
(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Chiamarlo “Board of Peace” è già un capolavoro di comicità involontaria: un’etichetta da convegno aziendale appiccicata sopra una sceneggiata geopolitica, con un capo banda che distribuisce patenti di virtù e minacce di punizione. La pace, in questo copione, è come il dessert nel menù: si declama, non si serve. Intanto si contano i morti a Gaza, si discute di “due popoli e due Stati” come si discute di diete dopo una cena di trenta portate, e soprattutto si prepara l’altro piatto forte: l’ennesima resa dei conti nel Golfo, con l’Iran nel mirino e il petrolio come termometro del mondo.
Il punto non è sedersi a un tavolo. Il punto è a quale tavolo ti fanno sedere e con quale postura: schiena dritta o testa bassa. Qui la postura è chiara. Trump, senza fronzoli, detta la linea: chi non è al tavolo “fa il furbo”. Traduzione: chi non firma in bianco, paga. Ed ecco il “consiglio di pace” diventare un dispositivo di obbedienza: una liturgia dell’allineamento, con i fedeli chiamati a ratificare decisioni prese altrove, su Gaza oggi e su Teheran domani. La novità non è l’imperialismo, che non l’ha inventato Trump. La novità è lo stile: non più il predicozzo morale con tanto di lacrime umanitarie, ma il ricatto in diretta. È il potere che smette di truccarsi.
Italia “osservatrice”: la sottomissione in prova generale
Poi c’è la parte comica, che da noi diventa sempre una tragedia amministrativa: l’Italia che partecipa “da osservatore”. Come quelli che vanno al corso di autodifesa e si presentano in ciabatte, però pretendono il diploma. Se la linea è davvero questa, perché osservatori e non membri? Perché l’ambiguità è la nostra seconda lingua: partecipiamo per non dispiacere, ma restiamo sulla soglia per poter dire, domani, che “noi in realtà…”. È il solito gioco: stare dentro e fuori, come i ragazzini che buttano il sasso e poi nascondono la mano.
E intanto, sul piano politico, la sostanza è una sola: aderire anche solo come spettatori significa legittimare un club con un capo che si attribuisce diritto di veto su tutto e pretende che gli altri ratifichino. È una limitazione di sovranità, ma non nel senso alto e costituzionale delle scelte condivise tra pari. È una limitazione di sovranità in regime di gerarchia: uno comanda, gli altri applaudono e spiegano ai propri elettori che è “nell’interesse nazionale”.
Gaza, la pace e il popolo mancante
La pace “per Gaza” è il paravento perfetto. Perché la pace, se davvero la vuoi, ti obbliga a dire cosa succede dopo: istituzioni, confini, sicurezza, risorse, ricostruzione, diritti. Qui invece la pace è un cartello pubblicitario: bello da fotografare, inutile da abitare. E mentre si recita la formula “due popoli e due Stati”, la realtà corre in direzione opposta: leggi, misure, fatti compiuti che rendono lo Stato palestinese una parola sempre più simbolica, sempre meno geopolitica.
Il punto non è solo l’assenza di un progetto per i palestinesi. Il punto è che la questione palestinese viene usata come moneta di scambio dentro un disegno più grande: stabilizzare l’asimmetria regionale, consolidare la superiorità militare di Israele, tenere l’Iran sotto pressione e costringere gli alleati arabi a restare agganciati al sistema di sicurezza americano. Pace, sì: ma come sinonimo di “ordine”, cioè immobilità sotto tutela.
L’Iran e il Golfo: quando la “pace” diventa preludio
Il Board nasce mentre rimbalzano voci, segnali, posture da escalation. E qui l’ipocrisia è quasi didattica: si convoca il tavolo della pace mentre si parla di ultimatum e di “dieci giorni” per chiudere una partita con Teheran. Non è diplomazia, è countdown.
E se davvero lo scontro prende quota, il teatro non è solo l’Iran: è il Golfo. Rotte, colli di bottiglia, assicurazioni marittime, prezzi energetici. Lì passa una fetta enorme dell’equilibrio globale: basta un sussulto e la geopolitica diventa inflazione, la strategia diventa bolletta, la retorica diventa recessione. Le monarchie del Golfo lo sanno: sono ricche, ma fragili. Hanno patrimoni, ma anche paura. Per loro ogni scintilla è rischio sistemico.
Il nuovo colonialismo: spartirsi il mondo senza più fingere
Qui si arriva al cuore: il Board non è una conferenza di pace, è un modello di governo internazionale a comando unico. Un ritorno, senza nostalgia ma con metodo, alla logica ottocentesca delle zone d’influenza: si decide tra pochi, si distribuiscono compiti, si impongono fedeltà. E se serve, si “mettono in riga” i governi: non sempre rovesciandoli, spesso strangolandoli economicamente, selezionando chi merita ossigeno e chi deve restare in apnea.
È un sistema che piace anche ai rivali di Washington quando conviene: perché la spartizione, a differenza del diritto internazionale, è un linguaggio che tutti capiscono. Il problema è che, quando la politica diventa spartizione, la guerra non è l’eccezione: è una funzione.
