
(Mario Catania – lindipendente.online) – Nelle ultime settimane, pagine di fact-checking e politica, hanno condiviso foto, meme e post sul referendum sulla giustizia, in vista del voto di marzo. L’avvicinarsi della data del voto sta portando a una forte accelerazione dei contenuti social nel dibattito istituzionale, mentre anche i partiti e i politici di riferimento sfornano meme alla ricerca di consenso.
Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura, modificando sette articoli della Costituzione. Il cuore del quesito riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la riorganizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che verrebbe sdoppiato in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pm – con nuove modalità di composizione e selezione dei membri. I sostenitori del Sì ritengono che la riforma rafforzi l’imparzialità del giudice, chiarisca la distinzione tra chi accusa e chi giudica e renda il CSM più trasparente ed efficiente. I fautori del No temono invece una frammentazione dell’ordine giudiziario, un indebolimento dell’obbligatorietà dell’azione penale e un possibile squilibrio nei rapporti tra poteri dello Stato, a danno della magistratura e in favore della politica. La scelta, dunque, non incide sui singoli processi né modifica le sentenze in corso; non accorcia automaticamente i tempi della giustizia e non colma le carenze di organico o di risorse. Interviene invece sull’architettura costituzionale del sistema, ridefinendo i rapporti interni alla magistratura e tra questa e gli altri poteri dello Stato.
Referendum: un risultato in bilico
All’inizio della campagna referendaria il fronte del Sì sembrava largamente favorito, con alcuni sondaggi di fine gennaio che lo collocavano anche oltre il 60 % delle intenzioni di voto contro una minoranza di sostenitori del No. Tuttavia, con il passare delle settimane quel vantaggio si è progressivamente eroso: rilevazioni di febbraio mostravano risultati sempre più vicini tra le due posizioni, fino a un sostanziale pareggio su alcuni istituti. Negli ultimi sondaggi, a circa un mese dal voto, diverse rilevazioni indicano addirittura un sorpasso del No sul Sì, con il fronte contrario alla riforma in vantaggio di qualche punto percentuale anche al netto degli indecisi.
Ecco perché nell’ultimo periodo la propaganda di entrambe le parti si è intensificata. A destra riflettono se una nuova campagna con la premier protagonista, che si è già espressa in prima persona in diverse occasioni, possa essere un vantaggio, oppure no. L’esposizione esagerata della presidente del consiglio, infatti, potrebbe trasformarsi in un boomerang, perché rischierebbe di mobilitare più il dissenso, rispetto a chi è favorevole alla riforma. E quindi la scelta, almeno fino ad oggi, è stata quella di sfornare post su post sui social network. No tutti, però, sono riusciti nell’intento.
Dalla cronaca alla propaganda

Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte da un fatto di cronaca capace di suscitare indignazione, lo si enfatizza o lo si distorce, si individua un bersaglio – il “nemico” – e si propone la riforma come risposta esemplare e punitiva. Lo slogan è efficace, come ad esempio: “Chi sbaglia non paga, solo 15 condanne per i magistrati in 15 anni”. Ma c’è un però, anzi, due. Punto uno: l’analisi sul numero dei procedimenti disciplinari mostra che negli ultimi anni si contano decine di sentenze di condanna disciplinare emesse dal CSM; sul lato referenudm, invece, bisogna far notare che la riforma non introduce affatto la responsabilità civile diretta dei magistrati, che viene evocata come soluzione senza essere realmente prevista. E i commenti sotto a questo tipo no mancano di farlo notare.
Il caso principe è diventato quello del poliziotto nel caso di Rogoredo, che, stando alle ricostruzioni iniziali, ha sparato uccidendo Abderrahim Mansouri – ragazzo marocchino con precedenti per spaccio – per legittima difesa e viene indagato da un magistrato. L’apertura di un fascicolo, in casi come questo, è un atto dovuto, ed è una garanzia per tutti, anche per l’operatore, perché consente di ricostruire i fatti. L’occasione però per la destra è troppo ghiotta, e a Rogoredo si scapicolla la stessa Meloni, con tanto di video tra i blindati delle forze dell’ordine. Internet e le televisioni sono invase da dichiarazioni si solidarietà (Salvini, Sardone, Bignami) sul povero poliziotto che, nel fare il suo dovere, viene persino indagato. Com’è andata a finire lo sappiamo: le indagini stanno infatti raccontando un’altra storia; la pistola, finta, trovata accanto al cadavere sarebbe stata messa lì proprio dalle forze dell’ordine e il poliziotto è accusato di aver ucciso il ragazzo (omicidio volontario), non di essersi difeso. E quindi il tentativo di soffiare sulla vicenda mettendo in cattiva luce l’operato della magistratura, si è rivelato un enorme autogol, che, tra l’altro, mette in luce tutte le criticità che deriverebbero dall’introduzione dello scudo penale per le forze dell’ordine, proposto più volte da questa maggioranza.
