L’attacco scomposto di GIorgia Meloni contro i giudici che “continuano a ostacolarci” è il segnale: da ora in poi la premier entra attivamente nella campagna del referendum sulla giustizia. Sarà la mossa vincente per il Sì, o un boomerang per il governo?

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Avete presente quei martelletti accanto all’estintore? Quelli dove c’è scritto “rompere solo in caso di emergenza”?
Ecco: ieri Giorgia Meloni ha metaforicamente impugnato il martelletto e rotto il vetro, rompendo gli indugi ed entrando a piedi uniti nella campagna per il referendum sulla giustizia.
L’ha fatto in modo scomposto, un po’ come quando ad Atreju aveva detto di votare Sì per evitare una nuova Garlasco. Stavolta ha preso il caso del migrante condannato 23 volte che non si riesce a rimpatriare, per addossare le colpe alla magistratura – “continuano a ostacolarci”, ha detto – e promettere che la riforma della giustizia risolverà in un colpo solo il problema della sicurezza e quelle delle migrazioni, gli unici due temi che mobilitano davvero l’elettorato di destra.
Al netto delle argomentazioni un po’ così – che confermano una volta di più quanto la vera posta in gioco della riforma sia la volontà del governo di controllare e orientare l’attività giudiziaria – è stato un ingresso nell’agone salutato con gioia da chi vuole che passi la riforma. Che finora si era dovuto accontentare, come testimonial, del ministro-gaffeur Carlo Nordio e dell’ex magistrato Antonio Di Pietro. Non esattamente un parterre de roi.
La discesa in campo di Meloni, tuttavia, ha un rovescio della medaglia non secondario: che per gli elettori, da oggi, è un referendum su di lei. Se ti esponi, se metti in gioco la tua credibilità politica su questa campagna, una vittoria è una tua vittoria, una sconfitta è una tua sconfitta.
Meloni, finora, si era tenuta alla larga dalla campagna referendaria proprio per questo. Perché i primi sondaggi erano rassicuranti, perché poteva starne fuori e vincere comunque, perché poteva capitalizzare politicamente una vittoria quasi certa senza rischiare nulla.
Ora invece che diversi sondaggi dicono che Sì e No sono praticamente pari, la carta Meloni è l’ultima arma, a un mese dal voto, per provare a invertire il trend. Se Meloni ci riesce, ha vinto lei. Se Meloni non ci riesce, ha perso lei.
La domanda è una sola: questa scelta mobiliterà l’elettorato in suo sostegno o chi vuole mandarla a casa, un po’ come accadde con Matteo Renzi e la sua riforma istituzionale il 4 dicembre di dieci anni fa? Allora, il desiderio di mandarlo a casa fu più forte di una riforma che prevedeva il taglio delle poltrone dei parlamentari. Oggi?
Per avere una risposta, toccherà aspettare il 22 e 23 marzo. Ma ormai il vetro è rotto, e il dado è tratto.
Guardoni non trombanti
(Di Marco Travaglio) – Da due giorni leggo e rileggo una meravigliosa frase di Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e leader di FI: “Non partecipare al Board of Peace sarebbe contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione”. Tajani ha questo di bello: dice cose così insensate e demenziali che è difficile anche replicargli. E non solo perché fa morire dal ridere. È come se parlasse in un’altra lingua, che però non esiste in natura. Non passa giorno senza che lui e il suo governo facciano qualcosa di contrario allo spirito e pure alla lettera dell’articolo 11: tipo inviare armi all’Ucraina e a Israele per risolvere con la guerra due controversie internazionali: proprio ciò che l’articolo 11 proibisce al comma 1. Il comma 2 invece vieta all’Italia di entrare in alleanze od organizzazioni che non garantiscano la “parità con altri Stati”. Come appunto il Board of Peace, una specie di consiglio di amministrazione per Gaza presieduto da Trump con pieni poteri e a vita. Il problema non è l’aspetto affaristico e coloniale dell’iniziativa, che purtroppo non ha alternative (dove sono i governi europei che un anno fa annunciavano l’imminente riconoscimento della Palestina? E, a parte schifare il Board, quali soluzioni propongono?). E neppure il presunto aggiramento dell’Onu, che anzi lo ha approvato in Consiglio di sicurezza con la risoluzione 2803 del 17 novembre. È che chiunque partecipi sarebbe suddito di Trump e non socio alla pari. Quindi non è restarne fuori che è contro lo spirito e pure la lettera dell’articolo 11: è entrarci. Infatti, mentre dice l’ennesima scempiaggine, Tajani annuncia che l’Italia entrerà come “osservatore”. Però ci metterà dei soldi (ovviamente nostri). Come pagare il biglietto d’ingresso in un club di scambisti per poi fare il guardone dal buco della serratura: pagare ma non trombare, geniale. Una cosa è certa: comunque vada, pur di compiacere Trump, faremo una figura barbina.
A questo punto vi sblocco un ricordo. Due anni fa, in vista delle Presidenziali Usa, non c’era talk show in cui il conduttore e gli ospiti non inchiodassero Conte alle sue responsabilità: doveva per forza scegliere fra Trump e Biden (poi rimpiazzato dalla Harris per palese incapacità d’intendere e volere), come se votasse negli Usa, e al suo sacrosanto rifiuto partiva il tweet di Trump che nell’estate del 2019 lo chiamava “Giuseppi”. Il che bastava e avanzava per fare di lui un fottuto trumpiano (anche se a Trump aveva detto di no sul golpe Guaidó e la Via della Seta), pur restando un lurido putiniano, nonché complice di Xi Jinping, Khamenei, Hamas e Maduro. Invece ora che i Melones ci coprono di ridicolo come cheerleader di Trump, non vola una mosca. Forse perché prima erano le cheerleader di Biden: par condicio, anzi par linguicio.
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quelli, i cheerleader di Biden, erano i piddini, +Europa, Iv, A qualcosa ecc..,. insomma il cosiddetto campo-santo de sinistra.
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Questo referendum somiglia sempre di più a quello del 2016: No in rimonta e voto sul governo. Allora il No prevalse nettamente sul Sì e Renzi si dimise. Accadrà lo stesso anche stavolta?
https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/05/referendum-costituzionale-2016-risultati-no-596-e-si-403-elettori-bocciano-la-riforma-del-senato-renzi-annuncia-dimissioni/3236769/
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Tajani chi?
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Andrea Scanzi
Dal suo maestro Silvio, la Meloni ha imparato proprio tutto. Ormai sono due gocce d’acqua. Soprattutto sulla giustizia. Mica male per una che a inizio carriera si ispirava a Borsellino. Daje Giorgia!
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