
(Silvano Poli – lafionda.org) – “Che cos’è il genio?” si domandava M. Monicelli in quel capolavoro di cinismo che è “Amici Miei – Atto II”. La sua risposta era un anti-socratico elenco: «è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione». La recente inaugurazione del Board of Peace trumpiano ha invece voluto rispondere a questa domanda offrendoci una spiegazione paradossale, ossia mostrandoci il contrario del genio. La contemporaneità occidentale ha dovuto imparare a fare conti con il marketing politico e con il suo arrogante e scadente sensazionalismo. Questo processo sembrava aver visto il suo apogeo con l’attuale presidenza Trump. Recentemente, tuttavia, l’immondo ha iniziato a strisciare fuori dalla forma per incarnarsi nella sostanza, prima con i dazi e ora con la creazione, nientemeno, di istituzioni ad hoc. Vedere il Presidente dell’Argentina, J. Milei, inaugurare la prima seduta della creazione trumpiana deputata a riportare la pace in una zona di guerra afferrando il microfono per intonare “Burning Love” di Elvis, trascinando con sé il primo ministro ungherese Orban è qualcosa che neppure la mente più sadica avrebbe potuto immaginare; o che lo stomaco più resistente potrebbe sopportare.
Due punti vanno chiariti. In primo luogo, Milei è il presidente di un Paese in crisi cronica che è riuscito a rendere questa crisi emblematica. Il suo talento nel rendersi ridicolo è ormai un tratto proverbiale. Lo dimostrato l’irrilevanza del suo intervento al recente a World Economic Forum (Davos) che nemmeno i suoi “amici” hanno avuto il coraggio di ascoltare. In secondo luogo, sul piano sostanziale conta altro: la sua riforma del lavoro, già passata in Congresso e in attesa del Senato, è un ritorno alla prima industrializzazione per compressione di diritti, salario e stabilità. E la reazione sociale – più che opposizione, una passività contraddistinta da risentimento verso i pochi che staranno peggio degli argentini -meriterebbe un’analisi psicoanalitica che qui non è possibile fornire. la situazione argentina ci riporta alla mente la crudele lezione adorniana per cui non esistono soggetti naturalmente portatori d’istanze emancipatorie: si chiamino essi operai, classe lavoratrice, studenti, ceti colti ecc. Tuttavia, ai nostri scopi, ci serve notare che il piano della destra neoliberista negli ultimi due anni è stato quello di procedere al secondo movimento di eradicazione: dopo il discorso pubblico, il linguaggio e il senso comune, è stato il tempo dei diritti sociali. Lo stato sociale, sistemi di tassazione progressiva, i diritti basilari dell’uomo nel contesto del lavoro: credevamo che una dottrina di matrice economica si sarebbe fermata qui. Invece, adesso sembra essere il tempo di una nuova mossa, non più contri i diritti sociali di matrice novecentesca, ma alla stessa concezione di cittadino e, dunque, alle istituzioni della cittadinanza.
Questa di per sé non è una scoperta sconvolgente. Che il neoliberismo sia incompatibile con la democrazia lo scopriamo ogni giorno di più. Questa è, inoltre, la tesi che il filosofo sloveno S. Žižek ha voluto sancire con la creazione del neologismo “fascismo liberale” nel suo ultimo lavoro. Ma se sul ramo economico tutto questo è ormai un tratto strutturale del nostro mondo – che continuiamo ad accettare passivamente – il terzo movimento, quello inaugurato attraverso la prima seduta del “Board of Peace”, si configura come un tradimento senza precedenti: dopo i lavoratori, l’attacco del neoliberismo è diretto verso la stessa borghesia che ha creato il liberalismo. Lo stadio ultimo di un sistema “uroborico” come il capitalismo non può che essere il cannibalismo filiale. Nonostante l’incessante blaterare degli ultimi 30 anni, “governance” è sempre stato inteso come un neologismo “cool” per un superficiale cambio di mentalità. L’alleggerimento delle forme di governo e di decisione era rappresentato come un obbiettivo in fieri, e governance era la parola magica che serviva a far capire che i tempi erano cambiati, mentre parte del processo si svolgeva con la solita indolenza. Tuttavia, bisognava far arrivare il messaggio che dalla rigidità burocratica del vecchio government dello stato europeo otto e novecentesco, si andava verso la nuova versione, più dinamica, con assemblee pletoriche che coinvolgessero privati, terzo settore ecc. Insomma, una trasformazione dello Stato, “da imprenditore a regolatore”, e del processo, ma all’interno della stessa struttura latente.
