(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Ci si avvicina a Sanremo con una certa ansia preventiva – la settimana prossima l’intero apparato mediatico nazionale sarà consacrato al Festival: fino allo sfinimento. Ma anche, bisogna ammetterlo, con una specie di sbalordito rispetto per quello che – al di fuori del calcio e dello sport in generale – è forse l’unico evento “generalista” rimasto nel nostro Paese.

Nessuno guarda più niente, legge più niente, ascolta più niente al di fuori delle proprie consuetudini tribali – il termine è brutale, lo so: ma è utile per indicare consumi culturali e informativi radicalmente divisi per gruppi non comunicanti, o poco comunicanti. L’idea che esista ancora un “luogo” condiviso, se non da tutti, da moltitudini di italiani, è in un certo senso rassicurante. E forse sottilmente ricattatorio: se un numero esorbitante di italiani (io tra loro) guarderà Sanremo, anche solo a tocchi e occasionalmente, magari è anche per il disperato bisogno di condividere con gli altri almeno un pezzetto di questo Paese, altrimenti frantumato, devoto a pratiche e idee sconosciute le une alle altre.

Con tutto il rispetto per la canzone, l’idea che la canzone sia l’unico territorio condiviso è un poco deprimente. Ma è meglio che niente. Se anche Sanremo (come i telegiornali, come i palinsesti, come tutto) decadesse dal suo ruolo unitario, e fosse banalmente una tra le tante fonti, confusa tra cento, tra mille, confermando la tendenza alla disgregazione, che è il contrario dell’aggregazione, non sarebbe una buona notizia. Se la tendenza alla frammentazione è irresistibile, e conformista: Sanremo è anticonformista.