Conclusione: un club per la pace che vive di guerra
Alla fine, il “Board of Peace” è l’ennesimo esempio di geopolitica come marketing: chiamare pace ciò che serve a gestire la guerra. Un’architettura di controllo costruita con due materiali: l’obbedienza degli alleati e la pressione sugli avversari. Gaza è la vetrina morale. L’Iran è il bersaglio strategico. L’Europa, come spesso accade, è la comparsa ben vestita che paga il biglietto e ringrazia per l’invito.
E l’Italia? È lì, a fare “l’osservatrice”, cioè a partecipare alla sottomissione con il pudore di chi non vuole farsi vedere in foto troppo da vicino. Ma in questi club funziona sempre allo stesso modo: prima osservi, poi firmi. E quando firmi, non lo chiami vassallaggio. Lo chiami realismo. E speri che nessuno ti chieda quanto costa.
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Intanto the sneaky donnie si è intascato un sacco di soldi 💰
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Invece di guardare a casa propria (🇺🇸)
Il 2* attentato terroristico più sanguinoso negli Stati Uniti è stata la bomba del 1995 a Oklahoma City messa da Timothy McVeigh, un terrorista formato nei campi del movimento ultra-cristiano “The Order”. Gli attentati degli estremisti cristiani anti-abortisti, ariani che si ispirano ai movimenti nazisti sono all’ordine del giorno negli States e sono un minaccia alla sicurezza nazionale maggiore del terrorismo islamico.
Le bande e le comunità, che si ispirano a queste teorie, si sono moltiplicate e hanno aumentato la propria influenza nelle aree rurali, specialmente con la crisi economica. Dalla fine della guerra di secessione, negli Stati del Sud e del Nord Ovest, queste milizie sono diventate una realtà con cui il potere centrale deve fare i conti. Le teorie religiose di fondo sono due: i millenaristi e i difensori della identità cristiana.
I millenaristi, che solitamente prendono maggiori adepti tra gli evangelici, sono guidati da due teologie: la Dominion Theology e la Reconstruction Theology.
La Dominion Theology afferma che i Cristiani sono l’unico popolo eletto e che devono mantenere il potere, per proteggere la società dal Diavolo. Tutto questo è in previsione del ritorno di Cristo, che metterà gli Stati del Sud a guida del mondo. Su questa teoria si basano la maggior parte dei movimenti anti-abortisti. Bisogna dire che la maggior parte dei movimenti che si ispirano alla Dominion Theology non hanno partorito terroristi, ma perpetuano violenze contro i medici abortisti e fanno azioni di lobbying sui politici per difendere i propri interessi. Ted Cruz, repubblicano, è molto influenzato da questi gruppi che lo sostengono e lo finanziano.
La Reconstruction Theology, che ha maggiori adepti tra i protestanti luterani, afferma che i Cristiani devono assolutamente prendere, anche con la forza, il potere e creare uno stato teocratico. Michael Bray, pastore luterano del Maryland condannato per aver messo delle bombe in alcune cliniche abortiste, fu al centro di un grande scandalo perché arrivò a rifiutare l’autorità del Papa e della Bibbia stessa.
La giustificazione della violenza portò ai primi omicidi in nome di Dio. Il movimento Christian Identity è un’altra faccia del movimento degli estremisti cristiani americani. Questo braccio dei cristiani protestanti si basa sulla supremazia della legge ariana ed è la base di movimenti di estrema destra Americana come: The Order, Posse Comitatus, Aryan Nations. Timothy McVeigh, attentatore di Oklahoma, faceva parte di questi movimenti. Le teorie del complotto fioriscono in questi movimenti. Queste teorie hanno creato moltissimi gruppi che combattono e perpetuano crimini orribili.
“The Army Of God”, uno dei gruppi più attivi attualmente, ha commesso più di 300 omicidi di medici abortisti in tutti gli Stati Uniti, ha piazzato più di 150 bombe in diversi ospedali abortisti e nel 2013 ha inviato 1000 lettere, contenenti arsenico, a politici, medici e difensori dei diritti dei neri e dei movimenti LGBT.
Il Ku Klux Klan negli ultimi anni si è modificato e può essere considerato uno di questi movimenti. Il movimento, in realtà, inizia come una lotta contro i neri, che ritenevano essere degli schiavi, ma soprattutto contro gli abitanti degli Stati del Nord. La giustificazione religiosa era solo una scusa, ma nell’ultimo decennio ha riscritto le sue dottrine sulla Christian Identity e ha incominciato a perpetrare violenze contro gli omosessuali e gli abortisti.
La radicalizzazione cristiana non differisce in nessun elemento da quella islamica.
I soggetti che vengono attirati da queste due teorie hanno lo stesso identikit. Solitamente sono giovani, poco istruiti, provenienti dalle campagne o dalle periferie delle metropoli dello Stato del Sud. La maggior parte di questi ragazzi si sono uniti ai movimenti dopo la crisi economica. In gergo tecnico, si dice, che vengano influenzati dalle ineguaglianze relative. Non capiscono il motivo per cui non riescono a trovare lavoro e per cui non riescono a permettersi quella vita ricca e mondana, che vedono tutti i giorni alla televisione. Arrivati a questo punto, non avendo i mezzi culturali per capire la situazione, si affidano a soluzioni semplici, come dare la colpa a neri, ebrei o democratici socialisti.
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