Berlino pensa alla bomba atomica e riaffiorano i fantasmi del passato. La Germania oggi è una democrazia solida, ma il riarmo risveglia timori che sembravano archiviati

(Gabriele Segre – lastampa.it) – «La Germania ha bisogno di proprie armi nucleari». Non sono parole di un fanatico estremista o di un visionario isolato. Vengono dal generale di brigata Frank Piper, leale servitore dello Stato e stratega rispettato a livello internazionale, uno di quei militari tedeschi che guarda alla propria storia come a un monito, non come a un’eredità. Le ha pronunciate perché anche lui, come molti a Berlino, si è convinto che il mondo sia cambiato, che l’alleanza con l’America non basti più e che la sicurezza, prima o poi, torni sempre a essere una responsabilità nazionale. «Quando la situazione si fa seria», ha aggiunto, «si è soli».
A sentire queste affermazioni, un brivido corre lungo la schiena dell’intero continente. Il riarmo tedesco, la bomba di Berlino, la Germania «potenza militare più forte d’Europa»: formule che evocano un riflesso di paura ancestrale, irrazionale, che non risponde alle fredde logiche geopolitiche né al calcolo degli interessi. Eppure riaffiora lo stesso, istintivo e innegabile, rafforzato oggi dall’impressionante crescita di forze politiche ultra-nazionaliste e dichiaratamente anti-europee, pronte a riattivare simboli e linguaggi che l’Europa credeva definitivamente sepolti dalla storia.
Nonostante questo, la Germania di oggi resta una democrazia solida e matura, lontana dalle ombre del militarismo prussiano o dall’incubo del Terzo Reich. I rischi e le minacce vengono semmai da altrove: dalla Russia che preme a est, dall’America che si allontana a ovest. Pericoli ben distanti dal cuore economico e industriale del progetto europeo, dal partner essenziale con cui condividiamo istituzioni, valori e responsabilità comuni. Lo sappiamo con lucidità. Eppure, il corpo reagisce prima della mente, e la memoria riaffiora dove la ragione credeva di aver archiviato il passato.
Se l’Europa unita — quella immaginata a Ventotene e mai del tutto compiuta — nascerà un giorno, dovrà passare da qui: non dai trattati firmati, dalle procedure condivise o dai vertici tra capi di Stato, ma dal test più oneroso di tutti, quello che serve per colmare la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che, in fondo, temiamo.
La prima prova è psicologica. Nella base di Büchel, in Renania-Palatinato, sono custodite le bombe atomiche americane. Altre testate statunitensi sono custodite da decenni anche in Italia, nei Paesi Bassi, in Belgio. Sono lì da generazioni e, per molti di noi, hanno rappresentato a lungo un conforto: la garanzia concreta dell’alleanza con Washington. Nemmeno la pericolosa imprevedibilità di Trump e il suo sprezzante distacco dall’Europa riescono a dissolvere del tutto quella percezione. Ancora oggi l’ombrello nucleare americano suscita meno inquietudine di quanto farebbe un arsenale tedesco: ottant’anni sono un tempo troppo breve per cancellare l’esistenza profonda delle paure collettive.
La seconda prova è strategica. Per Berlino, costruire la bomba non sarebbe impossibile. La tecnologia c’è, le capacità industriali e le competenze pure. Si farebbe in tre anni, forse meno. Basterebbe decidere. Ma una Germania nucleare cambierebbe radicalmente l’identità stessa dell’Europa, mettendo alla prova la fiducia su cui si è costruita l’integrazione. Le reazioni non tarderebbero — a Varsavia, a Parigi e altrove — e il sospetto tornerebbe a invadere lo spazio che oggi dedichiamo alla cooperazione, perché i governi passano, ma le armi restano, e il volto politico della Germania di domani è tutt’altro che definito. Lo sanno tutti, per primi i tedeschi. È anche per questo che Berlino si ferma. Almeno per ora.
La terza prova è politica. La deterrenza nucleare europea viene evocata come soluzione naturale, quasi inevitabile. Ma proprio mentre crescono le frizioni fra Parigi e Berlino, emerge quanto sia fragile la fiducia reciproca, persino su dossier meno sensibili della bomba condivisa. Macron invoca il debito comune per sostenere l’economia francese; Merz risponde parlando di «resa», tentando di difendere gelosamente l’autonomia fiscale tedesca. E il progetto militare congiunto del caccia di sesta generazione rischia di schiantarsi ancor prima di decollare. Se i due Paesi che guidano l’Europa non riescono a concordare la costruzione di un aereo, quanto è realistico immaginare un bottone rosso condiviso?
Si tratta di nodi che nessun vertice può sciogliere da solo. Non basterà eliminare i veti, unire i mercati o allineare gli interessi per trasformarci in un popolo davvero “Europeo” capace di riconoscersi e fidarsi di sé stesso. Manca ancora il senso di un destino condiviso, quella percezione profonda di appartenenza che solo l’esperienza comune può forgiare: speranze vissute e lutti attraversati insieme, il dolore che lentamente si fa memoria collettiva. Noi europei abbiamo fatto l’opposto: abbiamo combattuto gli uni contro gli altri. È successo troppo di recente, e nessuno vuole trovarsi di nuovo a dover fare i conti con la forza, questa volta misurata in megatoni.
Il timore della guerra resta lì, sedimentato sotto la superficie, più resistente di qualsiasi calcolo strategico, pronto a riaffiorare se gli si presenta l’occasione. Perché se la politica viene prima dell’economia, la paura e il ricordo vengono prima della politica. Fare pace con il passato richiede un tempo molto più lungo di quello che la storia sembra concederci. Fino a quando non ci riusciremo, quel brivido lungo la schiena resterà il test più onesto della nostra unione: la prova che, quando la situazione si fa seria, siamo ancora, ciascuno, soli.
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È sufficiente digitare
per capire cosa andò storto e, soprattutto, chi fossero i protagonisti
e certamente la isteria antisovietica (oggi russofobia) fu un altro ingrediente che fece esplodere la ultradestra.
Ma oggi la Germania è sana perché Merz dice che Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti.
E andare a zappare?
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