
(di Michele Serra – repubblica.it) – “Famiglia nel bosco” è ormai un serial di molte puntate, peccato che Bruno Vespa abbia abbandonato la tradizione dei plastici (il Ponte sullo Stretto, la villetta di Cogne) perché un plastico della nuova casa nel bosco, nata dalla inedita partnership tra geometri e assistenti sociali, farebbe la sua figura, con Vespa che illustra, con la bacchetta, il cesso che dovrebbe mettere finalmente pace.
Il primato di “Famiglia nel bosco” è insidiato da serie mediatiche più noir e da altre più tragiche, “L’incendio di Crans-Montana”, “Il calvario cardiologico del piccolo Domenico”, “Il far west di Rogoredo”, settimane di programmazione, mesi di programmazione.
Non vorrei sembrarvi cinico, credo che sia vero il contrario: è proprio perché si avverte la tragedia, si misura il dolore, si capisce lo scandalo, si partecipa al lutto, che viene voglia di spegnere il televisore, e passare oltre quando si naviga in rete, e girare pagina se si legge un giornale.
La morte è una cosa seria, il dolore è una cosa seria, la loro trasformazione in show — spesso con le stesse immagini di repertorio ripetute fino allo sfinimento, fino al disgusto — è una forma di banalizzazione, di sterilizzazione, è sangue imbottigliato per la grande distribuzione, come le bibite nei distributori.
In Francia, sull’uso mediatico di Crans-Montana, c’è stato un dibattito severo, non ho l’impressione che da noi sia avvenuto altrettanto. Forse la vocazione nazionale per il melodrammatico, per il patetico, impedisce una più razionale valutazione. Lo show del dolore piace. Commuove. Indigna. Così come si applaude ai funerali, si applaude ai telegiornali che mostrano, per l’ennesima volta, le fiamme sprigionarsi, e i feretri avviarsi verso un esito mai definitivo: va comunque prorogato per ragioni di audience.