(dagospia.com) – Il giorno dopo l’addio al Carroccio, nella prima uscita pubblica, Robertino Vannacci così ha lanciato il nuovo partito, “Futuro Nazionale”: “La mia è la vera destra”.

E squadernò le seguenti ragioni: “Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come si proponeva il documento di Zaia”.

“Non è possibile – ha detto ancora – fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina”.

In sintesi, “La mia destra non è né estrema né nera: è vera”. Del resto, basta passare in rassegna quanti principi ideologici, durante i suoi tre anni e mezzo a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, già gabbianella del Fronte della Gioventù, pur ben dotata di arte camaleontica, è stata costretta a rinnegare e mettere in soffitta.

Un elenco interminabile di giravolte e capriole, financo doppi salti mortali su principi  e valori fino a ieri difesi col coltello tra i denti, accompagnati da facce di bronzo in preda ad attacchi di Alzheimer (basta ascoltare le dichiarazioni dei Camerati d’Italia quando sedevano ai banchi dell’opposizione).

Un buon esempio dello stordimento di una buona parte dell’elettorato e degli iscritti di Fratelli d’Italia è rappresentato dalla loro renitenza a recarsi alle urne il 22/23 marzo per apporre la croce sul “Sì” sulla scheda del referendum sulla riforma della giustizia.

Purtroppo per la Statista dei Due Mondi, gli ex missini, passati poi in Alleanza nazionale e traghettati infine in Fratelli d’Italia hanno sempre avuto un Dna giustizialista. Li ricordiamo applaudire il cappio leghista in Parlamento ai tempi di Tangentopoli, con la foto di Paolo Borsellino sventolata come santino da Giorgia Meloni.

Erano gli ex missini, che rivendicavano la propria diversità morale da chi aveva sempre gestito il potere, e celebravano la magistratura dei Di Pietro come un angelo vendicatore per mandare all’inferno quelle élites corrotte della Prima Repubblica che avevano spedito nelle “fogne” (copy Marco Tarchi) i “topi” del post-fascismo.

Quando nel 2012 Meloni, La Russa e Crosetto fondarono Fratelli d’Italia, raccolsero l’eredità della destra sociale, rappresentata dalla corrente nel Msi capitanata da Pino Rauti, che si distingueva dalla destra di Almirante (nazione, ordine, gerarchia) perché propugnava anche una forte attenzione alla giustizia sociale e all’intervento dello Stato nell’economia.

E Meloni lo sa bene perché la sua formazione politica è sbocciata tra i Gabbiani di Colle Oppio, fondati dal rautiano Fabio Rampelli.

Certo, la vera misura dell’intelligenza politica è la capacità di adattarsi al cambiamento quando necessario, e la “salamandra della Garbatella” lo sa benissimo.

Ma la “Giorgia dei Due Mondi” deve anche sapere che c’è un limite che non va oltrepassato: quello dei principi e valori che rappresentano l’identità di un partito, di una forza politica. Quando si dimenticano (eufemismo), allora i Vannacci ne hanno ben donde a gridare: ‘’La mia è la vera destra’’.