Ma per un sistema che non conosce fine né fini la stabilità è sempre una condizione momentanea. Così, anche le forme di gestione del potere si trasformano in palline su un piano inclinato ed una volta avviata la discesa non si torna indietro. La menzogna alla quale abbiamo voluto credere è l’evidenza che la torsione neoliberale e finanziaria del capitalismo avrebbe sempre avuto bisogno dello Stato per sopravvivere; la fallacia logica sottostante era che avrebbe avuto bisogno di QUESTA forma di Stato. Invece, la piovrizzazione della Stato, l’espropriazione dei commons e del risparmio privato erano solo la prima parte; divorata la carne grassa, non resta che dedicarsi alla carcassa. L’equivoco di comodo, come rivela la politica internazionale ed anche il livello domestico – vedi il caso dell’ICE – è che il potere si muova ancora dentro cornici di regole, procedure, competenze e controlli che sono il portato della modernità statuale. In breve, viviamo nell’illusione che il mondo, sebbene cinico e mercatista, resti governato da quella forma che M. Weber definiva dominio legale-razionale. L’ordine nato dalle guerre di religione e dalle rivoluzioni del XVIII secolo si era lasciato alle spalle la simbiosi tra monarca e Stato, con il comando progressivamente delegato all’ufficio e non alla persona; un modello di decisione prodotte e validate da una catena di legalità e responsabilità scritta, non dall’arbitrio di un principe unto del Signore.
Si tratta di un processo di tutela dall’arbitrio del potere che, in seno alla cultura europea, trova i suoi natali nell’espansione socioeconomica del Basso Medioevo e viene sancita da dichiarazioni come la Magna Carta. Non è stato il popolo, plebe o lavoratori, ma la nascente borghesia a informare la trasformazione dello Stato da personalistico a giuridico. Divisione dei poteri, certezza del diritto, stabilità delle norme, rotazione delle cariche (sorteggiate o elettive), competitività degli uffici, soprattutto diplomatici ecc. Sono tutte istanze di quella borghesia progressivamente elevata a classe egemone che sono state obbligatoriamente accolte dagli Stati premoderni e poi assolutisti. Non è un caso che nel gergo comune sino a poco tempo fa molti di questi impieghi fossero definiti come “professioni liberali” o “professioni borghesi”. Nata come dottrina delle libertà e della tutela dell’arbitrio del potere durante il violento regime di Cromwell nell’Inghilterra dell’1600, il liberalismo moderno è sempre stato indissolubilmente incarnato dalla borghesia. Ansiosa di godere delle proprie ricchezze, accumulate con i commerci e con gli affari, la borghesia europea ci mise poco a comprendere che il diritto di sangue dell’ancien regime ne avrebbe ostacolato l’ascesa. Razionalismo, empirismo, rivoluzioni scientifiche e secolarizzazione contribuirono a rendere evidente l’inefficienza e la barbarie del modello quasi “tribalistico” di gestione del potere di matrice romano-germanica che aveva contraddistinto i secoli dell’Alto Medioevo e poi della prima modernità. La rilevanza del fattore economico fece il resto e rese evidente che senza l’appoggio della nuova classe sociale lo Stato aveva le mani legate. Così, da quasi tre secoli, la nostra storia è re-interpretata come una cavalcata di progresso avviata dall’Europa a seguito dell’ascesa di una classe – la borghesia appunto – che con le sue convinzioni politico-economiche ha dato i natali ai due grandi successi del mondo: lo Stato moderno e il capitalismo.
