(Paolo Cornetti – lafionda.org) – Dal rapimento del presidente venezuelano Maduro da parte degli Stati Uniti, la situazione sta diventando sempre più drammatica per l’isola di Cuba. Trump, e soprattutto il Segretario di Stato Marco Rubio, hanno deciso che L’Avana deve cadere e per farlo sono disposti a utilizzare qualsiasi mezzo. Oltre ad aver eliminato i rifornimenti di petrolio venezuelani, fondamentali per la sicurezza energetica cubana, gli USA hanno stretto al massimo le maglie dell’embargo fino a non far entrare e uscire praticamente più nessuna merce dall’isola. Oltretutto, si aggiungono pressioni internazionali molto forti, come minacce di sanzioni a chiunque provi a commerciare con Cuba, fino all’ordine dato alle nazioni alleate, come l’Italia, di rimpatriare tutti i medici cubani, non importa, se come nel caso della Calabria, questo comporterà la chiusura di diversi poli ospedalieri lasciando senza assistenza sanitaria diverse migliaia di cittadini.
In questa situazione sempre più drammatica ho ritenuto che fosse importante portare i pensieri, l’opinione, la testimonianza diretta di una persona che vive la realtà cubana attuale tutti i giorni, la sente sulla sua pelle e la può raccontare al meglio. Così ho chiamato Leonardo Martinez, un amico cubano, avvocato, che vive e lavora a L’Avana e che conobbi qualche anno fa a Budapest, quando entrambi affrontavamo un periodo di studio nella capitale ungherese. Lo ringrazio di cuore per aver accettato di condividere la sua esperienza e le sue riflessioni ed avermi concesso questa intervista, che ci catapulta direttamente nel cuore dell’embargo americano e dell’indomita capacità di resistere dei cubani.

La situazione a Cuba è in peggioramento dalla pandemia di Covid del 2020, ma è probabilmente dall’attacco degli Stati Uniti al Venezuela che le cose sono precipitate, poiché da Caracas importavate molto petrolio. Ora con gli USA che controllano le esportazioni di petrolio venezuelano, Cuba ne soffre. Com’è la situazione ad oggi? Come si sta vivendo a Cuba? Quali sono i problemi che i cubani sono costretti ad affrontare quotidianamente?

Sì, dal 2020 stiamo vivendo giorni davvero duri per il calo del turismo e il rallentamento delle importazioni, ma in realtà già durante il primo mandato di Donald Trump ci sono state applicate più sanzioni che mai nella storia. Però la reale crisi economica attuale inizia per noi dopo il 3 gennaio con l’intervento USA in Venezuela.
Cerchiamo di continuare la nostra vita normalmente, continuando a lavorare e a fare tutto ciò che riusciamo, ma è vero che questo evento ha davvero aumentato la crisi perché Cuba può andare avanti solo se ci sono paesi che si rifiutano di accettare l’embargo americano e che commerciano con noi. Il Venezuela era uno dei più importanti perché era il nostro principale fornitore di petrolio. Non era l’unico, importavamo carburante anche dal Messico e dalla Russia, anche da altri paesi, ma principalmente da questi tre. Da gennaio, persino il Messico ha interrotto la sua regolare fornitura perché Washington ha annunciato dazi extra per quei paesi che ci forniscono petrolio. Quindi, la carenza di elettricità è diventata decisamente più grave. Viviamo giorno dopo giorno con anche più di sei ore di blackout. Dipende dalla regione, forse L’Avana è più protetta perché è la Capitale ed è la città più popolosa, ma anche a L’Avana in questi giorni si hanno 6, 7 o 8 ore di blackout in momenti critici della giornata, magari dalle 16:00 fino alle 20:00 o 21:00, cioè quando le persone tornano dal lavoro e si mettono a cucinare e cercano di vivere la propria vita in casa. A Cuba l’elettricità si usa principalmente per cucinare, quindi le persone si sono dovute adeguare e arrangiare e stanno tornando ad utilizzare il carbone. Certo, cucinare con il carbone per noi rappresenta un drastico calo del tenore di vita e le persone sono molto a disagio per questo.
Inoltre, la scarsità di cibo, di beni primari e la crisi in generale stanno influenzando la pulizia delle città e ci sono cumuli di spazzatura ovunque. I prezzi per comprare il cibo sono diventati altissimi. Il settore privato fornisce cibo, ma ovviamente molti di coloro che non lavorano per il privato – ovvero chi lavora nel pubblico come professori, medici e molti altri – non possono permettersi i prezzi del mercato libero. Lavorando in un’azienda pubblica, non possiamo permetterci i prezzi del cibo in nessun mercato. Ciò comporta il fatto che le persone stiano riducendo la quantità di cibo che possono acquistare. Questa è la vita quotidiana, che ci provoca molta incertezza. L’attacco degli USA in Venezuela ha cambiato le carte in tavola.

Dopo aver visto ciò che è successo in Venezuela a Cuba si teme un attacco militare da parte degli Stati Uniti o pensate che stringeranno sempre di più l’embargo per ridurvi alla fame totale?

