(di Lina Palmerini – il Sole 24 Ore) – A tre settimane dal referendum arriva l’accordo di maggioranza sulla legge elettorale.

Si potrebbe parlare di un’accelerazione, se non fosse che il testo era in cottura da un po’, ma non si può negare che lo sprint finale ci sia stato. Lasciando da parte i dubbi di legittimità […], ci sono domande più politiche e la prima è quale sia il vantaggio per Meloni e i suoi alleati ad aver chiuso un’intesa prima del 22 e 23 marzo.

L’ipotesi più immediata è che ci si tiene pronti per affrontare l’esito del test popolare non escludendo nulla. Nemmeno il voto anticipato. Serviva, quindi, una nuova legge elettorale e – soprattutto – più conveniente per la destra, almeno sulla carta.

[…] Molti si sono chiesti come mai la Lega abbia accettato un nuovo sistema che sulla carta la penalizza. Con l’attuale legge (e i collegi), il partito di Salvini è riuscito a incassare molti più parlamentari in rapporto alla propria forza elettorale. Per fare un esempio, il Carroccio ha solo 10 onorevoli in meno rispetto al Pd ma ha la metà dei voti dei Dem.

Ecco, come mai il leader leghista ha rinunciato a una legge così vantaggiosa? C’è chi dice sia un prezzo pagato a FdI sul Veneto per avergli lasciato la presidenza della Regione, chi invece ipotizza garanzie sulla futura squadra.

Dicono, poi, che da un po’ aleggi una certa diffidenza sulla Lega, sul fatto che non si impegni abbastanza per il “sì e per le divisioni interne dopo il caso Vannacci.

Anche per questo gli alleati avrebbero scelto di chiudere l’intesa prima del referendum, per non far esplodere le tensioni il giorno dopo. Tra l’altro, queste nuove regole lasciano aperta la questione del generale. Prenderlo a bordo e rischiare un effetto respingente sui moderati?

Oppure affidarsi alla matematica e sommare la sua percentuale? Sarà un bivio difficile da imboccare.