
(Alessio Mannino – lafionda.org) – Come dimostrano le dimissioni del ceo del World Economic Forum di Davos, Børge Brende, il caso Epstein sta generando effetti a catena nelle prime file del gotha occidentale. Ma realismo impone di non scambiare la rimozione degli elementi più sacrificabili per un crollo dell’intera impalcatura su cui i grandi interessi internazionali si reggono. Per arrivare a questo non basteranno nemmeno i clamorosi arresti di Andrea, fratello di re Carlo d’Inghilterra, e di Peter Mandelson, ex braccio destro di Tony Blair. Né di altri in futuro. Anzi, tutto il contrario: la pur obbligata individuazione ed esposizione al pubblico ludibrio dei singoli segue il collaudato meccanismo di isolare e scaricare le “mele marce”, così da proteggere e puntellare l’istituzione o circolo di cui fanno parte. E anche quando la decapitazione dell’establishment assumesse proporzioni da valanga, le conseguenze ben difficilmente metterebbero in pericolo i meccanismi profondi che permettono alla classe dirigente di riprodursi. Per la semplice ragione che il piano giudiziario ed etico, di per sé, colpisce le storture del sistema. Ma non tocca il sistema. Facendo salire l’indignazione popolare, può provocare qualche terremoto dando maggiori appigli ai contestatori. Ma in assenza di una forza pronta a mettere in discussione non la sola gerenza sotto accusa, ma le fondamenta stessa dell’edificio, nessuna apocalisse politica potrà mai verificarsi. Non basta che i piani alti vengano squassati, per altro autogestendo gli scossoni: dev’esserci anche chi sa approfittare del momento per piazzare la dinamite alla base.
Non è sufficiente neppure il sussulto di trasparenza informativa. Come se una momentanea trasmissione di informazioni, per quanto benvenuta, possa produrre da sola reazioni tali da impensierire chi monta la guardia ai cancelli di Versailles. Anche qui, in maniera contro-intuitiva, può degradare l’impatto a un pur gigantesco fuoco d’artificio, fra campagne stampa e folle sdegnate, e contribuire a ostacolare, anziché favorire, il giudizio di radicale condanna non di tizio o caio, ma di quel che tizio o caio rappresentano. La nostra tesi è che la desecretazione della corrispondenza del mostro Epstein, fra l’altro parziale, a singhiozzo e chissà quanto manipolata, svela un paradosso non facile da digerire. Questo: non sarà la gravità circostanziata di fatti specifici a determinare una vera presa di coscienza del marcio d’Occidente. Non se ad accompagnarla è l’incapacità di inserirli in un quadro analitico dell’apparato dominante e della sua egemonia. In parole povere: quand’anche venissimo a conoscenza di ogni singolo ripugnante atto che quei files testimoniano o adombrano, e fossero pure tutti verificati dal primo all’ultimo, questo non cambierebbe assolutamente niente, se si è privi di chiavi di lettura in profondità. Sapere che il membro tale della cosiddetta élite, il politico X o il finanziere Y, si è macchiato di colpe infami, non migliora la consapevolezza della gerarchia dei rapporti di forza. Che se non c’era prima, non ci sarà neanche adesso. L’emersione di risvolti immorali o psicopatologici può far cadere qualche testa. Dopodiché, il corpo che la genera – ossia, per dirla con Marx, la struttura sociale e annessa sovrastruttura ideologica – ne partorirà un’altra. Un’altra che compirà o non compirà le stesse nefandezze, in misura in ogni caso irrilevante per la tenuta dell’organismo.
Sono i fattori, appunto, organici ad essere quasi completamente assenti nella critica scandalistica. Si addita il potente malvagio, che nel 99% dei casi malvagio lo è davvero. Ma ci si ferma alla proiezione psicologica, in virtù della quale si addossano tutti i mali e guasti della civiltà alla ristretta minoranza al vertice. Dipanare quel groviglio di nominativi, contingenze e consuetudini dovrebbe servire, invece, per munire di una radiografia il più possibile precisa una diagnosi da elaborare indipendentemente dalle ricorrenti, e per giunta qui pilotate, fuoriuscite di sterco dagli arcana imperii. Non c’è bisogno degli Epstein files per studiare le filiere di dominio, o indagare la morfologia dei centri decisionali, o approfondire gli aspetti più disturbanti dei privilegi di classe dei neo-feudatari. Compulsarli e diffonderne i contenuti aggiunge documentazione e corrobora di casistica un bagaglio teorico che dovrebbe essere già in grado di rispondere alla domanda su chi comanda davvero. Ma la voglia, pur comprensibile, di patibolo e ghigliottina a spese dei titolari del potere rischia di fare da succedaneo, o addirittura da placebo, della messa in mora del modello in cui il potere si organizza.
