
(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Ci si avvia al referendum sulla riforma della magistratura in un clima pessimo (per altro: c’è qualche passaggio politico degli ultimi tempi che abbia potuto giovarsi di un clima ottimo?). Me perfino in un clima pessimo, funestato da parole grevi e polemiche fuori misura su entrambi i fronti, fa spicco la goffaggine e l’assurdità della richiesta del Ministero – dunque di Nordio – di conoscere l’elenco dei finanziatori del Comitato del No, per ragioni di “pubblica trasparenza” e perché si tratterebbe di una “forma di finanziamento indiretto all’Associazione Nazionale Magistrati”.
Qualcuno ha mai pensato, specularmente, che ogni finanziamento al Comitato del Sì sia una “forma di finanziamento indiretto” al governo, o al Ministero di Grazia e Giustizia, bizzarramente contrapposto, in questa fase storica, alla magistratura? Lo avesse mai pensato, ha avuto il buon gusto di non dirlo: perché dubitare dei propri pregiudizi è una forma di intelligenza, e passare per poco intelligenti non è nelle ambizioni di alcuno.
E dunque: perché il ministro Nordio si espone al sospetto di non pensare abbastanza a quello che dice, e nemmeno a quello che fa? O chiede che sia reso pubblico, insieme all’elenco dei finanziatori del “no”, anche quello dei finanziatori del “sì”, rendendo un poco più equa una palese violazione della privacy; oppure, perché non si trincera, fino al 22 marzo, non dico in una elegante neutralità (è parte in causa come latore della contestata riforma); ma almeno in una cortese cautela? Suvvia, ministro: lei, dopotutto, è un ministro.
C’è del marcio in Danimarca ossia nella magistratura ? Vero , basti pensare al guardasigilli o a Palamara . Però,delle istituzioni , è quella più degna di stima dello stato italiano e rispettosa dei contenuti della carta voluta e scritta dai padri costituenti .
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Negli ultimi mesi il Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) degli Stati Uniti ha inviato centinaia di citazioni in giudizio a Google, Meta, Reddit, Discord per ottenere informazioni sugli account che tracciano o commentano l’operato dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il DHS invia alle aziende tecnologiche richieste di nomi, indirizzi email, numeri di telefono e altri dati identificativi degli account dei social media che tracciano o criticano l’agenzia federale. A differenza dei mandati tradizionali, le citazioni amministrative non richiedono l’approvazione di un giudice prima di essere emesse. Il DHS può firmare e inviare le richieste direttamente alle aziende tecnologiche. Le aziende possono scegliere come rispondere: alcune hanno fornito nomi, email e numeri di telefono, altre hanno notificato gli utenti interessati, dando loro da 10 a 14 giorni per contestare le richieste in tribunale prima di consegnare i dati.
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