La pietra d’inciampo su cui è franata la famiglia euroatlantica è la Russia

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Martedì 24 febbraio scocca il quarto anniversario del fallito colpo di Stato russo a Kiev. L’Operazione militare speciale che secondo Putin avrebbe riportato l’Ucraina nella sfera imperiale russa si è trasformata in una carneficina infinita senza sbocco strategico. Americani e britannici, informati nei dettagli dell’invasione russa, erano convinti che nel giro di un paio di settimane un oligarca filorusso, Viktor Medvedchuk, avrebbe formato a Kiev una giunta di obbedienza moscovita. Biden offriva a Zelensky di trasportarlo a Leopoli, che Putin prometteva di non toccare perché “polacca”, o di rifugiarsi all’estero per allestire un governo in esilio. L’obiettivo degli americani era di impantanare i russi in Ucraina come i sovietici in Afghanistan (1979-89) per indebolirli. Armando gli ucraini per questo, non per vincere. Sei anni all’obiettivo.
Era il 24 febbraio 2022. Quel giorno alla sede diplomatica italiana a Mosca l’addetto militare Roberto Vannacci assicurava l’ambasciatore Giorgio Starace che i russi sarebbero penetrati in Ucraina «come un coltello nel burro». Convinzione diffusa tra gli atlantici. Per Mosca si trattava della restituzione con interessi del colpo di Stato a Kiev appoggiato otto anni prima da Washington e Londra sull’onda dell’Euromaidan. Al culmine di quegli eventi, il vicesegretario di Stato Usa Victoria Nuland, mente dell’operazione, era stata intercettata mentre scandiva al telefono il famoso «Europa vaffanculo!».
Oggi quel «Fuck off Europe!» è il basso continuo del modo americano di rapportarsi agli “alleati” europei. La rottura transatlantica preannunciata da Nuland ha (auto) escluso gli europei dai tavoli negoziali con cui Trump cerca di fermare la guerra trattando direttamente con russi e ucraini.
Ne consegue scisma transatlantico. Esito della differenza di interessi e di valori tra americani ed europei. Ancor più forte all’interno dell’Unione Europea, motore che ha invertito la rotazione: ci divide anziché unirci. Tra gli esangui leader continentali nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Attenderemo a lungo un Carney europeo che abbia il coraggio di chiamare il bluff.
Quanto agli americani, non sopravvalutiamo Trump. È dalla fine della guerra fredda che a Washington si è deciso di ridurre l’impegno in Europa. Per il semplice motivo che gli Stati Uniti stavano da noi non per i nostri begli occhi ma per proteggersi dai sovietici. L’equazione nucleare concordata con Mosca prevedeva che lo scambio di atomiche sarebbe avvenuto sul continente europeo, non in America né in Unione Sovietica. Tutto tragicamente logico. I nostri governi ne erano perfettamente coscienti.
La pietra d’inciampo su cui è franata la famiglia euroatlantica è la Russia. Per gli Stati Uniti la guerra di Ucraina ha dimostrato che Mosca non potrà mai dominare l’Europa, visto che al quarto anno di guerra non ha preso nemmeno tutto il Donbass. Ma se nessuno minaccia l’Europa, argomentano a Washington, perché e da chi dovremmo difendervi? Molti europei obiettano: dei russi non possiamo fidarci. Senza di voi americani non possiamo difenderci. Eppoi con voi in Europa per ottant’anni non ci siamo fatti la guerra. Se ci abbandonate rischiamo di ricominciare. Né ci rassicura il riarmo della Germania, che potrebbe culminare nell’atomica tedesca.
Il disimpegno americano non sarà tanto quantitativo quanto strategico. L’Europa che interessa il Pentagono è quella che affaccia sull’Artico, nuovo baricentro geopolitico dove si deciderà la competizione tra Cina e Stati Uniti e dove Trump vorrebbe contare su Putin per contenere Xi in proiezione polare. Vasto programma. Per il momento l’America ci offre il comando Nato di Napoli — occasione da sfruttare — e ci invita a spostare truppe (alpine?) nel Grande Nord — opzione discutibile.
Ma sarebbe per noi imperdonabile lasciare che l’Ucraina finisca di bruciare. Equivarrebbe ad accettare la destabilizzazione permanente di tutte le terre comprese tra Trieste e la Russia. Non abbiamo bisogno di una Grande Balcania sul fronte orientale. Una vera pace è impossibile. È invece imperativa una tregua paneuropea garantita da America, Russia e Cina per impedire la balcanizzazione delle Ucraine e favorirne la ricostruzione. Per noi gli ucraini non sono mujahidin e i russi non sono sovietici. Roma se ci sei batti un colpo.
roma tace, in attesa degli ordini da washington
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