Spiace per gli amanti del genere esoterico e dei libri-fotocopia sui club occulti, ma la strada maestra è, e resta, esaminare come il potere si distribuisce lungo la compagine sociale. E qua, non c’è proprio niente di segreto da scoprire: origini e modi in cui si struttura nei suoi gangli e si spartisce nei suoi beneficiari sono rilevabili con l’osservazione empirica. Certo, non banalmente giornalistica. Va fatto lo sforzo di guardare alla complessità dei processi che si dispiegano nel tempo, chiamando in causa non solo, come oggi va di moda, la prospettiva geopolitica, e neppure, come facevano i marxisti di una volta, la sola analisi di classe. L’oggetto in considerazione va messo ai raggi X facendo convergere sociologia, antropologia, religione, diritto, filosofia, tecnologia. Sfaccettature esplorabili con strumenti e dati per nulla misteriosi. Non è indispensabile, insomma, scrutare la millesima riga del milionesimo Epstein-file per sapere, ad esempio, che in una meccanica fondata sul controllo del denaro che produce denaro (un tempo definito usura, oggi comunemente detto capitale), il potere si commisura sulla bilancia truccata di chi ne gestisce l’emissione, il flusso e l’allocazione. La difficoltà, per molti insormontabile, sta nell’accettare il fatto che tale limpida, ripetiamo limpida realtà riguarda non solo chi se la gode in alto, ma anche chi smadonna e svelena in basso.
Quel che sfugge agli appassionati delle trame oscure è che, al netto di delitti e abominii e del grado di responsabilità, i mascalzoni che se la spassano alla faccia nostra rappresentano il vertice di una scala in cui, giù in basso, la maggioranza di coloro che si sentono, e in sostanza sono, delle vittime, si limita alla rabbia vittimista. Foriera di fiammate di sdegno ma, priva com’è di un retroterra critico, condannata al risentimento da impotenza, il quale si nutre di sé stesso. Senza per altro accorgersi di cadere, oltre che in una svista cognitiva, in un errore politico. Puntare le carte sull’emotività, sulla riprovazione morale e sull’evocazione di Satana ricalca il copione dello scontro fra Bene e Male che è lo stesso, identico, medesimo plot della narrativa moraleggiante di lorsignori, adoratori del falso mito della “libertà” tradotto in quell’altro, ancora più falso, che è la “democrazia liberale”. Contraffazioni che spacciano da libertà (in sé equivalente a nulla più che a un effettivo potere d’azione) l’anti-etica cannibalistica da arrampicatori sociali in cui, di fatto, consiste l’individualismo diffuso. Praticata dai giri à la Epstein nella fascia top class fino, forse, a eccessi di cannibalismo reale e non figurato – e soltanto quest’ultimo sarebbe lo scarto, veramente disumano, fra il perverso comune, pedofilo incluso, e il pervertito d’alto bordo.
Narcisismo patologico, ansia competitiva, brama di possesso, doppiogiochismo, millanteria, anaffettività, irresponsabilità: difetti dell’anima che traducono in termini psicologici ed esistenziali quello che di solito è chiamato nichilismo. Sono caratteri di un tipo umano medio, che vive in mezzo a noi, nient’affatto esclusivo delle alte sfere, considerato vincente, e che non ci porta all’autodistruzione solo grazie al contrappeso di ipocrisia formale e genuina umanità che, combinati assieme, tengono in piedi la baracca in cui abitiamo tutti. I demagoghi della sedicente informazione alternativa, e i loro seguaci boccaloni, sono i nemici ideali dei “nemici del popolo”: illusi che basti sostituire i “cattivi” ai piani alti con loro, i “buoni”, ignorano o fingono di ignorare che a contare sono le forme, le regole, gli schemi e i paradigmi in cui si sostanziano le relazioni di potere. Da ripensare anzitutto, precisiamo, con l’intento non di garantire la giustizia, ma di ridurre al minimo l’ingiustizia. Perché sotto qualsiasi regime, anche il più autenticamente democratico (ossia non liberale, non capitalistico, non palesemente sperequato e ingiusto), chi di volta in volta si ritrovi a comandare avrà la tendenza all’abuso e al sopruso. E allora, è certamente importante occuparsi di chi spadroneggia, ma decisivo è concentrarsi su quale sistema di vita, di economia, di società e di cultura legittimi lo spadroneggiare del padrone di turno. E su come, materialmente e in linea logica, il sistema si articoli e si perpetui. Adattandosi alle trasformazioni storiche che nessun Epstein, nessun Brende, ma nemmeno nessun Rotschild o nessun Fink, con tutta la loro potenza di manovra, possono controllare e prevedere, come vorrebbe certo ridicolo complottismo che equipara le cospirazioni (a volte esistenti, comunque residuali) alle strategie (determinanti, sebbene mai onnipotenti). In modo da capire – o almeno cercare di capire, cristo! – su cosa far leva non diciamo per abbatterlo, il sistema, ma quanto meno per sabotarlo. In un’ottica simile, rovistare nella fogna Epstein può fornire, in ultima istanza, dettagliati e interessanti epifenomeni. Ma sono i sottostanti fenomeni, che c’erano prima e continueranno a esserci anche dopo le dimissioni e gli arresti, le priorità che dovrebbero ossessionarci. Tutto il resto è utile cronaca. O sensazionalismo da citrulli followers di qualche controinformatore d’accatto.