
(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Dunque, c’è un giudice anche a Washington. Eravamo quasi rassegnati, noi post-occidentali finiti sotto il tallone di ferro di Donald il Grande, il nuovo imperatore yankee sciolto da tutti i vincoli costituzionali e legali, capace di dichiarare al mondo “l’unico limite al mio potere è la mia moralità”. Siamo tuttora atterriti dal suo “lato oscuro della forza”, e dall’immagine plastica del kombinat militare-industriale-digitale riunito nello Studio Ovale per l’Inauguration Day. Temiamo che la “Nazione indispensabile” piegata e riconquistata dal tycoon di Mar-a-Lago stia perdendo gli anticorpi sui quali aveva contato da decenni, per restare nonostante tutto “la più grande democrazia del pianeta”. Da europei ci sentiamo soli e disarmati, esposti all’onda nera che attraversa l’Atlantico e sparge l’humus delle autocrazie elettive. E invece, a sorpresa, ora scopriamo che non tutto è perduto. Come il piccolo mugnaio di Potsdam, che di fronte all’immenso strapotere di Federico di Prussia si affidò ai tribunali di Berlino per veder riconosciuti i suoi diritti e arginati i soprusi del sovrano, anche noi cittadini di questa Terra scopriamo che lo Stato di diritto esiste e resiste persino nell’Amerika di Trump.
La Corte Suprema ha bocciato i dazi voluti dal commander in chief, e questa sì, è davvero una svolta storica. Lo è nella forma: il capo della Casa Bianca non poteva imporre con un semplice “ordine esecutivo” le tariffe doganali che da un anno a questa parte ha riversato sul mercato globale, ma doveva passare attraverso un voto del Parlamento. Lo dice il testo della sentenza: “Il presidente afferma il potere straordinario di imporre unilateralmente i dazi di importo, durata e portata illimitati: ma alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità affermata, deve individuare un’autorizzazione chiara del Congresso a esercitarla”. Senza un sigillo parlamentare, sono illegali i dazi varati il 2 aprile dell’anno scorso contro la Cina, il Canada e il Messico, giustificati con la volontà di colpire il narcotraffico. Un pacchetto che vale 175 miliardi di dollari, e sul quale ora si scateneranno cause e richieste di rimborso, con le relative ricadute sui mercati globali e le perdite per i consumatori americani (già colpiti da un pil cresciuto solo dell’1,4 per cento e da un sovraccosto del 96 per cento generato dalle restrizioni agli scambi).
Questa sentenza è una svolta storica anche nella sostanza. A porre un freno allo sceriffo di Washington è il massimo organo di garanzia del sistema statunitense: è la conferma di quanto sia fondamentale, in qualunque ordinamento democratico, l’equilibrio e il bilanciamento dei poteri. Nessuno dei quali è sovraordinato all’altro, ma ciascuno dei quali vigila e argina l’altro. Conforta che a piantare un paletto insormontabile alla dissennata guerra commerciale del tycoon sia stata proprio quella Corte Suprema che lui si illudeva di controllare, dopo averne nominato tre membri nel suo primo mandato. E che a determinare la maggioranza nel collegio siano stati proprio quei tre giudici conservatori che lui stesso aveva “promosso” a suo tempo, credendo di averne comprato la fedeltà. Un esito sorprendente e incoraggiante: fa riflettere sull’importanza fondamentale dell’autonomia e dell’indipendenza di tutte le magistrature, dalle corti supreme ai tribunali di provincia. Ma è proprio questo il principio contro il quale da sempre si scaglia The Donald, e con lui l’Internazionale sovranista in tutto il “globo terracqueo”.
Non bastano gli “stati d’eccezione” per manomettere una Costituzione. Trump aveva preannunciato il suo sedizioso piano law and order, nello sgangherato discorso inaugurale: “I pesi della giustizia saranno ribilanciati… l’uso degenerato del Dipartimento di Giustizia usato come un’arma finirà… non permetteremo più che l’immenso potere della giustizia sia utilizzato contro la politica”. Le tariffe doganali appena affossate dalla Corte il presidente le aveva giustificate invocando una legge speciale, l’International Emergency Economic Powers Act del 1977. Le stesse milizie paramilitari dell’Ice — che hanno messo a ferro e fuoco le strade delle sanctuary cities e assassinato due cittadini americani inermi come Renee Good e Alex Pretty — le aveva schierate minacciando il ricorso all’Insurrection Act del 1807. Adesso lo Sceriffo deve prendere atto che non tutto appartiene al suo saloon e non di tutto può disporre come meglio ritiene. Gli era già successo sul congelamento dei 2 miliardi di dollari di aiuti esteri del programma Usaid, sull’attivazione della Guardia Nazionale a Chicago, sul riordino delle agenzie federali. Ora tocca ai dazi, cuore della distruttiva Trumponomics, intorno alla quale ha sognato di costruire il nuovo ordine mondiale che nel frattempo gli si comincia a frantumare tra le mani.
Sul frontone del palazzo neoclassico dove ha sede la Corte Suprema — al numero 1 di First Street, due passi da Capitol Hill — campeggia la scritta Equal justice under law. Vale per tutti: anche per l’inquilino della Casa Bianca, per quanto egli si senta intoccabile e insindacabile, sciolto dalla legge e intronato da Dio. C’è da chiedersi se di questa cocente sconfitta politica, che si porta dietro anche un’evidente lezione democratica, faranno tesoro anche le destre trumpiane d’Europa. Soprattutto la Sorella d’Italia, cheerleader sempre pronta a fare la ola a The Donald, dovrebbe riflettere. Dove porta questo felice e sempre più solitario “vassallaggio” nei confronti del falso amico americano? E quanto costa questa impronta tipicamente e violentemente Maga che sta dando alla campagna sul referendum del 22 marzo? Come Trump, anche Meloni vaneggia di “toghe politicizzate” e di “sentenze vergognose”. Anche lei — insieme al suo squinternato Guardasigilli — delegittima i magistrati, tratta il Csm alla stregua di “sistema para-mafioso”, strumentalizza i risarcimenti civili a Sea Watch o a un migrante deportato illegittimamente in Albania. Anche lei dice “i giudici non ci lasciano governare”, e con questo messaggio non poi così subliminale spera di convincere i cittadini-elettori a votare sì alla separazione delle carriere. Come Trump, anche Meloni non tollera contropoteri: è pronta a marciare persino su Sergio Mattarella, che esige “rispetto” per la magistratura e il suo organo di autogoverno, ma ottiene in cambio solo altro fango, prodotto in quantità industriale da lei e dai suoi camerati chi in quel fango dicono di non volerci lottare. Tra un mese, forse, toccherà agli italiani dimostrare nell’urna che c’è un giudice anche a Roma.
NO….noi voteremo…NO…..!!!!
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Caro Giannini, pensa a Washington…..belin ce ne sono ben 6…😂😂😂😂😂😂
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Resto dell’idea che per Trump occorra una “diga” di tipo psichiatrico.
I nostri? Cialtroni al massimo grado, ma – o perciò – estremamente pericolosi.
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