Io non pensavo che gli Stati Uniti potessero attaccare militarmente, non la vedevo come una minaccia reale e pensavo ci sarebbe stata solo pressione economica. Ma dopo quello che hanno fatto in Venezuela, la sensazione che possano fare qualsiasi cosa sta entrando lentamente nella mente delle persone. Non c’è un vero e proprio panico di massa, ma quando cammini per strada si sente la gente che parla di minaccia militare, di cosa è successo in Venezuela o di ciò che sta per succedere in Iran (e che poi è successo, siccome la data dell’intervista è precedente all’attacco americano del 28 febbraio, ndr). Il conflitto con il governo USA che potrebbe sfociare in un’azione militare è ora sentito come una minaccia reale, le persone sono spaventate e provano molta incertezza per il futuro.
Viviamo sotto embargo da 60 anni. A volte è stato più duro, a volte più morbido, ma sapevamo che con Marco Rubio nella posizione di Segretario di Stato le cose sarebbero potute andare davvero male e che sarebbe aumentata la pressione di Washington su Cuba. A mio avviso questo è l’ultimo tentativo del governo USA di mantenere l’egemonia nel mondo. Stanno perdendo potere di fronte alla Cina o ai BRICS in generale, e Trump sta cercando di evitare o posticipare il declino dell’imperialismo statunitense. Cuba non è un punto economico importante per loro, non credo ci siano risorse fondamentali qui, ma per il significato politico, per il simbolo che Cuba rappresenta, Trump vorrebbe conquistarla come medaglia. Ma sappiamo da anni che viviamo con questo pericolo. Chi crede nella giustizia o nella promessa di giustizia che la rivoluzione cubana rappresenta, sa che questo è il prezzo per la nostra indipendenza e della nostra sovranità. Dobbiamo essere più intelligenti ed efficienti per proteggere le persone più vulnerabili a Cuba. Abbiamo bisogno di un sistema che produca più cibo con le nostre risorse e non dipenda dalle importazioni. Proprio ora Cuba sta facendo una transizione molto veloce verso l’energia solare e il governo sta fornendo sistemi di pannelli solari o sistemi di backup per i settori prioritari; i medici stanno ottenendo crediti dal governo per installare pannelli solari nelle loro case e tutta l’economia sta cercando di aumentare l’energia che produciamo. Questo è un buon segno. Servirebbe la stessa strategia, per esempio, nell’agricoltura, che è vitale ora.

A proposito di economia, dalle riforme degli anni 2000-2010 al cambiamento della Costituzione varato nel 2019, la proprietà privata e il ruolo del mercato nell’economia nazionale hanno assunto via, via sempre più importanza. Pensi che le riforme siano state fatte per cercare di allentare il blocco economico degli Stati Uniti? Grazie alle riforme la situazione è migliorata?

È stata una strategia per cercare di diversificare l’economia, non penso sia stata una concessione diretta agli Stati Uniti. Queste riforme sono state più che altro frutto di un consenso nazionale sul fatto che avessimo bisogno di un’economia più diversificata, e non più dell’economia esclusivamente di proprietà statale dove ogni spazio della vita era controllato da un’unica azienda pubblica, spesso in modo non propriamente efficiente. C’era consenso sul fatto che si dovessero mantenere le sfere principali dell’economia – le aree strategiche o la produzione – sotto il controllo dello Stato, ma che si potessero avere altri settori molto dinamici in mani private o condivisi tra aziende private e statali.
Ma in realtà questo non sta per nulla aiutando oggi. Se guardi alla situazione attuale, l’economia non ne sta beneficiando. Credo che, al contrario, abbia creato più differenze economiche tra la popolazione e stia facendo emergere molte contraddizioni.
Mi spiego nel dettaglio: il paese ha bisogno di dollari per importare merci e Cuba è una piccola isola con un’economia aperta, ciò significa che ha molta necessità di importare. L’embargo è così pericoloso e così efficace in questo momento perché sta colpendo tutte le vie che Cuba ha per ottenere dollari. Tutte le esportazioni di Cuba sono colpite dalla strategia statunitense; quindi, Cuba ha perso praticamente tutte le sue esportazioni.
Allo stesso tempo, proprio ora, viene attaccata la nostra importazione di carburante, che è forse la fornitura più strategica per far andare avanti il paese e l’economia. Quando perdi tutti i canali di esportazione, ciò che resta sono i soldi che le persone da altri paesi inviano alle loro famiglie. Dato che il paese non ha più esportazioni, ciò che otteniamo in termini di dollari è il denaro inviato dall’estero. Il governo ha tentato di attuare una strategia per ottenere quei soldi attraverso il commercio, istituendo negozi a Cuba dove si può pagare solo in dollari. Per ovviare alla mancanza di denaro è stato fissato un tasso di cambio regolato dallo Stato, ma il settore privato non si sente limitato da quel tasso e cambia nel mercato nero a una tariffa diversa ottenendo molti dollari dalle persone che lo Stato poi non riceve. Con quei dollari ottenuti illegalmente, il settore privato riesce ad acquistare direttamente merci dall’estero e di conseguenza fissa i prezzi di ciò che vende a Cuba in base a quanto paga in dollari le merci sul mercato internazionale, e questo sta facendo lievitare molto i prezzi. Il risultato è che il settore privato offre più beni di base, cibo e persino medicinali. I medicinali non sarebbero del tutto permessi, ma poiché il governo non è in grado di fornirli tutti, c’è una sorta di tolleranza verso il mercato nero dei farmaci che arrivano per lo più dall’estero. In una situazione di sofferenza generalizzata chi si muove nel libero mercato sta ottenendo profitti eccezionali grazie a questa differenza nel cambio del dollaro, ma sulla pelle di tutti gli altri.
Quindi no, il libero mercato non sta aiutando l’economia generale a funzionare bene. Quella che chiamiamo macroeconomia non sta andando affatto bene.

