Il commento. L’intervento di Mattarella è come quello di un arbitro che assiste sbigottito a una rissa tra squadre avversarie e interviene per richiamare al rispetto delle regole

Il presidente Sergio Mattarella al Csm

(di Gian Luigi Gatta – repubblica.it) – Il gesto e il messaggio del presidente Mattarella, che per la prima volta si è recato nella sede del Consiglio superiore della magistratura per presiedere una riunione ordinaria del plenum, hanno un grande valore per la nostra democrazia, che merita di essere colto e sottolineato. Il presidente della Repubblica è il garante della Costituzione e, quale capo dello Stato, rappresenta l’unità nazionale. Se ha avvertito «la necessità e il desiderio» di sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm» e «il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione», pur nella libertà di criticarne «difetti, lacune ed errori», è perché i toni della campagna referendaria, quando manca ancora più di un mese al voto, hanno superato la soglia del tollerabile.

La polarizzazione e, spesso, l’imbarbarimento della comunicazione, possono creare fratture nella società e nelle istituzioni – tra le istituzioni – pericolose per la solida tenuta dell’edificio della Repubblica, che ha le sue radici nella Carta costituzionale della quale il presidente è, per l’appunto, il garante, in posizione terza rispetto alla contrapposizione politica e referendaria. L’intervento di Mattarella è come quello di un arbitro che assiste sbigottito a una rissa tra squadre avversarie e interviene, con un sonoro fischio, per richiamare al rispetto delle regole. Mattarella ha avvertito «la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica». Lo scontro tra politica e magistratura, tra sostenitori del sì e del no, ha spesso superato nei toni il limite di una pur fisiologica contrapposizione referendaria. E ciò è ancor più grave perché la consultazione popolare riguarda proprio la modifica della Costituzione, l’ordinamento della magistratura e gli equilibri tra le istituzioni e i poteri dello Stato. Se non se ne ha cura, anche nel dibattito e, specialmente, nella comunicazione da parte di chi riveste ruoli e responsabilità istituzionali, si rischia di scassare la democrazia costituzionale: la casa comune della Repubblica, il bene più prezioso che ci è stato affidato dai costituenti dopo il fascismo e le lacerazioni civili e sociali conseguenti alla sua caduta.

Non è un caso se le parole del presidente, che richiama al rispetto reciproco tra le istituzioni e al valore del Csm, giungono a breve distanza da quelle del ministro della giustizia Nordio, che riferendosi allo stesso Csm ha parlato di «meccanismo para-mafioso», di «mercato delle vacche», di «verminaio correntizio» e di «padrini», in assenza dei quali il magistrato sottoposto a procedimento disciplinare sarebbe «morto». La continenza verbale, nella critica, è stata evidentemente superata, in questo come in altri casi, da parte di altri protagonisti del dibattito pubblico, su entrambi i fronti. Si rischia così di lacerare e di infangare le istituzioni, di far venire meno la fiducia sociale nella magistratura e nella giustizia. Le istituzioni devono collaborare in democrazia, non prendersi a picconate. La democrazia costituzionale ne esce indebolita se si associa a una cosca il Csm, che nomina tra l’altro il procuratore nazionale antimafia. Così anche se si accusano i magistrati di essere politicizzati, adusi solo a logiche spartitorie, non terzi e imparziali come giudici perché sottomessi ai pm, irresponsabili, impuniti e persino destinatari, per la campagna elettorale, di finanziamenti non trasparenti. Vogliamo dire che è troppo? Ecco, lo ha detto il garante della nostra Costituzione.