La scuola autoritaria è quella delle nozioni o quella delle educazioni?

(Elisabetta Frezza – lafionda.org) – A margine di un film originale, gagliardo e decisamente rompiscatole, si sostiene di seguito una tesi controcorrente portando due prove provate della sua bontà.
Il film
Fascista, comunista, rossobruno. In mancanza di argomenti, i detrattori lanciano etichette. Forse perché non lo hanno visto arrivare, o comunque se lo aspettavano diverso, più aderente ai cliché del dissenso convenzionale, e dunque metabolizzato, e dunque innocuo, e dunque consentito.
Porta il titolo icastico di D’istruzione pubblica, è una produzione cento per cento indipendente – incredibile dictu – e in questi giorni sta riempiendo le sale. Racconta la storia triste del sistema scolastico italiano, malato cronico di riformite a senso unico (quale che sia il colore dei governi) e ormai ridotto a un pachiderma in agonia.
La buona notizia è che non è ancora morto, il pachiderma: sporadici segni di vitalità si registrano nei luoghi di missione di quei pochi docenti e pochissimi prèsidi irriducibili, per ora scampati alle ronde dei guardiani dell’ortodossia (o alla delazione di colleghi collaborazionisti, o agli starnazzi di genitori per i quali il voto è tutto, e pazienza se è fasullo). Anche di queste tracce di vita – fondato motivo per credere che non tutto sia perduto – si rende conto nel film, perché la macchina da presa sbircia dentro spazi dove si parla ancora il linguaggio desueto della realtà, della ragione e del buon senso, altrove sostituito con destrezza (e desolante facilità) dal suono salmodiato delle formulette ipnotiche e dei ritornelli ebeti, degli acronimi demenziali e degli anglismi cringe: quell’impostura lessicale e fonetica che tanto piace alla gente che piace, solerte ad appiccicare a caso, su cose e su persone, etichette prestampate. Per l’appunto.
La pellicola narra della catastrofe, sì, ma non è un inno alla scuola che fu. E tuttavia non si può negare che una volta una scuola ci fosse, e ora non più. Non idealizza una trascorsa età dell’oro. E tuttavia non si può negare come, a un certo punto della storia, una mano ineffabile abbia impresso alla scuola un’inversione di rotta, con una manovra temeraria al punto da sfuggire a quasi tutti i radar, sì che a una fase di tensione verso la realizzazione del proprio statuto naturale (quello di garantire a tutti i cittadini un’adeguato livello di istruzione) è succeduta una fase, invertita, di demolizione controllata dei risultati raggiunti e di programmatico tradimento di una ragion d’essere che è esclusiva e irrinunciabile.
Questa torsione fatale, coincisa con una conclamata svolta utilitarista, mercatista e correlativamente anticognitiva, se è stata spinta dall’apparato tecnocratico e confindustriale interessato al proprio tornaconto – ovvero alla produzione in serie di manodopera duttile e tendenzialmente incolta – , è stata trainata dalla «setta ereticale, pericolosissima, dei pedagogisti» (cit. Luciano Canfora). Essa ha fornito il sostrato teorico, si può dire mistico, all’operazione – significativamente battezzata, in via autentica, “rivoluzione copernicana” – ammantandola di stilemi seducenti (centralità e benessere dello studente, inclusione, personalizzazione didattica, diritto al successo formativo, eccetera eccetera) e vidimandola col timbro intimidatorio della (pseudo)scientificità. La scuola è uscita dal trattamento rovesciata e snaturata.
Sono stati i casi della vita, insomma, più di una preordinazione a tavolino, a intersecare i percorsi di centri di potere di matrice differente, ma dotati entrambi di mezzi smisurati, creando tra loro una “alleanza di fatto” tanto controintuitiva quanto, sul campo, praticamente invincibile.
