Nonostante la richiesta di abbassare i toni, la premier critica la sentenza sulla Sea Watch. Destra al lavoro per togliere il controllo della polizia giudiziaria alla magistratura in stile Fbi

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Chi pensava che il discorso del presidente della Repubblica al Csm avrebbe fermato i bombardamenti contro la magistratura è rimasto deluso. Come se fosse ormai un appuntamento fisso, Giorgia Meloni sui social ha lanciato un’altra stoccata ai giudici e sempre nella materia a lei più cara: l’immigrazione.
In questo caso ha contestato la «decisione» del tribunale di Palermo sulla Sea Watch che l’ha «lasciata letteralmente senza parole». «Lo Stato italiano – ha detto Meloni – è stato condannato a risarcire con 76mila euro, sempre degli italiani, la ong proprietaria della nave capitanata da Carola Rackete, perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata giustamente trattenuta e posta sotto sequestro».
Una dichiarazione, quella della presidente del Consiglio, che, come la precedente riferita a un cittadino algerino risarcito per volere di un magistrato, arriva nel pieno della campagna sul referendum della Giustizia e ha il sapore della propaganda e della sua definitiva scelta di metterci la faccia.
Eppure, di propaganda a favore del «Sì», ad analizzare le mosse del ministero di via Arenula, non ce ne sarebbe bisogno. Non solo le bozze già pronte dei decreti attuativi della riforma. Al dicastero guidato da Carlo Nordio si è così sicuri di avere la vittoria in tasca che si sta concretamente lavorando a un’altra rivoluzione, a tratti anticipata nei giorni scorsi dal numero uno della Farnesina Antonio Tajani. Il forzista ha infatti parlato della necessità di «aprire un dibattito sull’ipotesi di togliere la polizia giudiziaria al controllo dei pubblici ministeri».
Ma più che di un’«ipotesi» o di una mera congettura, a Domani risulta che si tratti di un dato di fatto: una vera e propria riforma bis che i tecnici ministeriali stanno mettendo a punto, cercando un modo per non intaccare ulteriormente la Costituzione, dopo dibattiti andati avanti per oltre un anno.
La fuga in avanti di Tajani, dal palco su cui era stato chiamato a parlare, non ha però fatto piacere all’esecutivo. Risulta a questo giornale che la mossa ha suscitato diversi malumori. Tuttavia sul progetto di una polizia giudiziaria separata dalla magistratura sono tutti d’accordo: diverse le riunioni alla presenza della premier, del sottosegretario Alfredo Mantovano, dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. E, naturalmente, di Nordio e Tajani.

Modello Fbi
Il modello a cui il guardasigilli aspira sarebbe, dunque, assai simile a quello della polizia americana: il Federal Bureau of Investigation, più conosciuta come Fbi, è la principale agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, operante sotto la giurisdizione del dipartimento di Giustizia. Così, anche in Italia, la polizia, secondo il progetto di Nordio, passerebbe sotto il controllo del ministero che, pertanto, potrebbe anche negare le risorse, sempre più specializzate, ai magistrati alle prese con grandi inchieste e lunghe indagini. In barba, tra l’altro, e in contrasto con l’articolo 109 della Costituzione, secondo cui «l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria».
Il progetto sarebbe giustificato dalla volontà di arginare proprio gli effetti della riforma qualora vincesse il «Sì». Per Nordio in questo modo si andrebbe a tamponare il rischio di un Csm che, post referendum, potrebbe essere troppo potente. Lo stesso sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove aveva paventato il timore di «avere pm come superpoliziotti». Inoltre, secondo quanto trapela dal dicastero guidato da Nordio, non si tratterebbe di modificare la riforma costituzionale della separazione delle carriere.
L’articolo 104 della Costituzione non verrebbe toccato: per evitare l’allungamento dei tempi, il progetto verrebbe inserito nel disegno di legge che dovrà dare attuazione alla riforma stessa. Insomma, quasi un ritorno al passato e al Codice Rocco di epoca fascista: il pm diventerebbe un avvocato, quello dell’accusa, che dialogherebbe poco con chi in concreto realizzerebbe le indagini. Pm, quindi, senza potere di impulso o coordinamento.

Arriva la zarina
Nel frattempo Nordio sembra pronto alle critiche che una riforma di questo tipo potrebbe suscitare. Non sarebbero le prime. L’ultima querelle affrontata dal ministro riguarda quella sulle recenti dichiarazioni sul «sistema para-mafioso all’attuale Csm».
«Non capisco tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del Csm – aveva dichiarato – . Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra», aveva concluso.
Il ministro ha rivendicato la paternità seppure presa in prestito da un pm antimafia, tuttavia nei corridoi di via Arenula circolano altre versioni: l’idea di far citare Di Matteo pare sia stata suggerita dalla ministra ombra, Giusi Bartolozzi. La capa di gabinetto avrebbe dato questo suggerimento a Nordio, poi travolto dalle critiche. Dunque l’ennesimo scivolone provocato dalla zarina, di cui Nordio si fida ciecamente. Un’altra mossa sbagliata che ha contribuito ancora una volta ai malumori conseguenza della sua gestione accentratrice.
Ora però in campo è scesa a premier. Che ha iniziato a martellare sui giudici che liberano i migranti. Alla quale non dispiace il modello Fbi sul quale stanno riflettendo in via Arenula.
NOOOOOOOOOOOO!!!
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