Tornando invece alla situazione internazionale, avete la sensazione che qualche paese possa aiutarvi?

Russia e Cina hanno espresso il loro sostegno al governo cubano, ma abbiamo bisogno di supporto internazionale; nessun paese oggi può sopravvivere da solo. Abbiamo bisogno di partecipare al commercio globale. Ma probabilmente dobbiamo prepararci a una situazione in cui questo commercio sarà ancora più limitato se gli USA saranno in grado di imporre le sanzioni e i dazi che hanno minacciato di applicare. Se vedono che possono continuare senza una grande risposta internazionale, probabilmente si spingeranno sempre oltre. In questo senso abbiamo bisogno di più supporto. Cina e Russia sono alternative, non perché siamo totalmente d’accordo con il loro sistema politico, ma perché abbiamo bisogno di commerciare e avere relazioni indipendenti con ogni paese del mondo, mentre gli USA puntano a isolarci. Non so se questa risposta internazionale arriverà; sono un po’ scettico al riguardo. Guardiamo ciò che succede in Palestina e sappiamo che quello che hanno fatto a loro è ciò che vorrebbero fare a noi. Difendere la causa palestinese è anche un modo per difendere noi stessi, perché siamo i prossimi della lista. Il genocidio che stanno portando avanti in Palestina è terribile e dobbiamo prepararci a essere i prossimi.

Spero di no. Concordo con la tua analisi sul fatto che il diritto internazionale sia definitivamente morto in Palestina e non ci sia più ipocrisia al riguardo. Sappiamo che anche l’Unione Europea non ha fatto nulla per la Palestina e supporta Israele nonostante il diritto internazionale.
A Cuba, ritieni che le persone sperino in un cambiamento interno per salvare le proprie vite?

È una domanda complessa, proverò a rispondere. Ovviamente non esiste un’unica opinione. Quello che posso dire è che il governo cubano ha ancora molto supporto dalle persone. La prova principale è che il paese, nonostante tutti i problemi e la crisi, continua a muoversi grazie al lavoro di milioni di persone che si svegliano ogni mattina. Se Cuba è arrivata al 23 febbraio (data dell’intervista, ndr) è perché molte persone lo stanno rendendo possibile. Ovviamente la gente non vuole e non può vivere come stiamo vivendo ora, è una situazione che deve finire a un certo punto e il tempo per superarla si accorcia sempre di più. La pazienza delle persone, con la mancanza di tutto, sta portando a un aumento di chi chiede un cambiamento o di chi sarebbe pronto ad arrendersi all’imperialismo statunitense. Dobbiamo renderci conto di questa situazione, non possiamo dire che la gente resisterà indefinitamente. Forse io sono più fermo in certe convinzioni sulla necessità di resistere, ma non tutti la pensano così. L’unico modo per uscire da questa situazione è essere in grado di offrire un futuro diverso. Dobbiamo essere più resilienti e indipendenti economicamente, così da non essere vulnerabili a ogni sanzione applicata dagli USA. Il senso di indipendenza e sovranità a Cuba è forte, la Rivoluzione ce lo ha dato e le persone sono pronte a proteggerlo, ma è vero che il blocco economico così estremo sta influenzando il consenso e l’unità. Il punto chiave è non cadere in un cambio di sistema e riuscire a dare a tutti a Cuba la sensazione di poter vivere bene e in pace. Questa, nella mia modesta opinione, è la priorità del governo.

Dobbiamo sempre ricordare che Cuba è un paese pacifico e non è in alcun modo una minaccia per gli Stati Uniti, anche perché il sistema cubano non è militarizzato. Vuoi inviare, infine, un messaggio all’Italia?

Credo che Cuba sia un tentativo di giustizia. Forse non abbiamo la risposta giusta a tutto, ma quello che stiamo facendo è un tentativo. Stiamo cercando il nostro percorso verso la giustizia. Ogni popolo ha il diritto di fare la propria scelta per ciò che crede sia il corretto percorso per il proprio benessere. Difendere la causa di Cuba significa difendere questo diritto per tutti. La solidarietà in questi tempi è più necessaria che mai.

Per ulteriori approfondimenti su Cuba:
Dentro la crisi cubana: il cappio americano stringe sempre di più di Lorenzo Palaia
L’attacco USA e la resistenza di Cuba con Flaviana CerquozziPaolo CornettiGiusi Greta Di Cristina e Lorenzo Palaia