Tuttavia, come un Caino geloso, il secondo sembra ormai pronto ad uccidere il primo. La nascita della Board of Peace segna la fine simbolica e materiale del presupposto politico della storia europea: un passo indietro che incarna tutte le aporie generate dal nostro mondo. Non tanto perché è un’istituzione “in più” nello scenario già affollato della governance globale. Ma perché porta a compimento quella trasformazione che in Occidente cova da alcuni anni è che tutti fanno finta di non vedere: il passaggio dalla sovranità come regola alla sovranità come concessione; dalla legalità come sistema impersonale alla legalità come ornamento di decisioni personalistiche. In breve, non solo la morte dello Stato sovrano, ma anche della sua natura moderna. Non intendo occuparmi del cd. “obiettivo ufficiale” del Board – la ricostruzione e gestione di fondi per Gaza – né della diplomazia-spettacolo che accompagna ogni nuovo “grande piano” globale. Il punto, infatti, è lo statuto, o, meglio, la sua statualità: un presidente a vita con diritto di veto scelto su base patrimoniale, membership per invito, accesso condizionato a contributi enormi, inesistenza dei confini fra pubblico e privato, e una retorica di sostituzione implicita del multilateralismo classico. Questa forma ha un nome molto diverso da quello adoperato in ambito giornalistico.
L’idealtipo weberiano del sultanismo racchiude infatti tutte le caratteristiche dei nostri giorni: una degenerazione interna del patrimonialismo in cui il potere non è più vincolato né da procedure impersonali né da tradizioni stabili, e tende a diventare comando personale, arbitrio, “grazia”. In un ordine sultanistico, l’obbedienza non è resa all’ufficio ma al signore; la regola non è un limite, ma un materiale flessibile che4 può essere piegata, sospesa e riscritta a seconda del rapporto personale col centro. In maniera non troppo sorprendente, oggi il sultanismo non rappresenta una nostalgia del passato recente, ma un perfetto ibrido moderno: una personalizzazione del comando resa possibile dalla finanziarizzazione e dalla legittimazione politica per meriti economici affiancata dalla svalutazione della politica e dello Stato. Una posizione diametralmente opposta a quella della destra conservatrice negli ultimi secoli, che del culto dello Stato ha saputo farne un caposaldo.
Ancora una volta, Trump, attraversa la sua creatura, rompe violentemente la bolla in cui fingiamo di fluttuare e ci mostra l’o-sceno del Reale. Un mondo in cui legittimità politica non passa più da trattati, norme, parlamenti, organismi multilaterali ecc., ma dall’adesione a una visione economistica del successo economico personale come garanzia di giustezza. È un cambio di paradigma rispetto alla tradizione avviata nel 1789 in cui la legge scritta viene di nuovo scalzata dalla legge della moneta. Nella politica estera queste implicazioni risultano ancora più evidenti. Dal concerto delle Grandi potenze e poi dalla comunità internazionale si torna al localismo, ad una catena di accordi selettivi che devono essere di vantaggio per le diverse compagnie dei proprietari. Chi entra, chi esce, chi è “amico”, chi è “utile”, chi merita un posto al tavolo si decide su inviti, per eccezioni e deroghe: così l’istituzione non neutralizza l’arbitrio, ma lo statualizza. Il neo-sultanismo non è, dunque, “anti-moderno”, ma rappresenta l’evoluzione di tutte le tendenze del neoliberismo: è lo spazio perfetto per la celebrazione del dettame tatcheriano “la Società non esiste”. Infatti, se la politica moderna muore, muoiono anche le sue maschere. Se il parlamento viene sostituito dalla corte, con i suoi inviti, favori, punizioni, accessi selettivi ecc., allora si trasformano anche i cittadini. Non più soggetti sociali, titolare di diritti che possono far valere, bensì individui in cerca protezione, in guerra per un ingresso o un’eccezione. La cittadinanza si trasforma in clientela, la legalità in reputazione e la sovranità un orpello per un certo gruppo.
