Una bomba “intelligente” made in USA centrò il rifugio n. 25 nel quartiere di Al-Amiriya, uccidendo quasi 1000 civili iracheni, quasi tutti donne, ragazzi e bambini.

(Alessandro Di Battista) – Il 13 febbraio del 1991, a Baghdad, in Iraq, durante la prima guerra del Golfo, una bomba “intelligente” made in USA centrò il rifugio n. 25 nel quartiere di Al-Amiriya, uccidendo quasi 1000 civili iracheni, quasi tutti donne, ragazzi e bambini.
Almeno 408 vennero ridotti letteralmente in cenere in pochi istanti.
Quello che passò alla storia (non in Europa, dove in pochi ne hanno parlato) come “il massacro del rifugio di Al Amiriya” non fu un errore. Nessun danno collaterale. Gli USA volevano dimostrare di avere a disposizione armi sofisticatissime e inoltre volevano fiaccare in pochi giorni la resistenza irachena. Chiaramente trucidare centinaia di donne e bambini è il miglior modo per ottenere questo obiettivo.
Il rifugio era segnalato, gli statunitensi sapevano perfettamente che al suo interno c’erano solo civili. Per questo l’hanno colpito.
Il 15 febbraio del 2004 venne pubblicato sul blog “Bagdad Burning” un articolo firmato “Riverbend”. “Riverbend” era un blogger iracheno che ha raccontato l’orrore dell’esportazione della democrazia nella sua terra. Ecco alcune parti di quell’articolo che qui in Occidente conoscono in pochi:
“Il 12 febbraio nel mondo arabo è la festa di fine Ramadan: l’‘Eid Al-Fitr’. La festa si celebra con visite a famiglie e amici, banchetti speciali e atti di carità. In molti luoghi si organizzano pranzi e banchetti per i poveri. L’Eid al-Fitr è anche occasione di incontro e scambio di auguri fra cristiani e musulmani. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso prepara ogni anno un messaggio ufficiale per la fine del Ramadan.
Il 12 febbraio 1991 Baghdad era sotto bombardamenti continui, soprattutto notturni, da ormai quasi un mese. Naturalmente non c’era né l’atmosfera tipica delle feste né lo stato d’animo per fare festa. La maggior parte delle famiglie rimaneva in casa perché non c’era nemmeno la benzina per potersi muovere da una zona all’altra della città. I quartieri più fortunati avevano rifugi antiaerei costruiti secondo criteri moderni e la gente delle zone vicine si ritrovava assieme all’interno del rifugio durante i bombardamenti notturni. Anche quell’anno avrebbero potuto festeggiare l’‘Eid Al-Fitr’ all’interno dei rifugi insieme ai vicini e agli amici.
Gli iracheni si recavano ai rifugi più per ragioni sociali che per questioni di sicurezza. Nei rifugi, costruiti secondo gli standard più moderni, c’erano acqua, elettricità e una sensazione di sicurezza e di serenità data tanto dalla solidità della struttura quanto dalla presenza di amici e famiglie sorridenti. In guerra essere in compagnia di un largo gruppo di persone aiuta a rendere le cose più semplici, è come se il coraggio e la capacità di resistenza si trasferissero da una persona all’altra ed aumentassero esponenzialmente con l’aumentare del numero delle persone. Così le famiglie nel quartiere di Amiriya decisero che si sarebbero riunite all’interno del rifugio per la cena della festività di ‘Eid Al-Fitr’, dopo di che gli uomini ed i ragazzi al di sopra dei 15 anni sarebbero andati via per lasciare che donne e bambini potessero festeggiare tra di loro in tutta libertà. Gli uomini non potevano immaginare, mentre andavano via, che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbero visto le loro mogli, figlie, bambini, fidanzate, sorelle….
Posso immaginare la scena dopo che gli uomini, intorno alla mezzanotte, ebbero lasciato il rifugio: le donne sedute intorno che versano il tè bollente nelle tazzine di vetro, passandosi l’una con l’altra pasticcini e cioccolata. I bambini a correre in lungo ed in largo all’interno del vasto rifugio, gridando e ridendo come fossero i padroni del vasto campo di gioco sotterraneo. Ragazze che siedono in circolo parlando di ragazzi o vestiti o musica o delle ultime chiacchiere su Sara o Lina o Fatima. Gli odori che si mescolano: tè, arrosto, riso. Odori confortanti che danno l’impressione di stare realmente a casa.
Le sirene incominciano a dare l’allarme, le donne ed i bambini interrompono gli assaggi o le sgridate, dicono una breve preghiera preoccupandosi per i loro cari che sono andati fuori dal rifugio per lasciare più libertà a mogli e figli.
