Il ripristino delle preferenze avrebbe giustificato la necessità di cambiare le regole per le urne

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il ripristino delle preferenze poteva essere il mantello dorato con cui rendere presentabile, plausibile, addirittura necessaria la riforma elettorale fortissimamente voluta dal centrodestra come anticipo del premierato. Avrebbero potuto dire: agiamo per amore della democrazia, per interrompere il fatale declino della partecipazione in un Paese dove la metà dei cittadini non si prende più il disturbo di andare alle urne. Rispettiamo i nostri programmi, siamo coerenti con le nostre idee (Giorgia Meloni è sempre stata sostenitrice delle preferenze) e vogliamo innanzitutto ricucire il rapporto tra elettori ed eletti perché, come abbiamo sempre detto, ciascuno deve poter scegliere chi mandare in Parlamento, e in seguito incalzarlo se non fa il suo dovere.
L’occasione al momento è stata persa, le posizioni di principio del tutto contraddette. La bozza di riforma elettorale non solo non introduce le preferenze ma con l’abolizione del maggioritario cancella anche il loro ultimo brandello, cioè la possibilità di scegliere nei duelli di collegio tra singoli candidati, biografie, percorsi politici. Era l’estremo spiraglio di decisione “sulle persone” rimasto agli elettori, ora sostituito da un prendere o lasciare senza opzioni: coalizioni predeterminate, premier pre-indicati nel programma, deputati e senatori scelti dalle segreterie e blindati nei listini. L’unica via di dissenso da questi pacchetti chiusi sarà restare a casa, ed è possibile che la nuova legge elettorale incoraggi ulteriormente l’evasione di massa dal principale appuntamento della democrazia. Già adesso ogni analisi dice che il primo motivo dell’astensionismo è l’impossibilità di votare “qualcuno che mi rappresenti davvero”, e figuriamoci quando saranno cancellate anche le sfide di territorio.
Non è facile capire perché la destra abbia rinunciato in partenza a un suo caposaldo, che tra l’altro poteva rappresentare una risposta efficace alle accuse delle opposizioni di deriva orbaniana, trumpiana, autoritaria, e consentire di replicare ai critici: noi restituiamo un potere effettivo agli elettori, valorizziamo l’idea di popolo sovrano, diamo un potere aggiuntivo alla gente. Le preferenze sono senz’altro sistema opinabile, e tutti ricordano le distorsioni inquietanti che hanno a lungo portato nella vita pubblica italiana, ma questa preoccupazione non ha mai agito nel mondo della maggioranza. Piuttosto sembra aver lavorato anche in questa circostanza l’assillo di ogni classe dirigente di avere un controllo assoluto sui gruppi parlamentari e di evitare l’ascesa imprevedibile di elementi “di disturbo”, eretici, potenziali nuovi protagonisti della scena e quindi concorrenti.
Anche il decantato potere delle preferenze come antidoto all’astensionismo, alla fin fine, forse è stato giudicato più un problema che un vantaggio. I bassi livelli di partecipazione sono una sicurezza, rendono tutto più prevedibile, meno faticoso, e una riforma elettorale cucita su uno status quo immutabile da anni, richiede di evitare sorprese. Cosa succederebbe se tornasse ai seggi anche una minima parte dei 17 milioni di italiani assenti alle ultime Politiche, o un pezzetto dei 26 milioni che hanno disertato le Europee del 2024? Chi voterebbero, come cambierebbero gli equilibri generali? Nessuno nella maggioranza sembra avere voglia di scoprirlo.
Il ripristino delle preferenze, insomma, richiedeva una somma di atti di coraggio che in questa fase il centrodestra non si è sentito di fare. Perdita di controllo sugli eletti, sorprese sul territorio, esiti imprevisti di una fiammata di partecipazione. E tuttavia, senza quel mantello, senza quell’atto di coerenza con le posizioni di sempre, difendere la legge risulterà più complicato, anche nei confronti dei propri elettori.
Si può risolvere tutto andando a votare i Partiti di opposizione…Punto!
Bisogna mandarli a casa … stanno facendo più danni loro che la buonanima di B.
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