Altro che nuovo colonialismo occidentale: il fantomatico “Board of Peace” trumpiano somiglia sempre più a una tavolata delle ex colonie in cerca di potere. Tra satelliti, monarchie e potenze emergenti, il risiko globale si fa affare, anche sulla pelle dei palestinesi

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Ma scusate il Board of Peace di Trump non doveva essere il baluardo del nuovo colonialismo occidentale? E invece pare piuttosto il colonialismo delle ex colonie. Capeggiato dagli Stati Uniti al Board of Peace aderiscono una serie di ex colonie e stati satelliti davvero notevoli. Attori internazionali che dall’essere stati gli schiavi ciascuno di un differente impero, adesso anche loro vogliono una fetta della torta. Davanti a tutti la Bielorussia, che tutto si può dire fuorché che non si tratti di un paese satellite della Russia. Quella Bielorussia che è il gemello diverso dell’Ucraina, stesso sangue ruteno dei cosacchi che oggi combattono contro l’ex Unione Sovietica governata da Putin. D’altronde coinvolgere direttamente Mosca nel Board avrebbe sbilanciato il primato testosteronico di Trump, che da quando è stato eletto si sta comportando come il peggiore dei palazzinari di Tor Bella Monaca. Il limite di questo suo approccio è che quando ti trovi muso a muso con uno più palazzinaro di te, una fra i tanti, Putin, allora come ne “Il bidone di Fellini”, diciamo che “abbiamo scherzato” e tanti saluti con la coda fra le gambe.

Lukashenko, dopo tutto ha dimostrato di essere un animalista oltre che un despota dal cuore d’oro. Poi aderisce il Marocco, che è un paese libero dal giogo europeo, francese e spagnolo, dal 1956 e da fine anni novanta considerata la monarchia più costituzionale d’Africa e il suo capo è un re, Mohammed VI. Il Marocco è importantissimo a livello diplomatico ed è sempre più influente in Europa anche nei confronti dei suoi amici nemici, come ad esempio, la Spagna di Sanchez che al Board of Peace, naturalmente non aderisce. Poi abbiamo l’Egitto, che nonostante i pregiudizi degli arroganti europei non è più uno di quei paesi da democratizzare, ma un colosso da 112 milioni di abitanti con mezzo milione di militari attivi e altrettanti riservisti. Roba per cui l’Italia dovrebbe impallidire ulteriormente rispetto a quanto già non lo sia. Poi ovviamente, subito accanto abbiamo Israele, di cui è inutile parlare. Poi non potevano mancare i migliori amici di Trump e del suo ex-impero immobiliare (almeno formalmente, dato che è comunque gestito dai suoi famigliari), dunque Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Poi abbiamo il centro diplomatico (almeno finché Israele non lo ha bombardato così per darci un po’ più di speranza) e finanziario del medioriente, accanto alla cassaforte petrolifera del Kuwait e alla svizzera delle petromonarchie locali, il Bahrein. Naturalmente all’abbuffata non poteva non esserci Rece Tayipp Erdogan, il raffinatissimo diplomatico, equilibrista, mediatore ed illusionista sempre in bilico tra l’Oriente e l’Occidente e a cavallo del più vasto esercito dopo gli Stati Uniti all’interno della Nato. La Turchia, da sempre nemica dell’Armenia (protettorato russo) e garante dell’Azerbaigian (anche se da un po’ ha smesso di esserle così vicino come un tempo) siederà accanto a loro due, nonostante l’aspra contesa latente per il Nagorno Karabach.

L’elenco degli Euroasiatici poi, si apre con altri satelliti dell’ex Urss, tra cui Kazakistan, Uzbekistan e Mongolia. Paesi di cui si sa ben poco da questa parte del mondo, a parte che sono pieni di musulmani e di uranio. Ah, poi c’è il Pakistan, la potenza nucleare filo-cinese che tanto sta sulle palle all’India, uno dei più importanti alleati della Nato, ma che non figura in questo incontro di mero business. Ci sono pure l’Indonesia, la Cambogia e dulcis in fundo l’Argentina e il Paraguay. L’Italia, poi, qualora ne prendesse parte lo farebbe solo in qualità di paese osservatore e in tal caso siederebbe accanto alla Bulgaria, alla Romania, all’Ungheria e alla paradisiaca Cipro. E l’Albania? Tirana aderisce a tutti gli effetti insieme al Kosovo. Insomma, mentre Trump in casa sua getta benzina sul fuoco della questione razziale, più che mai sotto gli occhi del mondo intero con la controversa gestione dell’Ice, a livello internazionale fa affari sulla pelle dei palestinesi insieme a quelli che i suoi elettori fascisti definirebbero banalmente un ammasso di islamisti, zingari e negroidi inferiori alla suprema razza ariana americana.
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