Altro caso riguarda lo youtuber Ale Della Giusta, seguito da milioni di persone, che aveva raccontato in un video di aver subito l’occupazione della propria casa, mostrando la consulenza di un avvocato – che nel disclaimer viene indicato anche come sindaco di Fratelli d’Italia – e inscenando perfino una denuncia in caserma, culminata con l’apparizione di un cartello per il Sì al referendum sulla giustizia. Il video ha superato in poche ore centinaia di migliaia di visualizzazioni e il messaggio è chiaro: servirebbe la riforma per “difendersi”. Solo dopo emerge che non c’era stata alcuna occupazione, né denuncia: era una messinscena costruita per “sensibilizzare” – o meglio orientare – l’opinione pubblica. Arrivano le scuse, ma a posteriori. La vicenda solleva un nodo serio: l’uso della fiction travestita da cronaca, in un clima referendario, altera il dibattito pubblico e confonde deliberatamente informazione e propaganda. Senza contare che, sull’occupazione abusiva delle abitazioni, tema su cui il governo ha di recente introdotto una nuova legge, il referendum non c’entra nulla.
Altro episodio emblematico è quello del tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire con 700 euro un cittadino algerino trasferito nel Cpr di Gjadër, in Albania, ritenendo che il trasferimento fosse avvenuto senza le garanzie procedurali previste dalla legge. La sentenza non riguarda i precedenti penali dell’uomo né mette in discussione la possibilità di espulsione, ma accerta la violazione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalla Cedu per l’assenza di un atto formale adeguato e di motivazioni corrette. Il giudice ha quindi riconosciuto un danno non patrimoniale per lesione della libertà personale, applicando le norme vigenti: l’errore, secondo la ricostruzione, è imputabile al ministero dell’Interno.
La vicenda è stata però trasformata in un caso politico: Giorgia Meloni ha citato il risarcimento come esempio di una magistratura che ostacolerebbe la linea del governo sui migranti, inserendo il tema nel dibattito sul referendum sulla giustizia. In realtà, la sentenza non introduce nuovi diritti né blocca le espulsioni, ma ribadisce che anche nelle politiche migratorie lo Stato deve rispettare procedure e tutele previste dall’ordinamento.
Infine il caso della Sea Watch. Nel giugno 2019 Carola Rackete, comandante dell’imbarcazione, entrò a Lampedusa con 42 migranti dopo due settimane in mare, forzando il divieto imposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Durante l’attracco urtò una motovedetta della Guardia di Finanza, fu arrestata per resistenza a nave da guerra ma il Gip la liberò, riconoscendo il dovere di soccorso. Le accuse penali sono poi cadute. Sul piano civile, dopo il dissequestro la nave restò ferma per mesi per un provvedimento amministrativo ritenuto illegittimo. Il Tribunale civile di Palermo ha quindi condannato lo Stato a risarcire l’ONG con circa 76 mila euro per i danni subiti. La sentenza ha riacceso lo scontro politico: per la destra è una decisione assurda, per i giudici è semplice applicazione delle norme sulla responsabilità della pubblica amministrazione. Il caso è diventato simbolo del conflitto tra chiusura dei porti e obblighi di soccorso previsti dal diritto internazionale del mare.
Fratelli d’Italia a questo punto ha lanciato un post sui social, scrivendo che: “Il giudice che condanna lo Stato ha scritto un libro contro il referendum”, accompagnato da una foto del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, insinuando che sia personalmente responsabile della sentenza e facendo intendere che ciò dimostrerebbe una sua presunta faziosità in vista del referendum sulla giustizia, citando anche il fatto che Morosini ha scritto un libro critico sulla riforma costituzionale oggetto di referendum. Tuttavia, la sentenza del 11 febbraio è stata firmata da Maura Cannella, magistrata della terza sezione civile del tribunale, non da Morosini, e non esiste alcun legame giuridico tra quel provvedimento e le opinioni espresse nel libro.
Il richiamo del Presidente della Repubblica
A richiamare tutti alla misura è stato Sergio Mattarella che, nella sua veste di presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura, intervenendo al plenum del CSM ha invitato ad abbassare i toni e a evitare contrapposizioni che rischiano di incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Un monito netto, rivolto tanto alla politica quanto alla magistratura, per riportare il confronto entro i confini della correttezza costituzionale.
Ma la campagna referendaria sembra andare in direzione opposta. I casi di cronaca continuano a essere trasformati in armi retoriche, i social amplificano indignazione e slogan, e il dibattito si sposta sempre più dal merito della riforma allo scontro tra schieramenti. Se l’appello del Capo dello Stato era un tentativo di raffreddare il clima, finora è rimasto inascoltato. E il rischio è che, più che sulla struttura della giustizia, il voto sancirà le sorti dello scontro politico in atto.