
(di Michele Serra – repubblica.it) – Che fine hanno fatto i drogati? Nell’accezione civilizzata del termine, i tossicodipendenti? Se ne parla molto poco, o addirittura affatto. Sono quasi spariti dalla scena mediatica, che pure di droga si occupa accanitamente, per evidenti necessità di cronaca. Vedi la recente, impressionante guerriglia messicana; vedi la pretestuosa deposizione manu militari di Maduro, travestita da “lotta al narcotraffico”. La droga come agente primario della geopolitica, dell’economia e del crimine.
Ma la droga dei drogati? Le centinaia di milioni di consumatori, la carne da cannone di questa guerra e al tempo stesso il suo motore economico: quanti sono, come stanno, a quali speranze di uscirne possono ancora aggrapparsi? Sono una fetta importante dell’umanità. Approssimativamente, molte decine di milioni di esseri umani la cui vita è catturata, o distrutta, dalla dipendenza da sostanze naturali o sintetiche — ultimamente: soprattutto sintetiche.
Continuano a occuparsene, nella quotidianità, medici, psichiatri, personale sanitario, assistenti sociali, preti, comunità, famiglie che si ostinano a trattare la questione della droga come una questione di salute pubblica, prima di tutto. Come una lotta per salvare vite, per liberare vite (il contrario di dipendenza è: indipendenza). Come una epidemia epocale, dalle mille sfaccettature, che certo non arretra perché questa o quella cosca criminale prevale, perché questo o quel governo muta di una virgola le sue leggi. In ogni angolo del mondo, per nostra fortuna (di tutti: non solo dei drogati) ci sono persone che si occupano professionalmente delle tossicodipendenze, che si dannano per trovare — chiamiamolo così — un vaccino che le debelli, o perlomeno riesca ad arginarle.
Non così la politica e i media. La droga non è più trattata come una emergenza sanitaria mondiale. È trattata quasi esclusivamente come una questione di ordine pubblico; e come una questione di potere. Avete forse sentito Trump spendere mezza parola sul fatto che l’America (dunque: gli americani, i suoi concittadini!) sono il primo mercato mondiale per il consumo di droghe? Sotto tiro era l’offerta, l’odiosa offerta dei narcos. Ma la domanda? La moltitudine di persone che si trascinano nelle strade, nei parcheggi, nei locali degli States alla ricerca di una dose? Esiste una parola anche per loro? Esiste un pensiero anche per loro? Esiste una politica anche per loro, investimenti, progettazione, lavoro, solidarietà?
La mia generazione è cresciuta dentro un rovente, appassionante dibattito politico, culturale, terapeutico sulle droghe e sui drogati. Pensate solo a San Patrignano, alla interminabile discussione sui modi bruschi, la costrizione, la reclusione come forma di soccorso; sulla sostanziale inutilità di quel metodo e al tempo stesso sul disperato ricorso a quel metodo come ultima spiaggia: quasi ogni persona della mia generazione conosceva famiglie coinvolte. Quasi ogni persona della mia generazione prese parte a quel dibattito, sostanzialmente riassumibile nella scelta tra proibizionismo e antiproibizionismo. I drogati, il loro corpo, le loro vite, erano l’oggetto di quel dibattito. La loro reclusione, la loro liberazione, la loro salute fisica e psichica erano l’oggetto di quel dibattito. Gli esseri umani erano l’oggetto di quel dibattito.
E ora? Ora è come se la questione fosse “normalizzata”. Assorbita. Data per scontata. Infine: cancellata. Drogarsi è diventato un consumo, non più un azzardo, non più una sfida davanti alle porte dell’Ade. Non sono più le rockstar e gli artisti maledetti, è il popolo la star di questo massacro silenzioso. È il camionista, la commessa, l’impiegato, la manager. Le cronache, e fior di docufiction, ci hanno abituati a immaginare le droghe — specialmente la cocaina — come un arredo dei tempi. Il vassoio di polvere bianca tal quale il vassoio di caviale (costa anche meno). Che la nevrosi molesta di molti nevrotici molesti, che il superomismo tronfio di molti superomisti tronfi possano discendere dall’abuso di sostanze, non è più una domanda all’ordine del giorno. Nella versione minimale della questione: che l’isterismo e l’istinto di prevaricazione nel traffico di Milano o di Roma siano figli anche della cocaina, comune come la pizza, come il kebab, qualcuno ha ancora voglia di chiederselo?
