovuto ribadire che scendere in un rifugio è il mezzo più sicuro per ripararsi dall’attacco dei missili. Ma il mezzo più sicuro non vuol dire il rimedio in assoluto. Nei rifugi si può anche morire.

Le immagini dell’edificio di Bet Shemesh distrutto ci richiamano alla mente le immagini della Striscia di Gaza distrutta dai bombardamenti, delle macerie sotto cui continuano a giacere, dopo mesi e mesi, cadaveri insepolti. A Bet Shemesh, fortunatamente, i soccorsi sono stati tempestivi, i feriti tratti rapidamente fuori dalle macerie, ci sono stati ospedali vicini e attrezzati in cui curarli senza indugio. Ma questo non rende più sicuro il cittadino di Israele che ormai sa che neanche il fatto di correre velocemente in un rifugio vicino può essere davvero decisivo per la sopravvivenza sua o dei suoi famigliari.

Che i rifugi, di cui gode solo il 33% della popolazione israeliana, non abbiano il grado di sicurezza necessario è un elemento che azzera la distanza fra le case israeliane, in maggioranza, almeno quelle nuove, munite di un rifugio, e le abitazioni dei palestinesi di Cisgiordania, privi di qualunque protezione. Ma non sembra che la diminuzione della differenza fra i cittadini di Israele, difesi per quando possibile dalle conseguenze della guerra, e i palestinesi dei territori occupati, privi di ogni difesa, possa essere per gli israeliani una buona notizia, rendendo le loro possibilità di sopravvivere ai bombardamenti più vicine a quelle dei palestinesi. Non sappiamo se questa nuova insicurezza diminuirà il generale consenso ad una guerra contro il nemico per eccellenza, l’Iran, il nemico che mira a possedere l’atomica e che può diventare in grado di usarla contro Israele. Oppure ne uscirà rafforzato il consenso intorno a questa guerra, un consenso già trasversale, da subito estesosi all’opposizione a Netanyahu, o almeno ad una sua grossa parte, che ha dichiarato, per bocca di Yair Lapid, di non voler intralciare la gestione governativa della guerra? È forse troppo presto per dirlo.

Quello che è certo è che la notizia domenica pomeriggio del richiamo di oltre centomila riservisti non contribuisce a rassicurare il paese. Allo stato d’animo di euforia seguito alla notizia della morte di Khameini subentra così la sensazione che la guerra che si è aperta non sarà una guerra lampo, che non neutralizzerà tanto facilmente il nemico di sempre, e che si preparano altre giornate segnate dal suono delle sirene, altre morti.