Il periodo dell’egemonia della “nostra” civiltà sul “Resto” è stato breve: cinque secoli, rispetto ai lunghi millenni. Ecco perché ora, nonostante il declino, non va temuto il caos globale. Storia, futuro, ordine mondiale. Sarebbe interessante e divertente usare queste parole, così comuni e così essenziali, sottoponendole – una per una e nel loro complesso – a uno di quei giochetti informatici ispirati all’Intelligenza artificiale che oggi vanno tanto di moda. (…)

Il finto primato dell’Occidente

(di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Storia, futuro, ordine mondiale. Sarebbe interessante e divertente usare queste parole, così comuni e così essenziali, sottoponendole – una per una e nel loro complesso – a uno di quei giochetti informatici ispirati all’Intelligenza artificiale che oggi vanno tanto di moda. (…)

Approfittando della mia professione di anziano insegnante e della mia condizione esistenziale che, in quanto nonno e addirittura bisnonno, mi pone di continuo in contatto con giovani e giovanissimi (nonché purtroppo con troppe e troppi che ormai da tempo dovrebbero aver acquisito appieno l’uso della ragione), ho provato sovente a giocare con le parole assieme ai miei interlocutori e a cercare, insieme con loro, quello che il grande Battiato definisce “un centro di gravità permanente” quello che, a dirla dantescamente, è “’l punto al qual si traggon d’ogne parte i pesi”. Ebbene: al fondo di qualunque indagine tentata e di qualunque metodo adottato (…), al centro e al fondo (o al vertice) di tutto, finisce col presentarsi sempre e comunque Lei: sovrana Visio Pacis o pallido, tremulo, blandulo, fantasma. Candida e iridescente, oppure austera e maestosa: dolce Nausicaa o venerabile Atena. La pace.

Pace. L’inizio di tutto; il fine al quale tendono tutti gli esseri umani e tutto quel che popola il cosmo. E che sembra sempre così vicina, così a portata di mano. Eppure, come verso di lei tendiamo le mani e il pensiero, essa si ritrae. Come sua sorella che, per i cristiani, è anche virtù teologale: la speranza, che – tale la definiscono Renato Simoni e Giuseppe Adami, autori del libretto della pucciniana Turandot – è una diafana, notturna illusione “che delude sempre”. Vi sfido. Proviamo pure a definirla, vale a dire a rinchiuderla entro una rete – o una muraglia? – di concetti e di definizioni: sfuggirà a ciascuno dei primi, mentre nessuna delle seconde sarà in grado di contenerla compiutamente ed esaurientemente. (…)

Sul piano civile, giuridico e sociale dei rapporti tra i gruppi umani e le persone, ci troviamo dinanzi a un “ordine mondiale” che la nostra cultura occidentale, dal XVI secolo in poi, ha riletto e ridefinito – ispirandosi ai modelli ellenistico-romani e convinta di esserne la naturale erede e prosecutrice –, estendendosi a un mondo che fino ad allora aveva conosciuto molto poco per esperienza diretta, ma del quale si era progressivamente impadronita fin dall’età delle grandi invenzioni e delle grandi scoperte e che aveva piegato con la forza alla sua volontà e alle sue necessità.

La fede cristiana da trasmettere ai mondi “pagani” d’Asia, d’Africa e quindi d’America e d’Oceania; le scienze e le tecniche ereditate dall’Oriente e dalla Grecia antica, ma fatte proprie nei lunghi secoli dell’antichità e del Medioevo; gli antichi sistemi filosofici, peraltro cristianizzati; la persuasione profonda che la superiorità materiale, espressa nei termini della scienza applicata e della tecnologia, costituisse l’aspetto esteriore di un primato spirituale radicato prima nella rivelazione e quindi nella ragione, nel diritto e nella libertà, e legittimato poi dal lavoro dei filosofi e dei giuristi, sino a trasformarsi in una ferma opinione assolutamente soggettiva nella sostanza, ma tuttavia vissuta dall’Europa cristiana fino al XVIII secolo circa e quindi progressivamente post-cristiana (senza mai deporre, del cristianesimo, i presupposti storici e, in una certa misura, le forme consuetudinarie e i modelli etico-sociali, sia pure adattati e in gran parte obliterati) come obiettivo segno di primato e di egemonia naturali, di cui la storia costituiva la narrazione documentata. (…)

