Dichiarazioni affrettate, con imbarazzate ritirate, compresa quella di Meloni smentite dalle indagini sul delitto di Rogoredo

Propaganda boomerang su Rogoredo

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Lui, il vice premier Matteo Salvini, stava con il poliziotto di Rogoredo senza se e senza ma. Il suo partito, la Lega, ha perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia che i magistrati brutti e cattivi avevano osato indagare per fare chiarezza sulle anomalie relative alla morte del pusher 28enne Abderrahim Mansouri. E neppure il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, le aveva mandate a dire: “Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario”. Per questi motivi – sentenzia, da “avvocato” – “dico che questo non è giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare sì al referendum”.

Dichiarazioni affrettate – con imbarazzate ritirate, compresa quella della premier Giorgia Meloni smentite clamorosamente dalle indagini che hanno portato all’arresto dell’agente con l’accusa di omicidio volontario. Ovviamente il caso di Rogoredo, cavalcato strumentalmente per spingere la separazione delle carriere dei magistrati, con il referendum non ha nulla a che vedere. Anche se è bastato al governo per introdurre in fretta e furia nell’ultimo pacchetto sicurezza uno scudo penale – su misura per le forze dell’ordine e poi esteso a tutti i cittadini in seguito all’intervento del Capo dello Stato – di cui proprio la vicenda di Rogoredo ha messo in evidenza tutti i suoi limiti.

Una vicenda che, invece, c’entrerebbe eccome con il seguito che, in caso di vittoria dei Sì al prossimo referendum, il governo ha in mente di dare alla riforma Nordio. E non è un’ipotesi di chi scrive, ma il disegno pubblicamente dichiarato dal vice premier Antonio Tajani: “Non basta la separazione delle carriere, non bastano i due Csm. Serve completare. Penso alla responsabilità civile dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se sia giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone, parliamone”. Parole che legittimano una domanda: con la polizia giudiziaria sottratta al controllo della magistratura e affidata a quello del governo avremmo mai scoperto la verità sul delitto di Rogoredo? Un altro motivo per votare no al referendum del 22-23 marzo.

“Lui sparò senza paura e i suoi colleghi temevano uccidesse anche loro”

Cinturrino mise la pistola finta. Ha colpito Mansouri mentre stava scappando. Sull’arma solo il Dna dell’agente

“Lui sparò senza paura  e i suoi colleghi temevano uccidesse anche loro”

(di Davide Milosa – ilfattoquotidiano.it) – È stata una messinscena orchestrata dall’assistente capo del commissariato Mecenate Carmelo Cinturrino, 41 anni, siciliano di nascita, e dalla quale, scrive la Procura di Milano, emerge “un quadro allarmante sulle potenzialità criminali dell’indagato”. Il 26 gennaio lui ha ucciso volontariamente il 28enne marocchino Abderrahim Zack Mansouri nel boschetto di Rogoredo con un solo colpo “mirando alla sagoma” e “sparando con coscienza e volontà”. Particolare “indicativo dell’assenza di uno stato emotivo di paura”. E sempre lui ha tentato di sviare le indagini mentendo e facendo pressione sui colleghi perché sostenessero l’ipotesi di una legittima difesa che non è mai esistita. Non ancora a fuoco il movente che però rientra nell’ipotesi investigativa (non contestata) delle sue relazioni borderline con gli spacciatori e delle minacce allo stesso Zack. In questo milieu tra il quartiere Corvetto e il boschetto, il poliziotto, che si faceva chiamare “Luca”, secondo testimonianze da verificare, chiedeva mazzette in droga e denaro a chi voleva spacciare in tranquillità.

A spiegare la personalità di Cinturrino è la richiesta di convalida dei pm inviata ieri al gip dopo il fermo dell’indagato (perquisita anche la compagna non indagata) che oggi sarà interrogato a San Vittore. Qui al pericolo di fuga si aggiunge il rischio di reiterazione (poteva uccidere ancora) e l’inquinamento delle prove. Tanto che gli altri quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione nel verbale del 16 febbraio rivelano il timore che Cinturrino “già attivatosi più volte per raccomandare che la versione della legittima difesa venisse sostenuta senza esitazioni, possa aggredirli e far loro del male”. E ancora: “È una persona pericolosa che incute timore (…). Una persona aggressiva e violenta, usa a percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche con un martello”, trovato nelle perquisizioni di ieri. E se la richiesta allarga le esigenze cautelari tratteggiando una personalità “allarmante”, il fermo eseguito ieri mette in ordine i fatti. Quella pistola prima di tutto, riproduzione di una Beretta 92, che il presunto pusher avrebbe puntato contro al poliziotto, secondo i pm è stata messa dallo stesso Cinturrino dopo il colpo, un solo sparo da oltre 20 metri. Il suo Dna è ovunque su quell’arma, mentre è assente quello di Zack, il quale il 26 gennaio quando vede Cinturrino estrarre la sua pistola (vera) tenta una fuga vana. Sì, perché viene colpito alla tempia destra mentre sta scappando verso il bosco. Del tutto irrilevante, secondo i pm, il fatto che Mansouri avesse in mano un sasso. Un sasso non una pistola. Così, secondo i pm, sono andate le cose. Così le conferma l’agente Davide P., oggi indagato, che dopo lo sparo esegue l’ordine di Cinturrino: andare in commissariato, prendere lo zaino e tornare. Passano 15 minuti, lo sparo è delle 17:33, Davide P. si ripresenta in via Impastato 15 minuti dopo. Lo spiegherà il 16 febbraio, ribaltando le sue prime dichiarazioni: “Cinturrino ha aperto il cofano e ha prelevato qualcosa dalla borsa; aveva qualcosa in una mano, un oggetto nero (…). Cinturrino è tornato di corsa verso Mansouri (…). Io sono tornato verso il corpo e solo in quell’occasione ho visto che vicino alla mano destra c’era una pistola”. E che la vittima non avesse l’arma, lo confermano gli altri agenti che erano nel bosco a cercare la droga.

Il grande lavoro investigativo della Squadra Mobile e della Procura di Milano ha poi avuto un aiuto cruciale: la testimonianza oculare (poi riscontrata) di un giovane afghano. Per lui Zack non era armato, aveva in mano il telefono e dopo essere stato colpito è caduto di faccia. Il corpo sarà girato dallo stesso Cinturrino che ieri il capo della polizia Vittorio Pisani ha definito “un delinquente e un ex poliziotto”. “Un criminale” a tal punto noto che Davide P. mentre stava tornando verso l’auto per andare in commissariato ha avuto paura che il collega gli sparasse. Gli altri due agenti confermano: “Addirittura ci ha detto di aver avuto paura che mentre correva il collega potesse sparargli”. Una condotta “tanto violenta” da mettere in pericolo “i testimoni e gli altri frequentatori del bosco”. Eppure la storia non sembra finita. Domande restano aperte. Su tutte una: perché i colleghi poliziotti che ben conoscevano “il quadro allarmante dei metodi di intervento di Carmelo Cinturrino” non hanno segnalato?