di Michele Serra – repubblica.it) – Della triste e sanguinosa vicenda francese (il pestaggio mortale del giovane estremista di destra Quentin Deranque) mi ha colpito un dettaglio che forse non è un dettaglio: il nome del movimento antifascista accusato del pestaggio, la Jeune Garde, la giovane guardia.

Ha origini militari, specificamente napoleoniche: un corpo speciale di cavalleria al diretto servizio dell’imperatore, che lo istituì nel 1813 per la sua personale protezione. Lo si ritrova poi, più di un secolo dopo (gli anni Trenta del Novecento) prima in una tonante marcetta rivoluzionaria, incisa su disco dallo chansonnier Monthéus e inneggiante all’imminente vittoria della vigorosa gioventù proletaria sui flaccidi borghesi; poi in una fresca derivazione del 2010, sempre tonante, sempre marcetta e sempre rivoluzionaria. Tamburi e trombe (come nella tremenda e meravigliosa Canzone dei cannoni di Brecht-Weill: «soldati e bombe, tamburi e trombe») e testi decisamente bellicosi.

Detto che anche la Marsigliese, e in genere gli inni politici di tutte le risme, non sono affatto pacifici e spesso grondano sangue (e sempre grondano retorica) mi sono domandato perché mai, nel 2018 quando è nato, un movimento antifascista debba darsi un nome militaresco, che potrebbe tranquillamente appartenere a un movimento fascista. Jeune Garde: non sarebbe perfetto per un nuovo squadrismo?

Domanda: non si potrebbe storicizzare un po’? Provare a segnare una differenza — dopo due secoli di gloriose lotte proletarie, tamburi e trombe — tra il linguaggio delle armi e dell’ardimentosa gioventù (giovinezza! giovinezza!) e quello che dovrebbe essere il linguaggio della liberazione — anche dalle armi, tra l’altro? Forse che è più “di lotta” usare un linguaggio otto-novecentesco e richiamarsi di continuo alla logica di guerra? E se fosse invece molto più “di lotta” trovare nuovi nomi e nuove parole che la fanno finita, con il gusto del sangue e il suono orribile delle teste rotte?