La tesi
Fatto sta che, grazie a uno sforzo demolitore congiunto – entusiasticamente partecipato anche dalla più parte delle vittime designate (docenti, studenti, famiglie), stregate tutte dalle parole magiche – oggi la scuola si trova a incarnare uno strampalato incrocio tra un luna park e un laboratorio di rieducazione di massa, dove si fa di tutto fuorché scuola: dove, cioè, la trasmissione delle conoscenze fondamentali e durevoli, quelle in grado di fornire gli strumenti cognitivi necessari e di preparare il terreno favorevole per pensare e agire in autonomia, ha ceduto il passo alle attrazioni mirabolanti dei PTOF e a una martellante catechesi su contenuti dogmatici pre-pensati e serviti pronti. Si capisce, così, come essa sia potuta diventare una fabbrica di ignoranza da un lato, di conformismo dall’altro, e un succulento terreno di conquista per piazzisti, imbonitori, predatori d’ogni tipo – ai quali basta esibire il patentino di “esperto” di qualcosa a caso che fa tendenza, per avere le aule tutte per sé. E i docenti? Marginalizzati, mortificati e umiliati nella loro professionalità. E le materie disciplinari? Evaporate. Del resto, a scuola si va per divertirsi, mica per imparare cose che fuori di lì non si impareranno mai.
Ora, è evidente che questa sostituzione di oggetto e soggetti, di temi e di attori, non è una simpatica sarabanda allestita solo per spettacolarizzare un posto dove una volta pareva normale anche annoiarsi o fare fatica. È, come si suol dire in materia di obbligazioni, un aliud pro alio e integra un inadempimento, poiché implica il sistematico svuotamento cognitivo e culturale del luogo elettivo della tradizione delle conoscenze e della cultura, dell’apprendimento del linguaggio (anche la matematica lo è) e del contegno teoretico. Ma non solo. Questa sostituzione sortisce anche, quale effetto collaterale, quello di assicurare alle simmetrie del potere un confortevole stato di intoccabilità: se infatti, al posto dell’istruzione, tu dai in pasto agli scolari un minestrone di “educazioni” omologate, sancisci la definitiva messa al bando delle idee diseguali e con esse dei loro portatori, perché chiunque si mostri renitente a farsi rieducare, e provi a cantare fuori dallo spartito unico, potrà essere ufficialmente prima zittito in quanto stonato, e poi demonizzato in quanto deviato.
Quando l’alfabetizzazione, le discipline, la teoresi perdono la loro sacrosanta priorità, quando i saperi si dissolvono lasciando il posto a regolette morali, ad automatismi mentali senza pensiero, a prescrizioni espressive e comportamentali che rincorrono gli slogan già ossessivamente ritmati dalla grancassa mediatica, il traguardo è la clonazione cerebrale collettiva, vale a dire una inesorabile deriva totalitaria – di cui la psicologizzazione e la psichiatrizzazione fuori controllo rappresentano un contorno sinistro. Nel fantastico regno dell’inclusione, insomma, c’è posto solo per i replicanti, per gli altri esso diviene più esclusivo che mai.
Vogliamo ancora raccontarci, allora, che la scuola autoritaria è quella delle nozioni (nozione deriva da nosco, conosco, e non è una parolaccia) e delle lezioni frontali tenute da chi, padroneggiando la materia, dovrebbe comunicarne la sostanza e l’amore? Che la scuola autoritaria è quella dove si sperimenta l’impegno che lo studio richiede, e dove si è iniziati al ragionamento e al rigore concettuale? La scuola fatta così, in verità, è l’unico efficace ascensore sociale e la più attrezzata palestra di libertà accessibile a tutti. Gramsci nei suoi Quaderni ci aveva avvisati.
La scuola autoritaria, invece, è proprio quella che ha spento la luce della conoscenza, negando alle nuove generazioni l’accesso al patrimonio culturale straordinario che si è sedimentato nei secoli e sul quale siamo seduti; è la scuola degli slogan, dei ritornelli e delle etichette, dove è vietato uscire dal recinto delle idee morte che il monopensiero preconfezionato impone.
