
(Flavia Perina – lastampa.it) – Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina obbliga a un triste confronto tra la qualità del sostegno messo in campo dall’Italia per molto tempo e la confusione dell’oggi, mai così evidente. L’Unione, per la prima volta e al netto di eventuali colpi di scena, non riuscirà a marcare la ricorrenza con un nuovo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino né con l’annunciato prestito da 90 miliardi a Kiev: è bloccata dal veto posto da Viktor Orban e dallo slovacco Roberto Fico a entrambe le decisioni. È lo stesso Orban che Roma continua a trattare come alleato privilegiato, fornendogli soccorso politico in vista delle elezioni di aprile che lo vedono in forte difficoltà: Giorgia Meloni ha partecipato a uno spot in suo sostegno, Matteo Salvini potrebbe volare a Budapest per il comizio più importante della campagna elettorale. Non solo: l’Identità Nazionale di Roberto Vannacci risulta una possibile (probabile?) nuova componente della maggioranza, pur avendo fatto dell’isolamento di Kiev una battaglia prioritaria: «Non è la nostra guerra» ha ribadito ieri il generale, invitando i simpatizzanti di Zelensky a prendere zaino e fucile e ad andare a morire in Donbass.
Eppure, il sostegno a Kiev era forse la causa più scintillante del nazionalismo italiano di nuovo conio, il terreno dove dare consistenza alla difesa dei diritti dei popoli e alla prevalenza degli Stati nazionali su ogni autorità sovraordinata, ogni pretesa esterna. Di più: per la destra italiana significava riallacciarsi all’inconscio collettivo dei ’60 quando, tra l’invasione dell’Ungheria e quella della Cecoslovacchia, nei suoi cabaret sotterranei si denunciava in rime la fuga dell’Occidente dalle responsabilità verso i ribelli schiacciati dai carri armati russi. Vedere tutto questo appassire così, per un Orban qualsiasi (per quanto spalleggiato dai superpoteri di Donald Trump) o per le briciole percentuali di un ex militare sceso in politica, solleva interrogativi sul vizio d’origine dell’alleanza di centrodestra – le simpatie filo-putiniane di un pezzo di coalizione e di elettorato – ma soprattutto sulla celebrata “postura internazionale” del governo. Qual è questa postura? Si può stare con Kiev ma anche con Budapest che impedisce di portare aiuti a Kiev?
Non si può. E anche le metafore del bivio, degli equilibristi, dei pontieri – quante volte le abbiamo usate in questi anni – hanno perso molto senso. L’Ungheria, oggi, risulta a tutti gli effetti come un agente del caos nell’Unione europea, principale fautore degli interessi russi e costante sabotatore del sostegno all’Ucraina: sostenerne la premiership è una scelta precisa, che modifica la collocazione italiana rispetto al conflitto e ai suoi protagonisti. Da primi amici di Zelensky, quelli che nel 2023 portarono addirittura un suo messaggio a Sanremo, siamo diventati tiepidi osservatori di una partita che non giudichiamo più affar nostro e che quindi affrontiamo nella logica del “ma anche”. In Europa appoggiamo le iniziative di Ursula von der Leyen, all’Ucraina abbiamo comunque garantito un altro anno di aiuti italiani, ma regaliamo un po’ di propaganda elettorale anche a Orban e lasciamo aperti spiragli pure al capetto del quasi-partitino di casa nostra che ironizza sulla disperata resistenza ucraina. Almeno quel presunto condottiero sarebbe facile da bandire, ma non succede: il triste confronto di questo quarto anniversario è tutto qui.
cara perina, gli italiani dal ventennio in poi sono stati sempre dei giani bifronte, oggi poi al poro giano girerebbe la testa come una trottola
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La riconversione bellica dell’ industria automobilista in crisi centra qualcosa con questo articolo scritto sul giornale degli Agnelli Alkan ?
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Così parlò Giana Perina. Ripropongo
“Il PHYSIQUE DU RÔLE DELLA CAMERATA DURA E PURA CHE IN METÀ DI UN VENTENNIO HA CAMBIATO TUTTO, PARTITI, RICORDI, AMICI, IDEE” – RITRATTONE DI GIANA FLAVIA PERINA
Famiglia missina doc – papà Marcello, già volontario nella Rsi, mamma Wilma, dirigente del Partito, e tre fratelli in tutto, i cui nomi sono scritti a caratteri runici nel grande libro della destra romana. Flavia Perina è cresciuta sulle ginocchia di Pino Rauti, era militante nell’Msi già a 13 anni, Giovinezza, giovinezza, Ordine nuovo e vecchi motti- «Ex Oriente lux, ex occidente Dux», lei di Roma Nord, la Balduina degli anni ’70 come il ridotto della Valtellina.
Liceo classico Gaetano De Sanctis, come “prof” Paolo Signorelli, ideologo della destra radicale, e come amica Francesca Mambro, neofascista dei Nar, e la facoltà di Architettura piantata a metà: poster di Pound, ascia bipenne, Tolkien, Nouvelle droite e Campi Hobbit.
La giovane Perina non è una testa pensante, e neanche una leader. Ma sa di grafica. Striscioni, tazebao, «Gandalf è vivo e lotta insieme a noi». Ma sulla mitica rivista Eowyn, femminista ma da destra, così tanto rivendicata ex post, la Perina scrive sì e no un paio di pezzi.
La carriera di Donna Flavia è una inarrestabile marcia su Roma: parte dal Secolo d’Italia negli anni ’80, epoca Almirante, passa dal Sabato, ciellina per necessità, sotto la direzione di Paolo Liguori, poi di nuovo al Secolo, dal 1990 caporedattore, dal 2000 direttore, in Parlamento dal 2006 al 2013, prima nel gruppo di AN, poi con il PdL, quindi con Futuro e Libertà, dalla sponda Gasparri-La Russa passando per quota Matteoli ad ultra finiana, «Fini, Fini/ il nuovo Mussolini», e poi direttora politica nella parabola che porta il Secolo dagli articoli apologetici su Berlusconi alle bordate anti-Cav, dai pezzi contro l’icona femminista Frida Kahlo alle battaglie per i diritti delle donne, da Patria, Tradizione, Identità a una destra multiculturalista, giustizialista, progressista.
E l’Amazzone Nera si trasformò nel camaleonte arcobaleno. La pretoriana di Vigna Clara segue Fini anche dopo lo strappo con il Signore di Arcore, gli crede quando in lacrime le dice che sulla casa di Montecarlo lui non sapeva niente nel 2011, ormai completamente fuori linea, viene invitata a lasciare il Secolo dai vecchi colonnelli. Ma per i finiani immaginari c’è sempre una seconda vita.
Per Flavia Perina c’è un posticino all’AdnKronos e poi una collaborazione col Fatto Quotidiano, Linus, il Post e ora la Stampa, che è il dorso della sinistra radicale di Repubblica
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