
(Flavia Perina – lastampa.it) – La destra (e anche la sinistra) ha, hanno, avrebbero un formidabile strumento per sottrarre il dibattito referendario alla guerra dei meme scemi o delle provocazioni esorbitanti e fare nella pratica ciò che a parole tutti dicono di volere: una discussione politica sul merito, tra adulti, che parta dalle ragioni del Sì e del No e le metta a confronto oltre gli slogan su chi (gli anarchici, CasaPound, le brave persone, i mafiosi) vota cosa (Sì, No, boh). Lo strumento è la Rai, si chiama servizio pubblico per questo, e gli paghiamo il canone non solo per vedere il curling o Pupo in diretta da Sanremo ma anche per capire in un civile contraddittorio qual è la posta in gioco di una modifica costituzionale che cambierà per sempre l’organizzazione della giustizia. Due delibere di Agcom e Vigilanza, in vigore da ieri, hanno fissato i soliti paletti sul dovere di imparzialità, pluralismo, completezza, ma dentro quei paletti bisognerà pur metterci qualcosa, e se il contenuto saranno i soliloqui a tarda notte delle due parti non ci sarà storia: quelli dei meme scemi vinceranno sempre e la campagna referendaria diventerà una caccia alla gaffe dell’avversario per eccitare le opposte tifoserie.
La corsa verso il voto del 22 e 23 marzo ha vissuto finora tre fasi. La prima, quella dell’anarchia dichiarativa, con il ministro Carlo Nordio che diceva alle sinistre «se governerete, servirà anche a voi» e quelle che replicavano indignate «ma allora è vero che è una riforma a misura del potere». La seconda, quella della reductio ad asinum: è quando, prendendo gli italiani per assoluti ciucci, le due parti si sono scontrate sulle virtù salvifiche del Si o del No: con il Sì mai più casi Garlasco, assalti anarchici, immigrati clandestini (da destra); con il No democrazia salva, deriva trumpiana sconfitta, civiltà giuridica in sicurezza. La terza fase è appunto quella dei meme scemi e dei testimonial al contrario: l’ultimo è Nicola Gratteri con la sua frase sul voto degli ‘ndragnhetisti ma fidatevi, domani ce ne sarà un altro dalla parte opposta pronto a giurare che per il No votano gli amici di Epstein o di Belzebù.
Per la quarta fase abbiamo due opzioni. O il servizio pubblico riesce a orientare diversamente il dibattito pubblico, sforzo disperato ma che farebbe onore a una Rai al momento assai ammaccata (e ai suoi dante causa), o passeremo quaranta giorni a discutere sull’agenda costruita dai ragazzini dei meme, quei trentenni social-media-geni che stanno trasformando il Perché Sì e Perché No in un intrattenimento digitale analogo ai gattini che impastano orecchiette («L’hai vista questa? È top»). Si discute molto sul fatto che Giorgia Meloni dovrà, prima o poi, mettere la faccia sulla chiamata alle urne, ma aspettando lei potrebbero mettercela tutti gli altri, parlamentari, governatori, ministri e capi dell’opposizione, in pubblico dibattito, magari in prima serata, e sarebbe il solo modo di dimostrare che davvero tengono a una discussione seria. Altrimenti resterà il sospetto che a tutti vada benissimo così, e che la riforma sarà pure uno scontro di civiltà ma per i partiti è meglio che lo combattano furieri ed intendenza (hai visto mai che va a finire male).
Io intervisterei la mamma della Meloni sull’assegno di inclusione (687 euro di media contro 484 euro del reddito di cittadinanza, quello che generava bamboccioni)..e su Mediaset che ha soffiato alla Rai le Atp Finals. Poi farei commentare a Bastian Contrario e a Santo loquasto . Del si e del no al quesito referendario interessa a pochi….
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Telemeloni non permetterà un dibattito libero…
Anche ieri volareee..ohoho volareeee… e fare propaganda anche fuori dal paese a chi non frega una cippa dell’itagghia…invece di andare in partlamento a parlare e rispondere in contraddittorio.Una visita di cortesia agli etiopi e tastare il loro polso sull’eredità ricevuta a suo tempo dalla buonanima.
Viaggi intorno al perduto impero con la nuova compagnia aerea “MeloniVia”!
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