La vicenda del poliziotto accusato di aver ucciso volontariamente un presunto pusher è un caso-scuola, perché racconta il cortocircuito politico e culturale che si innesca quando la sicurezza viene usata come una clava ideologica. La propaganda del governo è devastante, perché rovescia uno dei principi basilari dello stato di diritto

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – C’è qualcosa di malato nel modo in cui la politica italiana gestisce da lustri il tema della sicurezza e della giustizia. La vicenda drammatica di Rogoredo, dove un poliziotto è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso volontariamente un presunto pusher e di aver poi sviato le indagini per giustificare una legittima difesa, ha il pregio di sintetizzare bene le torsioni e gli orrori in cui sono caduti ministri, media e istituzioni.

Rogoredo è infatti un caso-scuola, perché racconta il cortocircuito politico e culturale che si innesca quando la sicurezza viene usata come una clava ideologica. La dinamica della morte di Mansouri è ancora al vaglio della magistratura. Eppure il vicepremier del governo italiano Matteo Salvini, mezz’ora dopo l’esecuzione, aveva già emesso la sua sentenza: Cinturrino è un servitore dello Stato perseguitato dai giudici, un eroe italico sacrificato sull’altare della malagiustizia che protegge i criminali. In barba a ogni garantismo e cautela istituzionale, nella fogna della propaganda si gettano subito altri leghisti, vari parlamentari di Fratelli d’Italia, il peggio del retequattrismo come ciliegina finale. Il messaggio politico delle destre è a reti unificate: “Se indossi una divisa, sei innocente per definizione”, il senso ultimo.

Anche negli scontri di Askatasuna, dove utili delinquenti avevano preso a martellate un celerino, il governo ha difeso tutti gli agenti a prescindere, perfino chi ha manganellato a sangue pensionati indifesi che manifestavano pacificamente, come garantirebbe la nostra Costituzione.

La propaganda del governo è devastante, perché rovescia uno dei principi basilari dello stato di diritto: la legge è uguale per tutti. Anche, e soprattutto, per chi esercita il monopolio legittimo della forza per conto del popolo sovrano. Difendere automaticamente un poliziotto che ha commesso violenza non è garantismo: è corporativismo autoritario. Salvini, gli accoliti di Meloni e compagnia cantando hanno negato, in questo modo, la stessa legalità che dicono di voler proteggere.

Ma da ieri alla gogna preventiva contro il pusher si è aggiunta un’altra reazione contraria e altrettanto abietta. Cinturrino, fermato con accuse gravissime ma ancora presunte, è già un mostro da esibire, un sicuro colpevole da condannare. Salvini, in un testacoda miserevole, dopo aver scritto tre giorni fa sui social «Un poliziotto si difende, un balordo muore», ora suggerisce che se «un agente commette reato per me paga il doppio, perché manca di rispetto ai suoi colleghi».

Un mantra da legge del taglione, che ancora una volta mette l’accento sull’eccezionalità degli agenti, senza mezza parola di pietas per la presunta vittima. A ruota, politici che fanno del garantismo una bandiera lanciano invettive identiche. Una doppia torsione – l’assoluzione immediata prima, la condanna da doppiare dopo – che è veleno iniettato nelle vene del dibattito pubblico. Ed è esattamente su questo terreno che prosperano le scorribande panpenaliste dell’estrema destra che ci governa.

Ma il caso di Rogoredo è anche metafora definitiva della pericolosità (e inutilità) dell’ultimo decreto Sicurezza approvato dalla maggioranza. In primis, dello scudo penale alle forze dell’ordine, una norma pensata da Meloni & co per «proteggere chi ci protegge» da iniziative giudiziarie. Una legge che legittima di fatto, come accaduto con Cinturrino, l’idea che una divisa abbia una sorta di licenza (attenuata) di uccidere. Anche se i pm in questo caso non hanno applicato il decreto, la corazza penale avrebbe significato proteggere, grazie a una legge dello Stato, un possibile omicida.

Una follia giuridica che esalta non la giustizia, ma solo l’impunità di alcune categorie. Non certo a tutela dei cittadini, ma a danno delle stesse forze dell’ordine che la destra vuole sostenere. Poliziotti e carabinieri non hanno bisogno di inutili o inattuabili scudi penali (pure smontati dopo l’intervento del presidente Mattarella). Hanno bisogno di formazione adeguata, protocolli chiari, supporto psicologico per un lavoro difficilissimo, di catene di comando responsabili, di stipendi decenti. Soprattutto, la politica dovrebbe scudarli non dai pm, ma dai politici stessi: perché ogni volta che un abuso viene minimizzato, giustificato o coperto, a pagare non è solo la vittima. Ma pure chi lavora nella pubblica sicurezza, che perde la fiducia dei cittadini, la legittimità dell’uso della forza, e la distinzione, essenziale in una democrazia, tra potere e arbitrio.

Servirebbe dunque un percorso virtuoso diverso, che necessita di cultura, investimenti, giustizia più efficace e rapida, trasparenza e responsabilità istituzionale. Una strada certamente più complessa e meno redditizia in termini di consenso rispetto a post demenziali e divisivi, ma che forse farebbe dell’Italia un paese più sicuro e più civile. Per tutti.