(ilfattoquotidiano.it) – “Il sole splende sopra Milano, il cielo prova la primavera”. Sul Corriere della Sera Beppe Severgnini si sente Prevert: lo spirito olimpico gli fa sprizzare poesia in ogni molecola di cellulosa. C’è un dato politico, nei Giochi di Cortina, infilato nella melassa aulica del Corsera: “Il Monte Rosa brilla tra i grattacieli che alcuni criticano, ma tutti fotografano”. Traduciamo: follie, inchieste, storture e intollerabili disuguaglianze del modello Milano sono perdonate, sommerse da una manciata di medaglie. È vero – si legge – che “per un giudizio complessivo (…) bisogna capire quanto abbiamo speso” e “quanto si riveleranno utili le novantotto grandi opere accelerate dai Giochi”. Guardando al passato, una mezza idea ce l’abbiamo. Ma in fondo che ci frega? Severgnini è estatico: abbiamo fatto bella figura con gli americani, i cinesi e anche gli ostici norvegesi. “Una volta ancora, noi italiani siamo riusciti a trasformare una crisi in una festa: nessuno ci batte in questo sport (…). Scandinavi reduci dall’hockey a Santa Giulia; americani di ritorno dal pattinaggio di velocità a Rho; asiatici entusiasti del pattinaggio di figura ad Assago; europei saliti a Cortina, a Bormio, a Livigno; le tribune internazionali del biathlon; gli stranieri che hanno seguito i Giochi in televisione: tutti contenti e un po’ stupiti”. Beppe non ha alcun dubbio: “Queste sono le occasioni per cambiare la percezione dell’Italia nel mondo”. Bastano due piste lisce e un po’ di Brignone, siamo tornati una potenza. Il finale è amaro, il fanciullino s’imbatte in un presagio di realtà: spenta la fiamma olimpica, “riprenderà il rumore delle armi”. Non aveva smesso, “ma noi, per quindici giorni, ci siamo illusi di non doverlo sentire mai più”.