Le bombe cadono crudeli e veloci poco dopo le 4.00 della notte. La prima ‘smart bomb’ colpisce in corrispondenza del sistema di ventilazione, attraversando il primo piano del rifugio dove crea una grande voragine, giungendo fino al piano inferiore del rifugio dove sono i serbatoi d’acqua e di propano per riscaldare acqua e cibi. Il secondo missile segue immediatamente il primo e ne finisce il lavoro. Le porte del moderno rifugio si chiudono automaticamente imprigionando le oltre 400 persone che sono all’interno.
Il rifugio si trasforma in un inferno; le esplosioni ed il fuoco salgono dal livello inferiore fino al livello dove sono le donne ed i bambini e l’acqua raggiunge l’ebollizione e sale anch’essa. Quelli che non muoiono immediatamente carbonizzati dal fuoco o dilaniati dalle esplosioni muoiono a causa dell’acqua bollente o carbonizzati dal calore che arriva fino a più di 500 °C.
Ci svegliammo al mattino vedendo gli orrori riportati nei notiziari televisivi. Guardavamo i soccorritori iracheni entrare nel rifugio ed uscire piangendo ed urlando, trasportando all’aperto corpi carbonizzati a un livello tale da non sembrare nemmeno umani. Vedemmo la gente che abitava nella zona, uomini, donne e bambini aggrappati al recinto che circonda il rifugio, urlanti con terrore in preda al panico, chiamare nome dopo nome, cercando un viso familiare nel mezzo dell’orrore. I corpi vennero allineati uno accanto all’altro, tutti delle stesse dimensioni, rimpiccioliti a causa del calore e carbonizzati tanto da non poter essere riconosciuti. Alcuni erano in posizione fetale, curvi come se cercassero di scappare richiudendosi in se stessi. Altri erano allungati e rigidi come se stessero cercando di stendere una mano per salvare una persona amata o raggiungere un riparo. La maggior parte rimase irriconoscibile per i familiari, solo la taglia ed i frammenti di abiti o di gioielli indicano il sesso e l’età approssimativa”.
Quello che hanno fatto gli USA a Baghdad è identico a quello che stanno facendo gli israeliani oggi a Gaza. Stesse motivazioni, tra l’altro. L’imperialismo, la geopolitica, i soldi.
Il massacro del rifugio di Al Amiriya è una delle tante stragi dimenticate dalle nostre parti. Non va ricordato mai quel che la cosiddetta più grande democrazia al mondo ha fatto in Iraq, e non solo lì.
I media continuano a comportarsi da scorta a questi assassini che si ergono a democratici. Senza i media e la loro strategia dell’oblio (ieri attuata rispetto all’Iraq e oggi rispetto alla Palestina) i massacri non sarebbero mai stati così numerosi.
Quanti di voi conoscevano “il massacro del rifugio di Al Amiriya”? Quanti sapevano che in pochi istanti le bombe intelligenti made in USA hanno ucciso più civili di quelli uccisi durante il 7 ottobre? Perché esistono morti di serie A e morti di serie B?
“Perché esistono morti di serie A e morti di serie B?”
Perché ottant’anni di sottomissione al padrone d’oltreoceano hanno prodotto classi dirigenti totalmente corrotte, nel senso che gli interessi nazionali sono subordinati a quelli sovranazionali.
Ne consegue che la quasi totalità del sistema della informazione è appiattito su questa infame posizione.
Siamo messi molto molto male.
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Su questi temi (i massacri compiuti dal nostro padrone in nome del suprematismo) tempo fa, una squilibrata quotata nel campo giornalistico, li ha definiti e liquidati “fatti storici”, per stroncare una discussione che stava avvenendo in studio e che poteva essere capita bene a casa, dagli spettatori.
Questo è il livello. Naturalmente la attualità stringente riguarda- va un paese non dell’ unione EU e non Nato verso cui dreniamo montagne di miliardi in aiuti (?) , e tutto ciò che è accaduto in epoche recenti diventa “fatto storico”. A dir la verità ogni tanto qualcuno (parlo di gente di provata fede atlantista) si azzarda a tirare in ballo o crimini statunitensi, ma solo per racchiuderlo nella dimensione del “sì, in effetti qualche errore c’è stato, però..”
Col “però” si consolano per il miracolo degli ottant’anni di pace in Europa (Balcani esclusi, è un altro fatto storico). Che è la giusta prosecuzione della dottrina suprematista, perché i cimiteri inaugurati o ampliati fuori dai confini non fanno testo.
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