Chiedersi come stanno i drogati. Mettersi dalla parte dei drogati: sarebbe un segno forte, urgente di resistenza umana che non accetta la morte della politica, la sua incapacità di rimettere le persone al centro della scena. Anche perché le droghe hanno una storia culturale importante, e questa storia ce l’abbiamo sotto gli occhi grazie al fentanyl, che ha tutta l’aria di essere l’ultima delle droghe, l’arma definitiva. Come ha scritto Roberto Saviano su questo giornale: il fentanyl “è la droga finale, la sostanza di un’umanità che non vuole più vivere ma soltanto cessare di sentire. È questo che la nuova generazione di capitalismo morente produce come desiderio collettivo: l’anestesia invece dell’utopia”. (E torna in mente il Cantico dei drogati di De André: “Ho licenziato Dio/ gettato via un amore/ per costruirmi il vuoto/ nell’anima e nel cuore”.)
È importante ricominciare a parlare dei drogati. Dei grotteschi, cafonissimi boss del narcotraffico sappiamo anche troppo, sembrano gli attori di una fiction sulle loro vite. Tali e quali. Ma le loro vittime, ingiustamente, non hanno più nome nel cartellone del megashow “Droga”. Proviamo a ridarglielo. Proviamo a dire che la vita dell’ultimo dei morti per fentanyl in un sobborgo americano vale tanto quanto la vita di uno dei bulli inanellati che si sono arricchiti sulla sua morte. O tanto quanto la vita di Trump. O tanto quanto la nostra vita di sani e di salvati. Parlare dei drogati: non sarebbe un modo per ricominciare per davvero a parlare di politica?
Caro Serra, è una vitaccia la nostra…da quando abbiamo alle calcagna i duri esponenti del braccio violento della legge,come maresciallo58😂
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hai perso anche la minima capacità cognitiva?
Io, purtroppo, conosco bene i tossici, poichè ho fatto volontariato attivo per 40 anni, troppo impegno fisico ed emotivo, adesso mi occupo solo di raccolta e distribuzione di cibo e vestiario. Assumere sostanze oramai è generalizzato, l’età si è enormemente abbassata, chi viene beccato, viene segnalato alla questura e al SERD di zona, fine. Per di più che sono sempre più sotto-finanziati. Niente informazione, niente prevenzione. Sono arrivato alla conclusione che se si volesse contenere il fenoneno dovrebbero prevedere la vendita su prescrizione medica, ma è un discorso che abbisogna di tempo e spazio per approfondire.
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okkio ragazzi è arrivato lo sbirro.Scappiamo.
il Vangelo insegna che la mano destra non deve sapere cosa fa la sinistra. Mio nonno mi insegnato a non fidarmi di chi non conosce tale insegnamento (filosofico,non religioso)
Quindi hai sbagliato indirizzo: per ipocrisia e lezioncine di falso moralismo devi rivolgerti al piano di sotto: troverai i Serra,i pretini,i marescialli,i credenti e i creduloni.
A proposito, come va il tuo EGO,dopo aver scritto ciò?
Per diventare un pallone gonfiato come me …ne hai di strada da fare.😉😊
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quanto è vera l’ultima frase…
il resto sono è il tuo solito caxxeggio.
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ec:ha insegnato
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Fatti!
Non parole. 🙂
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Serra l’ ipocrita con la benda sugli occhi, così attento al politicamente corretto, ogni tanto, ma proprio quando conviene, solleva la banda da un occhio solo , e vede quello che vediamo sempre noi volgari comuni complottisti.
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“Vedi la recente, impressionante guerriglia messicana”
A proposito, hai letto le dichiarazioni del generale messicano Ricardo Trevilla Trejo?
«Durante la nostra amministrazione abbiamo sequestrato ai narcos 23.000 armi. Di queste 23.000 armi l’80% è di origine statunitense. E la stessa percentuale riguarda le armi sequestrate durante l’operazione contro il Cártel Jalisco Nueva Generación guidato da “El Mencho”».
https://alessandrodibattista.substack.com/p/le-armi-in-mano-ai-narcos-arrivano
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