Dopo gli ultimi sondaggi che danno in parità favorevoli e contrari alla riforma è scattato l’allarme a Palazzo Chigi. Che vuole nuovi dati dalla società che fin qui ha dato il Sì in netto vantaggio

nordio-meloni-referendum-giustizia-sondaggio

(Fosca Bincher – open.online) – Giorgia Meloni ha deciso di puntare 146.400 euro per sondare da qui a fine marzo 25 mila italiani sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. La presidenza del Consiglio ha reso pubblico il contratto firmato dalla società specializzata in ricerche di mercato Tecnè guidata da Carlo Buttaroni con il dipartimento editoria. La decisione è arrivata dopo la preoccupazione sui sondaggi delle ultime settimane che hanno evidenziato il recupero del fronte del No. Tecnè è l’istituto di sondaggi che ha fornito fino ad oggi i responsi più favorevoli al fronte del Sì: nell’ultima rilevazione svolta l’11 e il 12 febbraio i favorevoli alla riforma risultavano per l’istituto guidato da Buttaroni il 56%, mentre i contrari si fermavano al 44%. Tutti gli altri istituti invece danno un sostanziale pareggio fra i due fronti.

Tre diversi sondaggi su tre campioni da qui a fine marzo

Carlo Buttaroni di Tecnè

L’incarico formale a Tecnè prevede «la realizzazione di n. 3 ricerche su un campione di 10.000, 10.000 e 5.000 casi cadauna (i.e. interviste valide) per un totale complessivo di 25.000 interviste, articolato per area geografica: nord-ovest (Valle D’Aosta esclusa) nord-est, centro, sud e isole, rivolta alla popolazione maggiorenne». La presidenza del Consiglio non ha pubblicato le domande previste dalla ricerca, concordate con Tecnè attraverso uno scambio di lettere e preventivi durante la trattativa diretta. Il contratto prevede un pagamento a 30 giorni dalla consegna della ricerca di 120mila euro netti oltre a 26.400 di Iva per un totale appunto di 146.400 euro.

Chiesto un sondaggio anche a Pagnoncelli sulla percezione del merito e della giustizia sociale

La cifra puntata da Palazzo Chigi sul referendum è particolarmente alta, e lo si capisce da un secondo contratto firmato in contemporanea con la Ipsos di Nando Pagnoncelli. In questo caso la richiesta è «per un servizio di ricerca quantitativa su “Percezione del merito e della giustizia sociale in Italia” realizzata su un campione rappresentativo di cittadini residenti in Italia dai 14 anni in su, stratificato per genere, fascia di età, titolo di studio, articolato per area geografica e ampiezza del comune di residenza». Il contratto con Ipsos prevede il pagamento di una fattura a 30 giorni di 48.214,40 euro complessivi. Il compenso in questo caso è di 39.520 euro oltre a 8.694 euro di Iva.

Ansa | Nando Pagnoncelli di Ipsos

Referendum giustizia, il sondaggio di Palazzo Chigi sulle urne. Costo: 120 mila euro

Giustizia in 2 mesi 3 rilevazioni affidate a tecnè

Referendum giustizia, Il sondaggio di Palazzo Chigi sulle urne. Costo:  120 mila euro

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Fratelli d’Italia chiede un parere ai propri iscritti, Palazzo Chigi agli elettori. Nel governo il timore del risultato del referendum sulla separazione delle carriere del 22 e 23 marzo è forte. Una sconfitta rischia di indebolire l’esecutivo. Così il 19 gennaio scorso la Presidenza del Consiglio ha deciso di commissionare un sondaggio all’istituto di rilevazioni Tecnè per chiedere ai cittadini cosa ne pensano del referendum sulla giustizia. Nello specifico, recita la delibera che Il Fatto ha letto, Palazzo Chigi ha deciso di commissionare “una ricerca e analisi” sul referendum costituzionale “finalizzata a comprendere come i cittadini si rapportano a tale passaggio istituzionale” ma anche “il livello di conoscenza del sistema della giustizia”. Rilevazione realizzata “su un campione rappresentativo della popolazione maggiorenne”. La cifra stanziata è di 120 mila euro con affidamento diretto a Tecnè.

Il sondaggio è stato commissionato il 19 gennaio scorso dall’Ufficio per l’informazione e la comunicazione istituzionale del Dipartimento per l’informazione e l’editoria di Palazzo Chigi guidato dal sottosegretario di Forza Italia, Alberto Barachini. Questo è l’ufficio preposto della Presidenza del Consiglio che deve formalmente commissionare le rilevazioni e ha una specifica voce del bilancio per i sondaggi sull’operato del governo e più in generale su tematiche specifiche (una settimana dopo ne è stato commissionato un altro a Ipsos da 40 mila euro sul tema della giustizia sociale in Italia e il merito).

Quello sul referendum è un sondaggio dinamico: una rilevazione in cui viene intervistato per tre volte lo stesso campione di persone per capire come e se cambia il sentiment degli elettori durante la campagna referendaria. La prima volta è avvenuta a fine gennaio, la seconda in questi giorni, la terza sarà a inizio marzo, prima che scatti il silenzio di pubblicazione dei sondaggi. In questo modo – testando gli elettori per tre volte in tre periodi diversi della campagna referendaria – Palazzo Chigi può capire in maniera più approfondita il trend dell’opinione pubblica. Anche così si spiega la decisione di stanziare 120 mila euro.

I risultati della prima rilevazione non sono pubblici, ma diverse fonti di maggioranza assicurano da giorni che i sondaggi che sarebbero in mano al governo certificherebbero una partita aperta tra il “Sì” e il “No” ma con i favorevoli alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere ancora in vantaggio.

Anche i partiti nelle ultime settimane hanno commissionato sondaggi a diversi istituti di ricerca: una rilevazione di Fratelli d’Italia, invece, darebbe il “Sì” in vantaggio di 7-8 punti con la rimonta del “No”, rispetto al distacco di due mesi fa pari a circa 20 punti.

Proprio la preoccupazione sul trend in crescita dei contrari alla riforma costituzionale sta portando la premier Giorgia Meloni a riflettere se scendere in campo direttamente per il “Sì” con comizi elettorali prima del voto, con gli alleati del centrodestra: le due date scelte sarebbero quella del 13 e del 18 marzo, a Roma (Milano non è disponibile per le Paralimpiadi) e Napoli. Anche se Meloni continua ad avere dubbi sulla decisione di intervenire direttamente: farlo significherebbe politicizzare la consultazione e far diventare il referendum un voto su di sé.

Intanto nella maggioranza continuano a far discutere le parole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che domenica aveva spiegato che “il sorteggio eliminerà un sistema paramafioso al Csm”. Dopo che la premier Meloni lunedì aveva chiesto ai vice di abbassare i toni, ieri anche il leghista Matteo Salvini ne ha preso le distanze: “Sia Nordio che Gratteri evitino aggettivi, attacchi e insulti: parliamo del merito della riforma”. Sarebbero, invece, già pronti i decreti attuativi con annessa protesta delle opposizioni: “Sono solo bozze”, spiega il Guardasigilli.