La prova
Veniamo alla prova di realtà. Quanto è vero che la scuola davvero autoritaria non è quella che insegna le discipline e la disciplina, ma quella che intrattiene nella fuffa variopinta e ideologizzata?
Due fatti recenti offrono un riscontro interessante. Parliamo di licei, e in particolare di autogestione, ovvero di quella pratica che una volta, quando a scuola la normalità era fare lezione, dava spazio all’intraprendenza organizzativa e alla vena dialettica e libertaria, anche sanamente trasgressiva, degli studenti; e che ora, in un contesto di ricreazione permanente e istituzionalizzata, ha perso buona parte del suo perché. Ma rimane una buona cartina al tornasole per misurare gli effetti della degenerazione del sistema.
Primo fatto. All’autogestione di un liceo delle Marche, uno studente invita a parlare un giornalista italiano residente in Donbass per approfondire e discutere la situazione della regione che da molti anni è teatro di guerra. Apriti cielo. L’iniziativa, che peraltro si svolge in un clima di assoluta tranquillità, diventa un caso nazionale. Intervengono gli emissari del ministero aggiunto della verità – gli stessi sinceri democratici che sono riusciti a far bandire dall’Italia atleti russi, scrittori russi, artisti russi, musicisti russi, sia vivi sia morti –, segnalano gli eretici al tribunale del popolo e aizzano gli invasati della rete contro un ragazzino colpevole di voler sondare l’altra faccia dell’informazione, rendendolo bersaglio libero di insulti, offese, minacce persino di morte.
Secondo fatto. In un liceo del Veneto, il portavoce dei rappresentanti degli studenti in Consiglio di Istituto, nell’esporre il programma di autogestione, sinceramente soddisfatto comunica che quest’anno hanno scelto di affidare tutto a una start up specializzata: che propone ai clienti un ventaglio di temi, e ad ogni tema abbina un “esperto di grido” estratto dal catalogo di figurine. La prestazione è a pagamento, dice il rappresentante, ma si possono trovare offerte ragionevoli (immaginiamo che le figurine meno gettonate finiscano in saldo).
Evidentemente la sincera soddisfazione manifestata dallo studente dipende dalla sua (purtroppo corretta) convinzione di essere stato bravo a risolvere la grana dell’autogestione con la soluzione perfetta: che esenta dallo sforzo di pensare e di organizzare, ed è sicura e qualificata, sterilizzata e certificata, praticamente incontestabile. Che la fattispecie della autogestione eterogestita, con influencer a pagamento, costituisca una vetta ossimorica ineguagliata e probabilmente ineguagliabile, non è un sospetto che sfiori né lui né i suoi colleghi rappresentanti – e per la verità nemmeno gli altri componenti anziani del consiglio di istituto, che non fanno una piega.
Ecco qui due prodotti freschi della scuola che non c’è, perché si è mimeticamente appiattita sulle dinamiche del mercato, del supermercato, dei social e della tivvù, e sui loro linguaggi imbarbariti: tocca assistere da un lato alla repressione vile, violenta e scomposta, da parte dei benpensanti etichettatori di professione, di una iniziativa genuina e spontanea organizzata da uno studente e apprezzata dai suoi compagni; dall’altro, al silenzio benedicente (e tombale) di fronte al caso surreale della finta autonomia subappaltata, addomesticata, autoincatenata nella camicia di forza di un conformismo senza speranza. Soprattutto perché inconsapevole.
Istruzione abolita, distruzione compiuta
Imparate la lezione, ragazzi. Nutritevi ai banchetti degli esperti. Pascolate nelle stanze dell’inclusione. Fatevi vivere la vita da altri. Tenete la lotta lontana da voi, ché obbedire è bello. Così – è vero – non cambierete il mondo, e nemmeno la vostra stia, ma in compenso non vi mancheranno mai il nulla osta dell’ispettore di turno e la graziosa benevolenza del principe.
Con una gioventù che rinuncia alla sua intelligenza, quella artificiale ha la strada spianata.
Ricostruire una scuola è una necessità. Ergo, ben venga un siluro sottoforma di film.