In questo senso sono possibile almeno due critiche, una di ordine continentale, l’altra peculiarmente italiana. Per quanto concerne la prima, si può formulare la più banale delle obiezioni: l’Europa e l’Occidente hanno sempre avuto zone di arbitrio, come colonialismo e stati d’eccezione. Se questo è oggettivamente vero, in passato era anche possibile sperare che, nonostante queste eccezioni, il portato positivo dello Stato moderno aveva finito per prevalere su tutta la storia della sua negazione anche al di fuori del Vecchio Continente. Il secondo ‘900 ed i suoi decenni di lotte di anticoloniali, con tutte le loro idiosincrasie, sono lì a testimoniarlo. Invece di disseminare eccezioni, ora l’ordine legale-razionale perde la sua radice originale e si ritrova superato da un modello di personalizzazione e monetizzazione esplicita che ha tratti moderni e premoderni. Il problema, infatti, non è la presenza dell’arbitrio – come prima – ma la sua istituzionalizzazione come metodo. In secondo luogo, come per ogni crisi che si rispetti, la condizione dell’Italia è particolarmente grave. Nel nostro caso, il problema è, ancora una volta, la cancerogena tradizione giuridica del Belpaese e la diffusa, nonché ostentata, ignoranza politologica. In un Paese come l’Italia, in cui da secoli la destrutturazione dello Stato per mezzo dell’azzeccagarbugli forense di turno è uno modello di vita, constatare la gravità della situazione è praticamente impossibile. Dopotutto, per noi il passaggio dal “governo delle regole” al “governo della relazione”, dai “diritti” alle “concessioni” e, per certi versi, dalla “Stato” all’“apparato proprietario” è qualcosa di perfettamente coerente.
È proprio grazie ai pervasivi danni operati da questa mentalità servile che il governo italiano può permettersi di sperperare il proprio tempo ad ignorare gli effetti concreti e a proclamarsi re degli azzeccagarbugli del Foro. Incuranti del portato reale e dei rapporti di potere, si passa il tempo a cincischiare sui possibili cavilli, sulle virgole di alcuni articoli costituzionali, sulle straordinarie possibilità che la legge statuale concede per partecipazione al banchetto che mette fine allo Stato moderno. Prodigi dell’antinomia del giuridichese e perfetto esempio dell’estrazione di rendita che è la speculazione giuridica che abbiamo anche voluto innalzare a professione di prestigio. D’altronde, senza politica il diritto non è mai stato altro che una scadente gara di poesia per mediocrissimi poeti. Trump e il suo Board of Peace sono la perfetta dimostrazione di come non sia necessario andare contro una legge quando è possibile creare politicamente sedi parallele; aree alternative in cui il diritto non è smentito ma solo differito, trasformato in mera ratifica o in linguaggio di legittimazione formalista.
Il Board of Peace di Trump risponde alla nostra domanda inziale e ci aiuta a comprendere cosa è il contrario del genio: non l’idiozia, ma l’efficienza dell’indecenza. A dispetto delle carnevalate, non si tratta più di improvvisazione, ma di metodo. Il karaoke prima del vertice non è una parentesi ridicola, ma un’immagine eidetica, la foto di famiglia del nuovo ordine. Se accettiamo che la pace e la ricostruzione prima, la sovranità e perfino la cittadinanza dopo diventino una questione di invito, un gettone per una quota d’ingresso, allora non stiamo “adattando” o “ampliando” le istituzioni della modernità: le stiamo archiviando. Ma se la regola dell’horror vacui è vera, quando archivi lo Stato non resta il vuoto: resta solo un padrone.