Il principale blocco è il principio di unanimità, le divergenze tra le nazioni non potranno che accentuarsi

Bugie e propaganda dei leader occidentali

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Quale dramma stanno interpretando le leadership politiche occidentali? È possibile individuarne i tratti fondamentali, al di là delle parole, propagande, inevitabili menzogne e idiosincrasie di molti dei suoi eroi? La crisi dei rapporti tra Usa e Europa è strategica, davvero epocale, o deriva dal dèmone dell’attuale Amministrazione americana e da fattori contingenti di ordine essenzialmente economico-commerciale? L’Occidente è stato per secoli europeo, dalla fine del XIX secolo è americano, e oggi questa lunga storia è forse all’epilogo. Il “tramonto dell’Occidente” non significa, o non significa ancora, un collasso del suo potere economico e militare, ma la fine del sistema di alleanze, dell’ordine politico su cui si è costruita e retta la sua egemonia globale. Per la prima volta dal dopoguerra le divergenze di interessi economici e strategici tra le due sponde dell’Atlantico minacciano di porre in crisi quell’ordine e quindi quella egemonia nel suo complesso.

La linea di Trump esprime, con una franchezza magari imprevedibile per lo stile delle diplomazie, l’avversione americana a ogni vera unità politica europea, unico pilastro perché l’Europa possa svolgere un ruolo autonomo, da protagonista sulla scena mondiale. Questa avversione non è improvvisata da un leader affetto da turbe psicologiche, essa ha alle spalle una lunga storia ed argomenti drammaticamente forti a suo sostegno (li vedremo).

Alla prepotenza un po’ teatrale con cui, al momento, sembra manifestarsi si contrappongono efficacemente col loro mini-asse Merz e Meloni? Vorremmo crederlo, ma non è affatto così. I due parlano di “federalismo pragmatico”. Ora, di “pragmatico” ci sono soltanto decisioni – o annunci di decisioni – riguardanti il sostegno di Stato a settori industriali in crisi e accordi su dazi e altre misure fiscali. Cosa c’entri tutto ciò col “federalismo”, e cioè con l’idea di un assetto federale dell’unione europea, è misterioso. Diciamo la pura verità: non solo non c’entra nulla, ma sconta il completo fallimento di tale idea. Gli accordi Italia-Germania sanciscono la realtà di fatto maturata dall’euro in poi: che l’Europa è l’Europa degli Stati, punto e basta.

Logica conseguenza che i diversi Stati finiscano con l’accordarsi tra loro, attraverso patti bilaterali, perfino su problemi di politica estera, alla faccia delle chiacchiere sugli eserciti comuni – e se Bruxelles segue, bene, altrimenti pazienza. Merz e Meloni parlano dell’ostacolo amministrativo-burocratico rappresentato dalle tecnocrazie comunitarie. Ma, di grazia, non sarebbe appunto questo da attaccare e rimuovere? Il Consiglio europeo non dovrebbe adoperarsi a tale fine come al suo compito primo, partendo dal superamento del blocco rappresentato dal principio di unanimità? O si ritiene che i soffocanti meccanismi dell’Unione rappresentino ormai un guaio insanabile?

Se il pragmatismo Merz-Meloni darà qualche frutto lo vedremo, ma che esso abbia il minimo respiro strategico per le sorti dell’Unione o per quelle del rapporto tra Europa e Usa lo possiamo escludere fin d’ora. Le divergenze tra gli Stati europei non potranno che accentuarsi, tutti a questo punto tenderanno a rinegoziare la propria posizione nei confronti degli Stati Uniti, e proprio su quelle materie in cui sarebbe necessario assumere una linea comune.

D’altra parte, nessuna novità emerge dal mini-patto italo-tedesco in materia di politica estera. E che con Meloni al comando si possa pensare a una maggiore autonomia nei confronti di quella americana in tali materie è cosa difficile anche a pensare.

Non so se viviamo un vero salto d’epoca, non so se la linea politica che emerge dall’attuale leadership americana sia destinata a durare e rafforzarsi o se non produrrà, per la sua stessa prepotenza, contraccolpi tali da arrestarla o capovolgerla. È certo tuttavia che essa esprime tendenze di lungo periodo, se non un destino, e che tutte le correnti politiche e culturali europee dovrebbero discuterla con serietà e radicalità.

L’Occidente si va dividendo su questioni di principio, riguardanti il significato e la tenuta della democrazia rappresentativa, il ruolo e la potenza da attribuire al progresso tecnico-economico, i fattori che regolano il grande gioco tra gli Imperi e l’affermazione di forze egemoniche. Per l’attuale leadership americana l’Europa è del tutto impotente difronte a tali sfide. Vi è una intellighenzia intorno ai Trump, guai a lasciarsi ingannare dalla maschera del presunto Capo! Questa intellighenzia, che dispone di formidabili mezzi economici e finanziari, ritiene che l’Europa sia il centro storico-museale di un’idea del tutto anacronistica di democrazia, fondata su una divisione dei poteri che rende inefficace sia l’azione di governo che quella dei soggetti economici, e dall’insistere a perseguire fini astratti di uguaglianza, che si traducono in costi insostenibili e pressione fiscale.

Sul piano dei rapporti economici questi fini si esprimerebbero nei dogmi della concorrenza e del libero mercato. Nulla per i Thiel e i Musk di più arcaico. Il progresso viene deciso dagli innovatori, non da coloro che producono alle migliori condizioni vecchie merci, ma che sanno inventare nuovi beni, creare nuovi bisogni e affermarsi nel produrli e venderli in termini oligopolistici o, se ci riescono, monopolistici.

Il vecchio capitalismo liberal-concorrenziale è un ferro vecchio come le vecchie democrazie rappresentative. Per questi critici spietati delle idee su cui dopo la Guerra si era andata costruendo l’Unione europea, le ragioni dell’indefinito progresso tecnico-economico è il valore fisso di ogni equazione e il Politico ha senso soltanto se lo asseconda e assicura, eliminando ogni conflitto sociale che possa frenarlo. Da qui il ruolo essenziale che svolgono per il nuovo capitalismo globale le politiche identitarie e di “sicurezza” che sbandierano i Trump grandi e piccini.

Queste sono le tendenze epocali da conoscere e, se si vuole e può, affrontare. Nazionalismi, sovranismi, nostalgie para-fasciste non sono che loro farsesche coperture. E pensare che si possano solo contenere con qualche regola di prudenza fondata su buon senso e antichi costumi potrà solo ritardare lo sforzo perché si formino nuove idee e nuove élites politiche per la democrazia e per l’Europa.