[…] Eppure, se l’affermarsi del mondo occidentale sul “Resto” a partire dal XVI secolo – con qualche, peraltro tenue, precedente – fu progressivo e sempre più intenso, fino, si può dire, al risveglio dei popoli degli altri continenti, già manifestatosi tra Sette e Ottocento e divenuto sempre più evidente dal XX secolo in poi, ciò non comportò affatto, da noi e tra noi, il conseguimento della coscienza di quanto breve fosse stato il periodo dell’egemonia occidentale sul mondo, con i suoi circa cinque secoli, rispetto ai lunghi millenni – più o meno cinque o sei, dal IV millennio a.C. del primo fiorire della civiltà sumerica alla metà del II millennio d.C. (…).

Ha impressionato molti, nel dicembre del 2025, leggere, nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato sull’equilibrio tra civiltà che s’ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di “compartimenti stagni” imperfettamente concepiti e realizzati. Dopo Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano, quei “compartimenti stagni” non ressero più alla spallata possente dell’“economia-mondo” e si avviò quel processo di globalizzazione (o, come preferiscono chiamarlo i francesi, di mondializzazione), centrale e caratteristico dell’Occidente moderno, decisamente e brutalmente avviato verso la cinica costruzione di un’egemonia mascherata dagli ipocriti buoni sentimenti della carità cristiana, dell’umanistica hominis dignitas, dell’elaborazione dei “diritti dell’uomo”, unilateralmente definiti “universali”, del progresso etico-politico-civile-sociale e degli altri “doni avvelenati”, proposti come regali generosi ma in realtà imposti (con le vele mobili, con i cannoni…) da un’egemonia spietata che agiva ammantata dall’ombra nobilissima dello ius publicum europaeum, a proposito del quale Carl Schmitt ha scritto pagine sublimi, e lo strumento della quale era il colonialismo in tutte le sue possibili forme.

Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso e tantomeno sistematicamente esercitato – è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principe la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente (e per fortuna) entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans (…) sia contro le genti africane vittime dello slave trade. (…)

La splendida, lucidissima ricerca di Amitav Acharya costituisce appunto un prezioso viatico per chiunque – privato cittadino, comunità o istituzione – intenda fondare su una forte autocoscienza la consapevolezza della progressiva complementarità e della parentela profonda fra tutte le civiltà che si sono avvicendate nella plurimillenaria presenza del genere umano sul nostro pianeta e che solo in piccola parte è razionalmente e sistematicamente ricostruibile: da quando, cioè, tra 3400 e 3200 anni avanti Cristo, vale a dire circa cinque millenni e mezzo or sono, con i Sumeri prima e gli Egizi poi, l’essere umano ha provato la necessità e la volontà di codificare in segni la testimonianza della sua presenza e del suo pensiero, che fino ad allora aveva espresso in modo casuale e involontario. Da allora ha avuto inizio la meravigliosa avventura della storia, un albero immenso dalle molteplici radici – tante quanti sono stati i popoli che hanno contribuito a concepirla e a svilupparla – e il cui tronco è andato poi distribuendosi in rami, foglie, fiori e frutti. E, come sta scritto, “l’albero si riconosce dai suoi frutti”, che noi studiamo, analizziamo e confrontiamo senza sosta, in un’immensa fatica di Sisifo il cui valore, tuttavia, non consiste nei suoi successi sempre parziali e imperfetti, bensì nella costanza stessa della nostra cognoscendi voluntas. È il sistematico, irrinunciabile bisogno di sapere che costituisce l’essenza della nobile natura umana.