
(Flavia Perina – lastampa.it) – Una magistratura con la schiena dritta, una polizia con la schiena dritta, un sistema giudiziario che funziona anche se «non gli converrebbe» funzionare. Gli sviluppi dell’indagine sul delitto di Rogoredo dovrebbero rassicurare i disorientati dalle manganellate referendarie e persino chi ha paura della deriva trumpiana in Italia perché, nonostante tutto, Milano non è Minneapolis, l’Ice da noi finirebbe in galera e non c’è ancora nessuna Pam Bondi che possa bloccare un’indagine o intimidire chi la porta avanti. È una buona notizia in questi tempi cupi. E bisognerebbe fare un monumento a chi ha gestito il caso con rapidità e coscienza professionale, dimostrando tra l’altro che certe tragiche lezioni del passato non sono state dimenticate e «isolare le mele marce» non è rimasto solo uno slogan. Non faremo sconti a nessuno, ha detto ieri il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, e anche questa frase incoraggia.
La vicenda di Rogoredo è stata, fra il 26 gennaio e il 5 febbraio scorsi, il più mediatico, emotivo, viscerale, tra tutti i casi di presunta legittima difesa che hanno acceso il dibattito italiano. Uno spacciatore marocchino pluri-pregiudicato (Abderrahim Mansouri detto Zack, 28 anni) che alza un’arma contro un poliziotto d’esperienza (l’assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni), quello gli spara per difendersi (dice), lo uccide e finisce nel registro degli indagati, secondo procedura. In cinque minuti era già scandalo, col centrodestra turbato, indignato, mobilitato contro l’orrore di un agente sotto inchiesta «per aver fatto il suo dovere». Ed è inutile riassumere l’elenco delle rabbie e delle solidarietà anche istituzionali e ministeriali: un’onda, uno tsunami, una valanga indignata usata poi per accelerare il pacchetto sicurezza con il famoso scudo penale. Detto fatto. Consiglio dei ministri: per i poliziotti mai più l’onta di finire nel registro degli indagati, piuttosto una «annotazione preliminare, in separato modello», che lo stesso ministro Carlo Nordio spiegherà dopo il varo della misura in Consiglio dei ministri con l’esempio «del poliziotto che spara perché viene minacciato con un’arma».
Insomma, c’erano tutti i presupposti perché la magistratura milanese chiudesse l’indagine alla bell’e meglio e assecondasse il racconto già scritto dalla politica su colpevoli e innocenti, sprofondando l’affaire Rogoredo nelle lungaggini procedurali o seppellendolo sotto una veloce archiviazione. Ma Milano non è Minneapolis, i nostri giudici non sono Pam Bondi, la nostra polizia non è l’Ice. E dunque l’inchiesta è stata avviata con cura, i dettagli ricontrollati, i tabulati telefonici acquisiti, le perizie eseguite – con sconcertanti risultati: sull’arma finta attribuita a Zack non c’erano le sue impronte – e i testimoni in divisa, infine, interrogati con le garanzie dovute, hanno raccontato una verità assai diversa da quella del loro capo.
Sono almeno due i dati su cui riflettere. Il primo riguarda la lezione di efficienza che arriva dal sistema giudiziario, capace di agire bene e in fretta anche quando le circostanze incoraggiano al disimpegno. Mentre raccontiamo pm e giudici come potere fragile, ossessionato dalla carriera, disposto a ogni compromesso per una promozione, afflitto da inguaribile amichettismo, irresoluto, artista del rinvio, ci arriva invece l’esempio di inquirenti che fanno il loro lavoro come da manuale. È immaginabile non siano i soli. Ed è credibile che, anche sotto questo aspetto, il nostro sistema sia assai più sano di quel che dicono certe Cassandre della catastrofe e del baratro.
Ma il caso mette in guardia anche la politica dalla pratica dei decreti «on demand», quelli prodotti sulla scia di casi di cronaca ad alta tensione per dare un riscontro al sentimento popolare. Dal decreto rave, che segnò il debutto del governo, al progetto dei metal detector all’ingresso nelle scuole appena autorizzato da una circolare, ne abbiamo visti tanti. Magari c’è pure un pezzo di elettorato che applaude, ma il cortocircuito è dietro l’angolo e Rogoredo lo dimostra. Abbiamo prodotto una norma per evitare l’onta del termine «indagato» a un poliziotto minacciato con un’arma, salvo scoprire che indagarlo era sacrosanto, che l’arma chissà da dove veniva, che la difesa non è sempre legittima: anzi, talvolta, non è nemmeno difesa.
Si cara P(i)erina : tutto corretto!
Tuttavia 2 paroline poco dolci alla tua ducetta questa volta potevi rivolgerle!
Tutta la fanfara d’altronde è guidata da
lei o no!!??
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Con la schiforma,
la polizia giudiziaria non sarà controllata dal magistrato,
quindi è quasi certo che accadrebbe come nel ventennio, le indagini si fanno quando conviene.
L’avvinazzato ha detto che sono già pronti i provvedimenti.
Questo però alla “BUsiarda” non interessa.
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